La sfida del climbing: Nico mi trasforma (parte 4)
Sono ancora lì, sul materasso della palestra, con la benda che mi copre gli occhi e il cuore che batte forte. Il sudore mi brucia sulla pelle, e il silenzio dopo le parole di Nico – “Non è ancora finita” – mi pesa come un macigno. Sento la sua mano sull’imbrago, che tira appena, un gesto che mi ricorda quanto poco controllo ho in questo momento. Non dico nulla, non riesco. Il fiato è corto, e dentro di me c’è una lotta che non so più come gestire. Voglio rialzarmi, riprendere il comando, ma c’è una parte di me che si nutre di questa vulnerabilità, che aspetta di vedere fino a dove mi porterà.
“Alzati,” dice alla fine, con quel tono calmo ma fermo che ormai conosco bene. Mi slega la benda con un movimento rapido, e la luce al neon mi colpisce gli occhi, facendomi socchiudere le palpebre. Lo guardo: è in piedi davanti a me, con i capelli mossi un po’ spettinati e quegli occhi verdi che sembrano leggermi dentro. Non c’è traccia di stanchezza sul suo viso, solo una sicurezza che mi fa sentire ancora più esposto. “Abbiamo un progetto da chiudere stasera. Una via boulder che non hai mai risolto. Ti aiuto io, ma devi fare esattamente quello che dico.”
Mi rialzo piano, le gambe che tremano ancora per quello che è appena successo. Mi tiro su i pantaloncini, sentendo il disagio del liquido che mi cola lungo le cosce, ma non dico nulla. Non voglio dargli la soddisfazione di vedermi a pezzi. “Quale via?” chiedo, la voce un po’ roca, cercando di sembrare più saldo di quanto mi senta.
“Quella rossa, grado 7C, sul pannello strapiombante. Ci provi da settimane e cadi sempre allo stesso punto,” risponde, indicandola con un cenno del mento. “Stasera la chiudiamo. Ma a modo mio.”
Lo seguo verso la parete, sentendo già l’adrenalina che mi sale. La via rossa è una bestia: un tetto che sporge di almeno quarantacinque gradi, con prese piccole e una sequenza centrale di forza pura dove cado ogni volta. Non so cosa abbia in mente Nico, ma il suo “a modo mio” mi mette in allerta. Prendo il magnesio dalla sacca, me lo spalmo sulle mani, e inizio a studiare i movimenti mentre lui prepara le corde e l’imbrago. Mi guarda in silenzio, con quel mezzo sorriso che non so mai come interpretare.
“Metti l’imbrago,” dice, porgendomelo. “Ti tengo assicurato, ma non come al solito. Fidati.”
Mi infilo l’imbrago, lasciandolo stringere le cinghie intorno alle cosce e alla vita. Non è la prima volta che mi assicura, ma c’è qualcosa nel modo in cui lo fa stasera – le mani che si soffermano un attimo di troppo, lo sguardo che non si stacca dal mio – che mi fa sentire come se stessi entrando in un territorio che non conosco. Salgo i primi metri con facilità, trovando le prese iniziali senza problemi. Il corpo risponde bene, nonostante la stanchezza di prima. Arrivo al punto critico, una traversata verso una presa lontana che richiede un lancio dinamico. Spingo con le gambe, mi allungo, ma non ci arrivo. Cado, come sempre, e la corda mi trattiene a qualche metro dal materasso.
“Te l’avevo detto,” dice Nico dal basso, con un tono che non è né di rimprovero né di incoraggiamento. “Ora stai lì. Non scendi.”
Non capisco subito cosa intende. Mi tiene sospeso, abbassandomi appena, ma non abbastanza da farmi toccare il materasso. I piedi penzolano a pochi centimetri dalla gomma, e il peso del corpo tira sull’imbrago, facendomi sentire bloccato, impotente. Provo a muovermi, a spingere con le braccia per risalire, ma lui stringe la corda con una mano, bloccandomi del tutto. “Non ti muovere, Luca. Resti lì finché non lo dico io.”
Il tono è freddo, calcolato, e mi fa rabbrividire. Sono appeso come un sacco, il sudore che mi cola lungo la schiena, i muscoli delle braccia che iniziano a bruciare per lo sforzo di mantenere la posizione. Lo vedo salire sulla parete accanto a me, agile e preciso, come se non pesasse nulla. Si posiziona dietro di me, sfruttando le prese per tenersi stabile, e sento il suo corpo premere contro il mio. L’imbrago mi stringe, il vuoto sotto di me amplifica ogni sensazione, e quando le sue mani mi afferrano i fianchi capisco cosa sta per succedere.
“Stai fermo,” ordina, la voce bassa, quasi un sussurro. Sento il rumore della zip dei suoi pantaloni, il fruscio della stoffa, e poi la pressione del suo cazzo contro di me, dura, insistente. Non c’è niente di gentile nel modo in cui spinge, niente di lento. Entra di colpo, con una spinta secca che mi strappa un urlo, un misto di dolore e qualcosa di più profondo. Il corpo oscilla come un pendolo, appeso alla corda, e ogni movimento di Nico mi fa dondolare avanti e indietro, trasformando ogni caduta controllata in una penetrazione violenta, profonda.
“Cazzo, Nico, fa male,” rantolo, le mani che cercano appiglio sulle prese, il corpo che trema per l’intensità. Ogni spinta mi scuote, facendomi oscillare nel vuoto, e il mix di dolore e piacere mi manda fuori di testa. Sento il sudore che mi brucia gli occhi, l’odore del nostro respiro pesante, il rumore dei moschettoni che tintinnano a ogni movimento.
“Stringi di più,” ordina, con un tono che non lascia spazio a repliche. “E non venire senza permesso. Capito?”
Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo, ma non riesco a rispondere. Il corpo non è più mio, è un oggetto che lui usa, un attrezzo appeso a una corda. Ogni spinta è calcolata, crudele, pensata per ricordarmi che non ho controllo. Oscilliamo insieme, il mio corpo che si tende e si rilassa a ogni colpo, e il piacere cresce in un modo che non riesco a fermare. Vengo una volta, poi un’altra, solo per la stimolazione interna, senza nemmeno toccarmi, orgasmi multipli che mi fanno urlare, il corpo che si contrae e si scuote mentre schizzi cadono sul materasso sotto di me. È umiliante, è troppo, ma una parte di me si nutre di questa resa totale.
Lui non rallenta, continua a spingere con una violenza fredda, finché non lo sento irrigidirsi, un gemito basso che gli sfugge mentre si svuota dentro di me. Il calore mi riempie, e resto lì, ansimante, appeso alla corda, con il liquido che mi cola lungo le gambe e il corpo che trema per lo sforzo e l’intensità. Non mi fa scendere subito. Mi lascia penzolare, gocciolante, esausto, con i muscoli che urlano per la stanchezza.
“Devi imparare a cadere meglio,” dice, con un tono freddo, quasi distaccato, mentre si sistema i pantaloni e scende dalla parete. Mi guarda dal basso, con quell’espressione calma che nasconde una crudeltà sottile. “Resta lì ancora un po’. Ti fa bene.”
Non ho la forza di protestare. La stanchezza fisica mi ha svuotato, ha cancellato ogni resistenza. E mentre sono appeso, con il corpo che brucia e il respiro che si calma piano, capisco qualcosa di nuovo: essere usato, essere ridotto a questo, mi libera. Non devo decidere, non devo controllare. Posso solo lasciarmi andare, e in un modo contorto, mi piace. Mi spaventa, ma mi piace.
Nico si siede sul materasso sotto di me, prende una bottiglia d’acqua e beve un sorso, guardandomi con quegli occhi che sembrano sempre sapere cosa sto pensando. “Quando sei pronto, ti tiro giù,” dice, con un tono che non è una promessa, ma un comando. E in quel momento, mentre penzolo nel vuoto, con il corpo ancora tremante e il suo sguardo che mi inchioda, so che non sono ancora al limite. So che c’è di più, qualcosa di ancora più profondo che vuole da me. E non so se sono pronto a scoprirlo.
