Paghi per sudare
Mi chiamo Luca, ho ventitré anni e non sono mai stato uno che spicca. Sono il tipo che passa inosservato, con un fisico normale, un po’ mingherlino, e un carattere timido che mi fa arrossire anche solo a ordinare una pizza al telefono. Da qualche mese, però, ho deciso di cambiare. Mi sono iscritto in palestra, non tanto per diventare un colosso, ma almeno per sentirmi un po’ meno fuori posto nel mondo. È lì che ho conosciuto Marco, il mio personal trainer. Un uomo sulla trentina, alto, spalle larghe, tatuaggi che gli spuntano da sotto la canottiera aderente. Ha un modo di parlare diretto, senza filtri, che all’inizio mi metteva in soggezione. Ma è bravo, sa motivarti, e così ho iniziato a prendere lezioni private con lui. Costa un occhio della testa, ma i risultati ci sono.
Un giorno, dopo una sessione particolarmente intensa, mentre mi asciugavo il sudore con un asciugamano, Marco mi si è avvicinato con un sorrisetto strano. Eravamo soli nello spogliatoio, gli altri se n’erano già andati. “Senti, Luca,” mi ha detto, incrociando le braccia sul petto, “se vuoi spingerti oltre, posso offrirti un allenamento extra. Fuori dalla palestra, a casa mia. Costa solo cinquanta euro in più. Ti faccio lavorare muscoli che qui non tocchiamo nemmeno.” La sua voce era bassa, quasi confidenziale, e i suoi occhi non mollavano i miei. Ho sentito un calore strano salirmi alla faccia, non sapevo cosa rispondere. “Che tipo di allenamento?” ho balbettato, cercando di non sembrare un idiota. Lui ha riso, una risata secca. “Fidati, roba che non trovi nei manuali. Ci stai o no?” Non so perché, ma ho annuito. Forse per curiosità, forse perché non so dire di no a uno come lui.
Il giorno dopo, mi sono presentato a casa sua. Un appartamento semplice, in un quartiere popolare, con un odore di detergente e sudore che aleggiava nell’aria. Marco mi ha aperto la porta in pantaloncini e maglietta, i capelli ancora bagnati come se fosse appena uscito dalla doccia. “Entra, ragazzo,” mi ha detto, dandomi una pacca sulla spalla che quasi mi ha fatto perdere l’equilibrio. Il salotto era spoglio, solo un divano, un televisore e un tappeto spesso al centro della stanza. “Spogliati, lascia solo i boxer. Niente vestiti inutili,” mi ha ordinato, e il tono non ammetteva repliche. Ho obbedito, sentendo il cuore battermi forte nel petto. Non capivo cosa stesse succedendo, ma c’era qualcosa nella sua sicurezza che mi impediva di fare domande.
“Ora mettiti a quattro zampe, sul tappeto. Forza,” ha detto, indicando il pavimento con un cenno del mento. Ho esitato un istante, ma poi ho fatto come mi diceva. Il tappeto era ruvido sotto le ginocchia, e sentivo il pavimento freddo attraverso il tessuto. Marco si è messo dietro di me, e ho sentito il rumore di una cintura che si slacciava. Il mio stomaco si è stretto. “Che stai facendo?” ho chiesto, la voce tremante. Lui ha ridacchiato. “Ti alleno, no? Hai pagato per sudare, quindi suda. Rilassati, non mordo. Non troppo.” Non c’era spazio per protestare, non c’era tempo per pensare. Sentivo il suo respiro pesante dietro di me, e poi la sua mano, grande e callosa, si è posata sulla mia nuca, spingendomi leggermente verso il basso. “Sta’ fermo, Luca. Lascia fare a me.”
Ho sentito i suoi pantaloncini scendere, il fruscio del tessuto, e poi il calore del suo corpo vicino al mio. Non ero preparato a quello che stava per succedere, ma non potevo muovermi, non con quella mano che mi teneva fermo. “Hai pagato cinquanta euro oggi,” ha detto, la voce roca, mentre sentivo qualcosa di caldo e duro premere contro di me. “E altri cento questo mese. Sai quanto fa? Centocinquanta. Ogni spinta è un pezzo di quei soldi. Conta con me, ragazzo.” Non ho avuto il tempo di rispondere. Con una lentezza che sembrava studiata apposta per farmi impazzire, ha iniziato a spingere dentro di me. Un movimento brutale, ma controllato, che mi ha fatto stringere i denti. Il dolore era acuto, mescolato a una sensazione che non riuscivo a definire. “Uno,” ha detto lui, con un grugnito, mentre si muoveva. “Cinquanta euro. Li senti, vero?”
Ho annuito, anche se non so se mi abbia visto. Il tappeto mi graffiava le mani, il suo peso mi schiacciava, e il suo odore – un misto di sudore e dopobarba – mi riempiva le narici. Ogni spinta era accompagnata da un numero. “Due. Cento euro.” La sua voce era un ringhio basso, quasi un mantra. Sentivo il suo membro, spesso e insistente, muoversi dentro di me con una deliberata lentezza, come se volesse farmi sentire ogni centimetro. La sua mano sulla nuca non mollava la presa, il palmo ruvido contro la mia pelle sudata. “Tre. Centocinquanta. Dimmi, Luca, valgo i tuoi soldi?” Non riuscivo a parlare, avevo la gola secca, ma ho biascicato un “sì” che sembrava più un gemito.
“Bravo,” ha detto lui, e ho sentito un sorriso nella sua voce. Ha aumentato leggermente il ritmo, ma non troppo, tenendomi sempre sull’orlo di qualcosa che non capivo del tutto. Il suono dei nostri corpi che si scontravano riempiva la stanza, un rumore ritmico e umido che si mescolava al suo respiro pesante e ai miei ansiti. Il suo membro sembrava enorme, mi riempiva completamente, e ogni movimento mi faceva tremare le braccia mentre cercavo di reggermi. “Guardati,” ha continuato, “a quattro zampe sul mio tappeto. Paghi per sudare, no? Allora suda sul mio cazzo. Forza, non mollare.” Le sue parole mi colpivano come schiaffi, ma non potevo farci niente, ero bloccato lì, sotto di lui, con il suo peso che mi schiacciava e il suo ritmo che mi dominava.
Ho sentito il sudore colarmi lungo la schiena, le gocce che cadevano sul tappeto. Le sue mani, una sulla nuca e l’altra che adesso mi stringeva un fianco, erano calde e appiccicose. Ogni tanto mi dava una piccola spinta più forte, come per sottolineare un punto, e io non potevo fare altro che incassare. “Quattro,” ha grugnito, “duecento euro, se contiamo anche la settimana scorsa. Senti come li stai guadagnando?” Ho cercato di rispondere, ma le parole non uscivano. Sentivo il suo membro scivolare dentro e fuori, il attrito che bruciava ma che allo stesso tempo mi faceva sentire qualcosa di strano, un calore che si diffondeva dal basso ventre. Il suo odore era ovunque, forte, mascolino, e il sapore salato del sudore mi arrivava in bocca mentre respiravo a fatica.
Dopo un po’, ha rallentato, quasi fermandosi, ma senza uscire da me. “Girati sulla schiena. Voglio vederti in faccia,” ha ordinato, tirandosi indietro per un momento. Ho obbedito, le gambe che tremavano, e mi sono sdraiato sul tappeto, guardandolo mentre si posizionava sopra di me. I suoi occhi erano duri, concentrati, e il suo petto si alzava e abbassava velocemente. Aveva i muscoli tesi, lucidi di sudore, e il tatuaggio sul bicipite sembrava pulsare a ogni movimento. “Gambe su, ragazzo,” mi ha detto, afferrandomi le caviglie e sollevandole senza tanti complimenti. Mi sono sentito esposto, vulnerabile, ma non c’era spazio per imbarazzo. È rientrato dentro di me con un unico movimento deciso, facendomi sfuggire un gemito che non sono riuscito a trattenere. “Così mi piace,” ha detto, con un ghigno. “Voglio sentire quanto ti stai guadagnando questi soldi. Cinque. Duecentocinquanta.”
In questa posizione, sentivo tutto ancora più intensamente. Ogni spinta sembrava arrivare più in fondo, e il suo peso sopra di me mi faceva sentire intrappolato, ma in un modo che non era del tutto spiacevole. I suoi occhi erano fissi nei miei, e non potevo distogliere lo sguardo. “Senti come scivola bene?” ha detto, la voce bassa e ruvida. “Sei tutto bagnato di sudore, Luca. Sembri fatto apposta per questo. Sei sicuro di non aver mai pagato per altro?” Ho scosso la testa, incapace di rispondere, mentre il ritmo riprendeva, lento ma implacabile. Il rumore dei nostri corpi era più forte ora, un suono umido e costante, e il tappeto sotto di me era appiccicoso di sudore. Sentivo il suo respiro caldo sul viso, il suo odore che mi avvolgeva, e il calore del suo membro che mi riempiva completamente.
“Sei. Trecento euro,” ha continuato, e ogni parola era scandita da una spinta. “Dimmi, Luca, quanto pensi di valere tu? Perché io sto pensando che potresti pagarne altri cinquanta solo per come stringi.” Le sue parole mi facevano arrossire, ma non potevo farci niente. Sentivo il mio corpo reagire, anche se la mia testa era un caos. Il suo membro mi allargava, mi spingeva al limite, e ogni movimento era accompagnato da una sensazione che non riuscivo a ignorare. Le sue mani mi stringevano le cosce, le dita che affondavano nella carne, lasciandomi segni che probabilmente avrei visto per giorni. “Rispondi,” ha insistito, rallentando appena per guardarmi meglio. “Quanto vali, ragazzo?”
“Non lo so,” ho biascicato, la voce spezzata. Lui ha riso, un suono gutturale, e ha ripreso a muoversi, più forte di prima. “Allora te lo dico io. Valiamo ogni euro che spendi. Sette. Trecentocinquanta.” Ogni numero era un colpo, ogni parola un ordine. Sentivo il mio corpo cedere sotto di lui, il calore che cresceva dentro di me, il sudore che mi bruciava gli occhi. Il suo membro sembrava pulsare a ogni spinta, e io non potevo fare altro che lasciarmi andare, con le mani che stringevano il tappeto come se fosse l’unica cosa a tenermi ancorato.
Dopo un tempo che mi è sembrato infinito, ho sentito il suo ritmo cambiare, diventare più irregolare. “Ci siamo, Luca,” ha detto, la voce tesa. “Otto. Quattrocento. Preparati, ragazzo, perché questi soldi li stai pagando tutti in una volta.” Le sue spinte si sono fatte più rapide, più profonde, e io ho sentito qualcosa dentro di me cedere completamente. Il calore è esploso, un’onda che mi ha travolto senza preavviso, facendomi tremare sotto di lui. Ho sentito un suono uscire dalla mia gola, qualcosa tra un gemito e un grido, mentre lui si spingeva dentro di me un’ultima volta, con un grugnito basso e profondo. “Nove. Quattrocentocinquanta,” ha detto, quasi ringhiando, mentre il suo corpo si irrigidiva sopra il mio. Ho sentito il calore del suo rilascio dentro di me, un sensazione intensa e appiccicosa, mentre il suo peso mi schiacciava contro il tappeto.
È rimasto sopra di me per un momento, il respiro pesante, il sudore che gli colava dalla fronte e cadeva sul mio petto. Poi si è tirato indietro, lentamente, facendomi sentire ogni movimento mentre usciva da me. Mi sono sentito vuoto, esausto, con le gambe che tremavano e il corpo coperto di sudore, il suo e il mio. “Alzati, ragazzo,” ha detto, la voce tornata normale, come se niente fosse successo. “Hai avuto il tuo allenamento extra. Valeva i cinquanta euro, no?” Ho annuito, senza guardarlo negli occhi, mentre cercavo di rimettermi in piedi. Le mie mani tremavano mentre raccoglievo i vestiti, e sentivo ancora il suo odore su di me, il bruciore nei muscoli, il ricordo di ogni spinta e di ogni numero che aveva contato.
Non so se ci tornerò. Non so se voglio. Ma mentre uscivo dal suo appartamento, con il corpo dolorante e la testa piena di pensieri che non riuscivo a mettere in ordine, ho sentito la sua voce dietro di me. “La prossima volta portane cento. Vedrai che allenamento ti faccio.” E una parte di me, per quanto confusa, sapeva che probabilmente avrei pagato.
