Racconti Piccanti
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Sdraiati al posto mio

Sdraiati al posto mio

24 Marzo 2026·12 min di lettura

Mi chiamo Laura, ho 38 anni e faccio la psicoterapeuta da più di dieci. Il mio studio è un piccolo rifugio nel centro della città, un luogo dove le persone si aprono, si sfogano, a volte si rompono. Io sono abituata a mantenere il controllo, a stare dall’altra parte della scrivania, ad ascoltare senza lasciarmi coinvolgere. Ma poi è arrivato lui, Matteo, e tutto quello che credevo di sapere su me stessa ha iniziato a sgretolarsi.

Era un martedì pomeriggio quando l’ho visto per la prima volta. Un uomo sulla trentina, alto, spalle larghe, capelli scuri un po’ spettinati, occhi di un verde così intenso che sembrava ti trapassassero. Si è seduto con una calma disarmante, come se fosse lui a condurre la seduta. Mi ha detto subito perché era lì: fantasie che lo ossessionavano, pensieri di controllo, di dominio, di piegare qualcuno alla sua volontà. Non ha usato giri di parole, la sua voce era ferma, quasi ipnotica. Io ho preso appunti, ho fatto le solite domande, ma dentro di me qualcosa si è mosso. Un calore che non riuscivo a ignorare, una sensazione che mi ha spaventata.

“Non è che mi vergogno di questi pensieri, dottoressa,” mi ha detto quel primo giorno, fissandomi negli occhi. “È che non so se voglio davvero trasformarli in realtà. O forse sì. Lei che ne pensa?”

Ho deglutito, cercando di mantenere la mia espressione neutra. “Non sono qui per giudicare, Matteo. Voglio aiutarti a capire da dove nascono queste fantasie.”

Lui ha sorriso, un sorriso piccolo ma tagliente. “E se le raccontassi ogni dettaglio? Ogni cosa che immagino di fare a una donna, ogni comando che vorrei darle. Riuscirebbe ad ascoltarmi senza battere ciglio?”

Ho annuito, ma dentro sentivo il cuore battere più forte. “È il mio lavoro,” ho risposto, cercando di suonare sicura. Ma già allora sapevo che con lui sarebbe stato diverso.

Le sedute successive sono diventate una prova di resistenza. Ogni settimana Matteo arrivava puntuale, si sedeva sul divano di fronte a me e iniziava a parlare. Le sue descrizioni erano crude, dettagliate, senza filtri. Mi raccontava di come immaginava una donna che si arrendeva completamente, che obbediva a ogni suo ordine, che si lasciava dominare senza opporre resistenza. Non c’era nulla di romantico o idealizzato nelle sue parole, solo una brutale onestà. E io, contro ogni mia regola, contro ogni principio professionale, sentivo il mio corpo reagire. Le sue parole mi scaldavano, mi facevano stringere le cosce sotto la scrivania, mi facevano sudare le mani mentre prendevo appunti. Cercavo di concentrarmi, di analizzare, ma ogni volta che lui parlava di controllo sentivo una parte di me cedere.

“Sa, dottoressa,” mi ha detto durante la quarta seduta, “immagino spesso una donna come lei. Elegante, composta, ma con qualcosa dentro che muore dalla voglia di lasciarsi andare. Pensa che sia possibile? Che una come lei possa crollare sotto il peso di un ordine?”

Ho sentito un nodo in gola. “Stiamo parlando delle tue fantasie, Matteo, non di me,” ho risposto, ma la mia voce tremava appena. Lui l’ha notato, ne sono sicura, perché i suoi occhi si sono socchiusi per un istante, come se avesse trovato una crepa.

È andata avanti così per settimane. Ogni seduta era un gioco al limite, una danza pericolosa tra le sue parole e le mie reazioni involontarie. Non potevo ammetterlo, ma aspettavo i nostri incontri con un misto di ansia e desiderio. E poi è arrivata quella sera, un giovedì di fine autunno, quando tutto è cambiato.

Avevamo fissato un appuntamento extra, dopo l’orario normale, perché lui aveva detto di avere una crisi da affrontare. Quando è arrivato, indossava una camicia scura con le maniche arrotolate, i primi due bottoni slacciati. Si è seduto come sempre, ma c’era qualcosa di diverso nel suo sguardo, un’intensità che mi ha messo subito in allerta.

“Grazie per avermi ricevuto a quest’ora,” ha iniziato, la voce bassa, quasi un sussurro. “Ma stasera non voglio parlare di me. Voglio parlare di lei.”

Ho aggrottato la fronte, stringendo la penna tra le dita. “Non capisco. Questo è il tuo spazio, Matteo.”

Lui si è sporto in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia. “Sdraiati al posto mio, Laura. Solo per stasera. Voglio che tu prenda il mio posto su quel divano.”

Ho sentito il sangue gelarsi, ma allo stesso tempo un’ondata di calore mi ha attraversato il corpo. “Non è appropriato,” ho detto, ma la mia voce era debole, incerta.

“Non sto chiedendo niente di sconveniente,” ha continuato lui, guardandomi dritto negli occhi. “Solo di sdraiarti lì. Di provare cosa si sente a essere dall’altra parte. Non ti toccherò, non mi avvicinerò nemmeno. Ti do la mia parola.”

Non so perché l’ho fatto. Avrei dovuto dire di no, mandarlo via, porre fine a tutto. Ma qualcosa dentro di me, una parte che non riconoscevo, ha preso il sopravvento. Mi sono alzata, ho appoggiato la penna sulla scrivania e mi sono diretta verso il divano. Mi sono sdraiata, sentendo il tessuto ruvido sotto la schiena, il cuore che mi martellava nel petto.

“Brava,” ha detto lui, e quella parola mi ha colpito come una scarica elettrica. Si è seduto sulla mia poltrona, incrociando le gambe, e mi ha guardato con un’intensità che mi ha fatto rabbrividire. “Adesso chiudi gli occhi. E ascoltami.”

Ho obbedito, sentendo il mio respiro accelerare. La sua voce ha iniziato a riempire la stanza, calma ma autoritaria. “Immagina che io sia vicino a te, Laura. Non ti tocco, ma sono così vicino che puoi sentire il calore del mio corpo. Ti parlo piano, ti dico cosa fare. Ti dico di non muoverti, di non aprire gli occhi, di aspettare. E tu lo fai, perché una parte di te lo vuole. Vuole sentirsi dire cosa fare.”

Ho stretto le mani lungo i fianchi, sentendo il tessuto della gonna stringere contro le cosce. Le sue parole erano come una carezza invisibile, ogni sillaba mi accendeva di più. Ha continuato a parlare per quella che mi è sembrata un’eternità, descrivendo cosa mi avrebbe fatto, come mi avrebbe fatto sentire, senza mai avvicinarsi. Mi ha raccontato di come mi avrebbe ordinato di spogliarmi, pezzo per pezzo, di come mi avrebbe guardato mentre lo facevo, di come mi avrebbe detto di toccarmi mentre lui mi osservava. Non c’era contatto, solo la sua voce, ma il mio corpo reagiva come se fosse già tra le sue mani. Sentivo il calore tra le gambe, la pelle d’oca sulle braccia, il respiro corto.

“Sei già così tesa, Laura,” ha detto dopo un po’, con un tono che sembrava quasi divertito. “Lo sento da qui. Il tuo corpo sta già cedendo, vero? Non serve che io ti tocchi per sapere quanto sei bagnata.”

Ho aperto gli occhi di scatto, rossa in volto, ma lui era ancora seduto lì, a metri di distanza. “Non dire queste cose,” ho mormorato, ma la mia voce era un sussurro patetico.

“Non sto dicendo niente che tu non stia già pensando,” ha replicato, inclinando la testa. “Chiudi gli occhi. Non abbiamo ancora finito.”

Ho obbedito di nuovo, incapace di resistere. Ha continuato a parlare, descrivendo ogni dettaglio di quello che immaginava, ogni ordine che mi avrebbe dato. Mi ha detto come mi avrebbe fatto piegare, come mi avrebbe preso per i fianchi, come mi avrebbe fatto gemere. Ogni parola era un colpo, ogni frase mi portava più vicina a un bordo che non potevo più ignorare. Dopo quasi mezz’ora di quella tortura, ho sentito il mio corpo tremare, le cosce stringersi involontariamente, il piacere montare senza che ci fosse alcun contatto.

Quando finalmente si è alzato e si è avvicinato, ho sentito i suoi passi sul pavimento, lenti, deliberati. Si è fermato accanto al divano, e ho aperto gli occhi per guardarlo. Era sopra di me, imponente, con un’espressione che non lasciava spazio a dubbi. “Adesso sì,” ha detto semplicemente, e ha iniziato a slacciarsi la camicia, un bottone dopo l’altro, senza mai distogliere lo sguardo.

Ho sentito il cuore battere così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto. Mi sono sollevata appena, ma lui ha scosso la testa. “Resta lì. Non muoverti finché non te lo dico io.”

Ho annuito, incapace di parlare. Si è tolto la camicia, rivelando un torso scolpito, la pelle leggermente sudata che brillava sotto la luce dello studio. Poi si è chinato su di me, senza toccarmi, e ha iniziato a sbottonare la mia camicetta, con una lentezza che mi ha fatto impazzire. Ogni bottone che cedeva era un’agonia, il tessuto che si apriva lasciava scoperto il mio reggiseno di pizzo nero, il mio petto che si alzava e abbassava velocemente. Ha passato un dito lungo il bordo del reggiseno, senza premere, solo sfiorando, e io ho emesso un gemito che non sono riuscita a trattenere.

“Sei già un disastro, vero?” ha detto, la voce roca. “Non ti ho nemmeno toccata come si deve e stai già tremando. Dimmi quanto lo vuoi.”

Ho deglutito, la gola secca. “Ti prego,” ho sussurrato, odiandomi per averlo detto, ma incapace di fermarmi. “Ti prego, fallo.”

Ha sorriso, un sorriso predatorio, e ha slacciato il gancio del mio reggiseno, liberando i miei seni. I capezzoli erano già duri, esposti al suo sguardo, e lui li ha guardati con una fame che mi ha fatto rabbrividire. Ha chinato la testa, soffiando leggermente su uno di essi, e il contatto dell’aria fresca sulla mia pelle mi ha fatto inarcare la schiena. Poi ha preso uno dei capezzoli tra le labbra, succhiando piano, mentre con la mano pizzicava l’altro, facendomi gemere più forte. Il sapore della sua bocca, il calore della sua lingua, la pressione delle sue dita – tutto era amplificato, ogni sensazione mi travolgeva.

“Non ce la fai più, eh?” ha detto, rialzandosi appena per guardarmi. “Ti vedo, Laura. Sei già al limite. Se ti tocco là sotto, quanto ci metti a venire?”

Ho scosso la testa, incapace di rispondere, ma lui ha infilato una mano sotto la mia gonna, spingendo di lato le mutandine. Le sue dita hanno trovato la mia intimità, già completamente bagnata, e ha emesso un suono di approvazione. “Cazzo, sei un lago,” ha detto, muovendo le dita lentamente, esplorando ogni piega, ogni punto sensibile. Il contatto era elettrico, ogni movimento mi faceva sobbalzare, e sentivo l’odore del mio stesso desiderio mescolarsi al suo, un aroma intenso e inebriante.

“Ti piace così, vero?” ha continuato, aumentando il ritmo. “Essere toccata da uno che sa cosa fare. Dimmi quanto ti piace.”

“Sì, mi piace,” ho ansimato, la voce spezzata. “Non smettere, ti prego, non smettere.”

Non ha smesso. Ha continuato a muovere le dita, prima lente, poi più veloci, trovando il punto esatto che mi faceva perdere la testa. Ho sentito il piacere montare, un’onda che non potevo fermare, e quando ha premuto il pollice sul mio clitoride, sono esplosa. Un orgasmo violento, che mi ha fatto gridare, il corpo che si contorceva sotto di lui, mentre le sue dita non smettevano di muoversi, prolungando ogni spasmo.

Non mi ha dato tempo di riprendere fiato. Si è tirato indietro, slacciandosi la cintura con un movimento rapido. Ho sentito il suono della fibbia che cadeva, poi della zip che si abbassava. Quando ha abbassato i pantaloni e i boxer, ho visto il suo membro, duro, grosso, le vene in evidenza lungo l’asta. Era impressionante, e per un istante ho provato una punta di apprensione, ma il desiderio ha avuto la meglio.

“Lo vedi quanto sono pronto per te?” ha detto, accarezzandosi lentamente mentre mi guardava. “Adesso ti apro quella gonna e ti prendo come voglio. Girati, a faccia in giù.”

Ho obbedito senza pensarci, girandomi sul divano, il viso premuto contro il tessuto, il sedere sollevato. Ha tirato su la mia gonna con un gesto secco, strappando le mutandine con una facilità che mi ha fatto sussultare. Ho sentito l’aria fresca sulla mia pelle esposta, poi le sue mani sui miei fianchi, forti, possessive. Ha strofinato la punta del suo membro contro di me, senza entrare, solo facendomi sentire la sua durezza, la sua grandezza, e io ho gemuto di nuovo, spingendomi indietro contro di lui.

“Non essere impaziente,” ha detto, dandomi una leggera sculacciata che mi ha fatto sobbalzare. “Ti prendo quando decido io. Dimmi che lo vuoi dentro.”

“Lo voglio,” ho detto, la voce roca, quasi un singhiozzo. “Ti prego, mettilo dentro.”

Ha riso piano, un suono profondo che mi ha fatto tremare, e poi finalmente ha spinto, lento ma deciso. Ho sentito ogni centimetro che entrava, allargandomi, riempiendomi in un modo che mi ha tolto il fiato. Era grosso, troppo grosso per essere comodo all’inizio, ma il leggero dolore si è mescolato al piacere, creando una sensazione che non riuscivo a descrivere. Ha iniziato a muoversi, prima piano, poi più forte, ogni spinta un colpo che mi faceva gemere, il suono dei nostri corpi che si scontravano che riempiva la stanza.

“Ti piace così, vero?” ha detto, ansimando appena mentre accelerava. “Essere scopata sul tuo stesso divano. Dimmi quanto ti piace.”

“Mi piace da morire,” ho risposto, le parole che mi uscivano a fatica tra i gemiti. “Più forte, ti prego, più forte.”

Ha obbedito, afferrandomi per i capelli con una mano, tirando appena mentre spingeva con più forza. Ogni movimento era un’esplosione, ogni spinta mi portava più vicina a un altro orgasmo. Sentivo il sudore sulla sua pelle, l’odore muschiato del suo corpo mescolato al mio, il suono dei suoi grugniti e dei miei gemiti che si intrecciavano. Il divano cigolava sotto di noi, ma non ci facevamo caso, persi in quello che stavamo facendo.

“Sto per venire,” ha detto a un certo punto, la voce tesa. “E tu verrai con me. Stringi, forza, fammi sentire quanto lo vuoi.”

Ho stretto i muscoli intorno a lui, sentendo ogni dettaglio della sua durezza, e l’orgasmo mi ha colpita di nuovo, ancora più forte del primo. Ho gridato, il corpo che tremava incontrollabilmente, mentre sentivo lui irrigidirsi, spingere un’ultima volta e venire dentro di me con un gemito profondo. Il calore del suo rilascio mi ha travolto, prolungando il mio piacere, lasciandomi esausta, distrutta.

Siamo rimasti così per un momento, ansimando, il suo peso sopra di me, il suo respiro caldo sul mio collo. Poi si è tirato indietro, lento, lasciandomi vuota, con una sensazione di perdita che non riuscivo a spiegare. Mi sono girata, guardandolo mentre si rivestiva, il suo viso ancora segnato dall’intensità di quello che avevamo fatto.

“Non dire niente,” ha detto, anticipando qualsiasi mia parola. “Non c’è niente da dire.”

Ha ragione, ho pensato, mentre lo guardavo uscire dallo studio senza voltarsi indietro. Non c’era niente da dire. Ero crollata, avevo infranto ogni regola, ogni principio. E mentre mi rivestivo con mani tremanti, sentendo ancora il suo odore sulla mia pelle, sapevo che non avrei mai dimenticato quella sera. Sapevo che, in qualche modo, una parte di me aveva sempre voluto questo.

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