La sfida del climbing: Nico mi trasforma
La palestra era quasi deserta, solo il rumore di qualche moschettone che tintinnava in lontananza e l’odore pungente di magnesio nell’aria. Ero sudato fradicio dopo una sessione di boulder che mi aveva lasciato i muscoli tesi e il fiato corto. Nico era lì vicino, con la sua solita calma irritante, mentre si asciugava le mani con un panno, i capelli mossi appiccicati alla fronte. Non capisco mai come faccia a sembrare sempre così composto, anche dopo aver tirato come un pazzo su una via da 7c. Io, invece, avevo la maglietta incollata alla schiena e le braccia che tremavano ancora per l’ultimo tentativo.
“Ehi, Nico,” ho detto, cercando di riprendere fiato. “Ho visto un esercizio online, una roba di fiducia. Tipo un trust fall, ma da un boulder basso. Ti leghi con un imbrago leggero, corda corta, e ti lasci cadere. Simula uno spot dinamico. Ti va di provare?”
Lui ha alzato lo sguardo, quegli occhi verdi che sembrano sempre leggerti dentro, e ha fatto un mezzo sorriso. “Interessante. Ma facciamo al contrario. Tu cadi, io ti prendo.”
Ho riso, un po’ per stizza, un po’ per la sfida. “Sempre a ribaltare tutto, eh? Va bene, ci sto. Tanto, se non ce la fai, al massimo mi spacco il culo sul materasso.”
Ho preso l’imbrago, me lo sono infilato in fretta, controllando i nodi con cura. La corda era corta, giusto un paio di metri, e il traverso che avevo scelto era facile, a non più di tre metri da terra. Nico si è posizionato sotto, mani sui fianchi, guardandomi mentre salivo. Ogni tanto dava indicazioni con quella voce tranquilla ma ferma. “Più a sinistra, Luca. Così, perfetto. Tieni il peso sul tallone.”
Sono arrivato in posizione, con le mani ben salde sulle prese e il corpo un po’ inclinato all’indietro. “Pronto?” ho gridato.
“Quando vuoi,” ha risposto lui, senza un tremito nella voce.
Mi sono lasciato andare, un movimento secco, il cuore che batteva più per l’adrenalina che per la paura. La corda si è tesa subito, e ho sentito le mani di Nico che mi afferravano, il suo corpo che assorbiva il mio peso. Ma invece di posarmi subito sul materasso, mi ha tenuto sospeso per un istante di troppo. Il suo petto contro la mia schiena, il suo respiro caldo sul collo. Non so spiegare perché, ma ho sentito un brivido che non aveva niente a che fare con la caduta. E poi, cazzo, l’ho sentita: un’erezione che premeva contro l’imbrago, la mia, evidente, e non potevo farci niente.
Nico mi ha abbassato piano, con un controllo che mi ha spiazzato. Non mi ha mollato subito, però. Le sue mani sono scivolate sui miei fianchi, poi sotto la maglietta, come se niente fosse. “Rilassa i muscoli, Luca. Dopo una caduta come questa, servono un paio di minuti per scioglierti,” ha detto, con un tono che sembrava quasi professionale. Ma le sue mani non erano solo rilassanti. Hanno premuto sui miei glutei, forti, decise, e poi una è scesa più in basso, sul perineo, attraverso i pantaloni. Ho trattenuto il fiato, un gemito mi è sfuggito senza che potessi controllarlo.
“Che cazzo fai?” ho chiesto, ma la voce mi è uscita più roca di quanto volessi.
“Ti aiuto a scaricare la tensione,” ha risposto lui, senza smettere di muovere le dita. “Non fare il rigido, tanto siamo solo noi due qui.”
Non so perché non l’ho fermato. Forse perché ero ancora carico dall’allenamento, forse perché quel tocco mi stava mandando fuori di testa. Mi ha spinto contro il materasso, con una mano mi ha abbassato i pantaloncini quel tanto che bastava, lasciando il tessuto a sfregare contro la pelle. La sua altra mano mi ha preso, stretta, e ha iniziato a muoversi, un ritmo lento ma deciso che mi ha fatto stringere i denti per non gemere di nuovo.
“Rilassati, Luca,” ha detto, con quella voce che sembrava un comando mascherato da consiglio. “Non devi sempre tenere tutto sotto controllo.”
Ho chiuso gli occhi, il fiato corto, mentre sentivo il calore delle sue dita e l’odore di sudore misto a magnesio che ci avvolgeva. Poi ho notato che l’altra sua mano si era spostata, aveva preso un po’ di gel da arrampicata dal tubetto che teneva nella tasca. “Serve per lubrificare,” ha detto, quasi ridendo, ma non c’era niente di scherzoso nel modo in cui ha iniziato a esplorare, con un dito, appena oltre l’apertura. Non è andato a fondo, solo la punta, un movimento ritmico, come un pendolo, che mi faceva impazzire. Ogni spinta minima sembrava calcolata per tenermi sul filo, tra il fastidio e un piacere che non volevo ammettere.
“Cazzo, Nico,” ho rantolato, con la voce spezzata. “Che stai facendo?”
“Ti sto portando dove vuoi andare. Non fare finta di niente, lo sento come spingi indietro,” ha risposto, con un tono che mi ha fatto gelare. Non era solo gioco, c’era qualcosa di più, una sicurezza che mi spiazzava.
Ho cercato di riprendere il controllo, spingendo i fianchi contro di lui, come per guidare io il ritmo, ma lui si è tirato indietro di colpo, lasciandomi un senso di vuoto che mi ha fatto quasi imprecare ad alta voce. Sono venuto così, forte, con un gemito che non sono riuscito a soffocare, il corpo che tremava sul materasso. Il cuore mi batteva all’impazzata, e non era solo per l’orgasmo. Era per quello che era appena successo, per come mi ero sentito in quel momento: non io a comandare, ma lui, con quella calma che mi aveva spinto a cedere senza che me ne rendessi conto.
Si è alzato, pulendosi le mani con lo stesso panno di prima, come se niente fosse. “Buon esercizio di fiducia, no?” ha detto, con un sorriso che non sono riuscito a decifrare. Io ero ancora sdraiato lì, con il fiato corto, i pantaloncini mezzi calati e la testa un casino. Ho tirato su il tessuto in fretta, cercando di darmi un contegno.
“Sì, vabbè, è stato strano. Ma figo, dai,” ho detto, tentando di sembrare tranquillo. Dentro di me, però, c’era un groviglio di pensieri. Non ero abituato a sentirmi così, a lasciare che qualcuno prendesse le redini. Ma potevo gestirlo, no? Era solo un gioco, una cosa del momento. Non significava niente.
Nico mi ha guardato per un istante, con quegli occhi che sembravano vedere tutto, poi ha preso la corda e ha iniziato ad arrotolarla. “La prossima volta, vediamo chi cade per primo,” ha detto, con un tono che non capivo se fosse una battuta o una promessa.
Mi sono alzato, le gambe ancora molli, e ho annuito, senza sapere bene cosa rispondere. Ma mentre mettevo via l’imbrago, ho sentito il suo sguardo su di me, e qualcosa mi ha detto che questo “gioco” non era finito. Non ancora.
