Racconti Piccanti
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La puttana del furgone

La puttana del furgone

23 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono le otto di sera di un venerdì d’estate, e il caldo non molla. L’ultimo trasloco della giornata è stato un massacro: un quinto piano senza ascensore, scatoloni che pesavano come macigni, e un cliente che continuava a cambiare idea su dove mettere i mobili. Sono fradicio di sudore, la maglietta grigia appiccicata alla schiena, i muscoli delle braccia che tremano per la fatica. Ho solo voglia di tornarmene a casa, farmi una doccia e crollare sul divano. Ma Riccardo, come al solito, ha altri piani.

Siamo appena tornati al deposito, o almeno così credevo, quando mi ferma nel piazzale. “Andrea, dammi una mano a scaricare l’ultimo furgone. È parcheggiato qui vicino, nel piazzale industriale dietro la zona artigianale. Facciamo veloce e poi andiamo a bere una birra, offro io.” Ha quel ghigno che gli vedo spesso, quel sorriso storto che sembra sempre nascondere qualcosa. Non mi piace il suo tono, ma sono troppo stanco per discutere. Annuisco, grugnendo un “Va bene, ma sbrigati.”

Ci avviamo con il furgone verso il piazzale, un posto isolato, lontano da occhi indiscreti. È un Iveco vecchio, di quelli che usiamo per i traslochi più pesanti, con il cassone pieno di cinghie, materassi di protezione e attrezzi sparsi. Parcheggiamo sotto un lampione mezzo rotto, la luce fioca che illumina a malapena l’asfalto crepato. L’aria puzza di olio motore e gomma bruciata. Scendiamo, e Riccardo chiude la portiera con un colpo secco. “Sali sul retro, ci sono un paio di scatole da tirare giù,” dice, senza guardarmi negli occhi.

Salgo per primo, il pavimento del cassone scricchiola sotto le mie scarpe da lavoro. Dentro è un casino: scatoloni accatastati, cinghie penzolanti, un materasso di protezione piegato contro una parete. L’odore di cartone umido e sudore vecchio mi prende alla gola. Riccardo sale dopo di me e chiude le porte del furgone con un tonfo che rimbomba. Siamo al buio, solo un filo di luce che filtra da una fessura. Lui accende la torcia del telefono, il fascio bianco che taglia l’oscurità e illumina il suo viso. Ha un’espressione che non riesco a decifrare, gli occhi che brillano di qualcosa che mi mette a disagio.

“Che cazzo guardi?” gli chiedo, incrociando le braccia. Sono più grosso di lui, più largo di spalle, e di solito basta il mio tono per farlo tacere. Ma stasera è diverso. Non risponde, fa un passo verso di me, troppo vicino. Sento il calore del suo corpo, l’odore acre del suo sudore misto a qualcos’altro, forse deodorante scaduto. Mi guarda dritto negli occhi, il ghigno che si allarga. “Rilassati, capo. Siamo solo noi due.”

Non ho il tempo di ribattere. Con un movimento rapido, mi spinge contro il materasso piegato. La schiena sbatte contro il tessuto ruvido, e per un attimo perdo l’equilibrio. “Cazzo fai?” rido, ma è una risata nervosa, di quelle che escono quando non sai cosa sta succedendo. Non risponde. Mi afferra i pantaloni da lavoro, li tira giù con uno strattone, mutande comprese, fino alle caviglie. Il cuore mi schizza in gola, un misto di rabbia e confusione. “Riccardo, sei fuori di testa? Levati di dosso!” La mia voce è dura, ma lui non si ferma.

Si piega verso di me, il suo respiro caldo vicino al mio orecchio. “Stai zitto, Andrea. Lo sai che vuoi.” Non ho il tempo di capire cosa intende. Sputa rumorosamente, un suono viscido, e sento il suo dito sfiorarmi dietro, un contatto che mi fa irrigidire. Poi la sua lingua, solo per un istante, un movimento rapido che mi bagna appena. Mi si stringe lo stomaco, un misto di schifo e qualcosa che non voglio nominare. Provo a spingerlo via con le mani, ma è già troppo tardi. Sento la pressione, un dolore acuto che mi strappa un grido mentre mi penetra con una spinta secca, senza preavviso.

“Porca puttana!” urlo, più per lo shock che per altro. Il furgone oscilla leggermente sotto il nostro peso, le cinghie sbattono contro le pareti, coprendo ogni rumore. Mi tiene per i fianchi, le sue mani tatuate che stringono forte, e comincia a muoversi, un ritmo deciso, quasi meccanico. Non c’è niente di lento o graduale, è solo forza pura. “Stringi, troia, che domani devi caricare scatoloni lo stesso,” dice, la voce bassa, quasi un ringhio. Le sue parole mi colpiscono come un pugno, ma il mio corpo reagisce in modo che non capisco. Sento il sangue pompare, il calore che si concentra in basso. Nonostante tutto, mi viene duro.

Provo a spingere via di nuovo, metto le mani sul suo petto, ma è come se non avessi forza. O forse non voglio davvero spingerlo. Non lo so. La testa mi gira, il dolore si mischia a qualcosa di diverso, un calore che mi sale dallo stomaco. Gemo, e il suono che esce dalla mia bocca mi fa vergognare. Non sono io, non posso essere io. Eppure, sto gemendo come un animale, il corpo che si arrende a ogni spinta. “Ecco, così, bravo,” mi dice, e la sua voce è carica di soddisfazione. Mi odio per come reagisco, ma non riesco a fermarmi.

Non mi tocco nemmeno, ma sento che sto per venire. È una cosa che non controllo, una pressione che si accumula e poi esplode. Schizzo sul materasso, un getto caldo che mi lascia tremante. Il respiro mi si spezza, il cuore che martella nel petto. Riccardo rallenta appena, poi si ferma con un ultimo colpo profondo. Lo sento pulsare dentro di me, e capisco che è finito anche lui. Quando si tira fuori, un calore viscido mi cola lungo le cosce. Mi lascia lì, con il culo che brucia e il fiato corto, mentre si pulisce con un gesto rapido.

“Non sei male, sai?” dice, con quel ghigno che ormai odio. Si abbassa i pantaloni quel tanto che basta, il suo cazzo ancora lucido davanti a me. “Pulisci, dai. Fammi vedere che sei bravo.” Non so perché lo faccio. Forse sono ancora sotto shock, forse è solo un riflesso. Mi piego in avanti, la lingua che tocca la sua pelle, un sapore amaro che mi fa stringere i denti. Lo faccio in fretta, senza guardarlo negli occhi. Lui ride, una risata bassa, quasi di scherno. “Bel lavoro stasera, Andrea.”

Scende dal furgone senza aggiungere altro, lasciandomi solo nel cassone buio. Mi tiro su i pantaloni con mani tremanti, il culo che pulsa, il seme che mi cola ancora sulle cosce. Mi appoggio alla parete, il respiro che non si calma. Non capisco cosa è appena successo, non capisco perché non l’ho fermato davvero. La testa è un casino, ma il corpo… il corpo parla da solo. Mi tocco di nuovo, quasi senza pensarci, ripensando a come mi ha fatto sentire. Usato, umiliato, ma anche… qualcos’altro. Vengo di nuovo, un orgasmo rapido e silenzioso, schizzando sul pavimento del furgone.

Non dirò niente a nessuno. Non so cosa significa tutto questo, non so nemmeno se voglio saperlo. Ma mentre scendo dal furgone e chiudo le porte, con il buio del piazzale che mi avvolge, so che qualcosa è cambiato. E non sono sicuro di essere pronto a scoprirlo.

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