Racconti Piccanti
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Nessuna pietà, nessun forse

Nessuna pietà, nessun forse

24 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Marco, ho 27 anni e da sei mesi vivo una storia clandestina con Giulia, una professoressa universitaria di 34 anni. È una donna che ti colpisce subito: capelli castani mossi che le cadono sulle spalle, occhi verdi che ti trafiggono, un corpo snello ma con curve che non passano inosservate. La conosco da quando ho frequentato un suo corso di letteratura contemporanea all’università. All’inizio era solo un gioco di sguardi, poi una battuta dopo l’esame, infine un caffè che si è trasformato in qualcosa di molto più fisico. Siamo finiti a letto la prima volta nel suo ufficio, con la porta chiusa a chiave e il fiato corto. Da allora, ci vediamo quando possiamo, sempre attenti a non farci scoprire.

Era un giovedì pomeriggio quando mi ha mandato un messaggio che mi ha fatto quasi cadere il telefono di mano. “Domani sera vieni da me. Ti propongo un patto: per tre giorni interi, da venerdì sera a lunedì mattina, sarò la tua schiava. Nessuna pietà, nessun forse. Decidi tu tutto.” Ho riletto quelle parole dieci volte, il cuore che mi batteva nelle orecchie. Non era la prima volta che giocavamo con dinamiche di potere, ma questo era un altro livello. Ho risposto con un semplice “Ci sto”, ma dentro di me già immaginavo cosa significasse avere Giulia completamente alla mia mercé per tre giorni.

Ci siamo visti da lei il venerdì sera, alle otto in punto. Abita in un piccolo appartamento in centro, ordinato ma senza troppi fronzoli, con un letto grande al centro della camera. Quando sono entrato, lei era già pronta: indossava una camicia di seta nera, aderente, e una gonna corta che lasciava poco spazio all’immaginazione. Mi ha guardato con un misto di sfida e resa, poi ha detto: “Le regole sono semplici. Da adesso fino a lunedì mattina, sono tua. Fai di me quello che vuoi. Non mi tiro indietro.”

Ho annuito, cercando di mantenere un’aria calma anche se dentro ero un vulcano. “Spogliati,” le ho ordinato, con voce ferma. Lei ha obbedito senza esitare, facendo scivolare la camicia dalle spalle e poi la gonna lungo le gambe. Sotto non portava nulla, e il suo corpo nudo davanti a me mi ha colpito come un pugno. La pelle liscia, i seni pieni con i capezzoli già duri, il ventre piatto che scendeva verso il pube curato. Ho tirato fuori dalla borsa che avevo portato un collare di pelle nera e delle catene leggere ma resistenti. “Mettiti in ginocchio,” le ho detto, e lei lo ha fatto, guardandomi dal basso con quegli occhi che sembravano implorare e allo stesso tempo provocare.

Le ho messo il collare intorno al collo, stringendolo appena, e ho attaccato una catena che ho fissato alla testiera del letto. “Da adesso in poi, non ti alzi se non te lo dico io,” ho sussurrato, avvicinandomi al suo viso. Lei ha annuito, le labbra socchiuse. “Rispondi a voce,” ho ordinato.

“Sì, Marco,” ha detto, la voce un po’ tremante ma decisa. Ho sorriso, sentendo il potere che mi dava quella situazione. Le ho preso il mento con una mano, costringendola a guardarmi. “Brava. Ora vediamo quanto riesci a resistere.”

Ho tirato fuori un plug anale di silicone nero, di dimensioni medio-piccole, e un flacone di lubrificante. Lei ha sgranato gli occhi per un attimo, ma non ha protestato. “Voltati, a quattro zampe,” le ho detto, e lei ha obbedito, mostrandomi il suo sedere tondo e sodo. Ho versato il lubrificante sul plug e poi sulle mie dita, sfiorando la sua pelle. Ho sentito il suo respiro accelerare mentre le toccavo l’ano, preparando la zona con movimenti lenti ma decisi. “Rilassati,” le ho detto, e poi ho inserito il plug, spingendolo piano ma senza fermarmi. Lei ha emesso un gemito soffocato, stringendo le lenzuola con le mani. Quando è stato dentro, le ho dato una pacca leggera sul sedere. “Brava, tienilo lì. Non lo togli finché non lo decido io.”

“Sì, Marco,” ha mormorato, il viso rosso e il respiro corto. L’ho fatta rialzare in ginocchio, sempre con la catena che la teneva legata al letto. Mi sono tolto la maglietta e i jeans, restando in boxer. Il mio sesso era già duro, premendo contro il tessuto, e ho visto il suo sguardo scendere lì, famelico. “Vuoi qualcosa?” le ho chiesto, con un tono freddo, controllato.

“Sì… ti voglio,” ha detto, senza distogliere gli occhi. Ho riso piano, avvicinandomi. “Non ancora. Prima devi guadagnartelo. Apri la bocca.” Lei ha obbedito, e io ho abbassato i boxer, liberando il mio membro davanti al suo viso. Era già turgido, lungo circa 18 centimetri, con la punta lucida di eccitazione. Le ho preso i capelli con una mano, guidandola verso di me. “Succhialo,” le ho ordinato, e lei ha avvolto le labbra intorno a me, calda e bagnata. La sensazione della sua bocca mi ha fatto stringere i denti, ma ho mantenuto il controllo, spingendo piano i fianchi mentre lei lavorava con la lingua. I suoni che faceva, i piccoli gemiti strozzati, mi stavano mandando fuori di testa. “Più forte,” le ho detto, e lei ha aumentato il ritmo, succhiando con più avidità.

Dopo qualche minuto, l’ho fermata, tirandole indietro i capelli. “Basta così,” ho detto, ansimando leggermente. “Ora ti voglio in un altro modo.” L’ho fatta sdraiare sul letto, sempre con la catena attaccata al collare, e le ho aperto le gambe. La sua vulva era già bagnata, lucida, e l’odore del suo eccitamento mi ha colpito come una scarica. Mi sono posizionato sopra di lei, sfregando la punta del mio sesso contro di lei senza entrare subito. “Dimmi cosa vuoi,” le ho detto, guardandola negli occhi.

“Ti prego, scopami,” ha sussurrato, la voce roca. “Non farmelo chiedere ancora.”

Ho sorriso, freddo. “Brava, ma non basta. Voglio sentirti implorare.” Lei ha stretto i denti, il viso arrossato, poi ha ceduto. “Per favore, Marco, prendimi. Ho bisogno di sentirti dentro. Non ne posso più.” Quelle parole mi hanno acceso come benzina sul fuoco. Sono entrato in lei con un’unica spinta decisa, sentendo il calore e la stretta del suo corpo intorno a me. Lei ha gridato piano, inarcando la schiena, e io ho iniziato a muovermi, prima lento, poi sempre più veloce. Il letto scricchiolava sotto di noi, i nostri corpi sudati che sbattevano l’uno contro l’altro. Ogni tanto sentivo il plug ancora dentro di lei, che aggiungeva una pressione extra mentre la penetravo.

“Sei solo un oggetto per me, lo sai?” le ho detto, mantenendo il ritmo. “Un buco da usare quando voglio.”

“Sì… usami,” ha risposto tra un gemito e l’altro, gli occhi socchiusi. “Sono tua, fai quello che vuoi.” Quelle parole mi hanno spinto oltre, e ho aumentato la forza, afferrandole i fianchi con le mani. La sentivo tremare sotto di me, il respiro sempre più corto, i seni che si muovevano a ogni spinta. L’odore del sudore e del sesso riempiva la stanza, mescolandosi al suono dei nostri corpi e dei suoi gemiti sempre più alti.

Dopo un po’, l’ho fatta girare a pancia in giù, sollevandole il bacino. La catena al collo le permetteva appena di muoversi, e quella vista – il suo sedere in aria, il plug nero che spuntava, la sua schiena sudata – mi ha fatto perdere ogni freno. Sono entrato di nuovo in lei, da dietro, spingendo con più forza. “Ti piace essere trattata così, vero?” le ho detto, la voce bassa e tagliente. “Ridotta a niente, solo per il mio piacere.”

“Sì, cazzo, sì,” ha ansimato, stringendo le lenzuola. “Non smettere, ti prego, fammi sentire tutto.” Ogni parola era un colpo al mio autocontrollo. Le ho afferrato i capelli, tirandoli indietro per farle inarcare il collo mentre continuavo a scoparla. La sensazione del suo corpo che si stringeva intorno a me, il suono delle sue suppliche, il calore della sua pelle sotto le mie mani – tutto mi stava portando al limite.

Ma non volevo ancora finire. Mi sono fermato, uscendo da lei, e l’ho fatta tornare in ginocchio. “Puliscimi,” le ho ordinato, spingendo il mio sesso verso la sua bocca. Lei ha obbedito, leccando e succhiando con una dedizione che mi faceva tremare. Il gusto di lei sul mio membro, mescolato alla sua saliva, era quasi troppo. “Brava, proprio così,” le ho detto, guardandola dall’alto. “Sei solo una puttana per me questo weekend, vero?”

“Sì, solo tua,” ha mormorato, tra un movimento e l’altro. Dopo qualche istante, l’ho fermata di nuovo e l’ho fatta sdraiare sulla schiena. Mi sono posizionato tra le sue gambe, entrando ancora una volta, ma stavolta più lento, assaporando ogni centimetro. Le sue mani erano sopra la testa, trattenute dalla catena, e il suo sguardo era perso, pieno di desiderio e sottomissione.

La notte è andata avanti così, un alternarsi di posizioni, ordini e insulti freddi che la facevano gemere ancora di più. L’ho presa a pecorina, in piedi contro il muro con la catena tesa, poi di nuovo sul letto, con lei sopra di me ma sempre sotto il mio controllo. Ogni tanto controllavo il plug, assicurandomi che fosse al suo posto, e la sua reazione – un misto di disagio e piacere – mi eccitava ancora di più. Abbiamo dormito poco, giusto qualche ora, e al risveglio di sabato mattina ho ricominciato subito, senza darle tregua.

“Non hai un momento di pace, lo sai?” le ho detto mentre le infilavo di nuovo il plug, dopo averlo tolto per qualche ora. Lei ha annuito, il viso stanco ma eccitato. “Lo voglio, Marco. Voglio essere tua, completamente.” Quelle parole mi hanno colpito, e per tutto il giorno l’ho tenuta nuda, incatenata, facendola servire in ginocchio quando le portavo da bere o da mangiare. Ogni tanto la scopavo, a volte per ore, altre volte solo per pochi minuti, giusto per ricordarle chi comandava. “Sei solo una cosa, un giocattolo,” le ripetevo, e lei rispondeva sempre con un “Sì, sono tua,” che mi mandava in tilt.

La domenica sera, mentre eravamo sdraiati sul letto, lei con il collare e la catena ancora addosso, ho notato un cambiamento nel suo sguardo. Non era solo eccitazione, ma qualcosa di più profondo. “Ti piace davvero, vero?” le ho chiesto, accarezzandole il viso per la prima volta con un gesto quasi tenero. Lei ha annuito, mordendosi il labbro. “Non pensavo potesse essere così… intenso. Essere ridotta a niente, essere solo tua. Mi fa sentire viva.”

Ho sorriso, ma dentro di me qualcosa si è mosso. Non era solo un gioco, non più. L’ho scopata un’ultima volta quella notte, con una passione che non avevo mai provato prima. L’ho messa a quattro zampe, le mani legate dietro la schiena con un pezzo di corda, e sono entrato in lei con una forza che ci ha fatti gemere entrambi. “Sei mia, cazzo, solo mia,” le ho detto, spingendo fino in fondo. Lei ha urlato il mio nome, il corpo che tremava mentre raggiungeva l’orgasmo, e io sono venuto subito dopo, dentro di lei, con un’intensità che mi ha lasciato senza fiato. Il calore del suo corpo, il suo odore, il suono del suo respiro – tutto mi ha travolto.

Lunedì mattina, mentre le toglievo il collare e la catena, l’ho guardata negli occhi. “Il patto è finito,” ho detto, con voce calma. Lei ha annuito, massaggiandosi il collo, ma il suo sguardo era ancora carico di qualcosa che non riuscivo a decifrare. Poi ho fatto un respiro profondo e ho detto: “Ma se vuoi… possiamo rinnovarlo. Per sempre. Non solo tre giorni. Voglio che tu sia mia, davvero.”

Lei mi ha fissato per un lungo momento, il respiro che si fermava. Poi un sorriso lento, quasi incredulo, le ha illuminato il viso. “Nessuna pietà, nessun forse?” ha chiesto, citando le sue stesse parole di tre giorni prima.

“Nessuna pietà, nessun forse,” ho risposto, e in quel momento ho capito che niente sarebbe più stato come prima.

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