Il funerale d’estate
Sono passati solo dieci giorni da quando abbiamo detto addio alla nonna, e la casa in cui sono cresciuta durante le estati sembra già un guscio vuoto. Odora di chiuso, di polvere, di ricordi che non voglio affrontare. Io sono Emma, ho 24 anni, capelli biondo scuro che tengo sempre legati in una coda disordinata, e un corpo che ho scolpito correndo chilometri ogni mattina, come se scappare potesse cancellare il dolore. Ma non funziona. Non oggi. La morte della nonna mi ha spezzato qualcosa dentro, un pezzo di cuore che non so come rimettere a posto. Era la mia roccia, la persona che mi capiva senza bisogno di parole. E ora sono qui, a svuotare la sua casa insieme a Tommaso, mio cugino, che non vedevo da anni.
Tommaso ha 26 anni, una barba incolta che gli dà un’aria da chi non si preoccupa di niente e di nessuno, e tatuaggi discreti che gli spuntano dalle maniche della maglietta, linee nere che raccontano storie che non gli ho mai chiesto. È sempre stato il ribelle della famiglia, quello che da piccoli mi difendeva quando i compagni mi prendevano in giro per le lentiggini o per le gambe troppo magre. Ora fa il meccanico, ha le mani ruvide di chi lavora duro, e un modo di parlare diretto, senza filtri, che a volte mi mette a disagio. Siamo qui per tre notti, dormiamo entrambi sul divano-letto del salotto perché le stanze di sopra sono già state svuotate. Gli zii sono al piano di sopra, ma la casa è grande, e il silenzio tra i muri è così pesante che sembra di essere soli al mondo.
È la seconda sera. Abbiamo passato il giorno a inscatolare piatti, libri, vecchie foto. Ogni oggetto è un colpo al petto. Abbiamo trovato una bottiglia di grappa, quella che la nonna teneva per le occasioni speciali, e Tommaso ha proposto di berne un po’ per “ricordare i bei tempi”. Siamo seduti sul divano, le gambe incrociate, i bicchieri in mano. La luce è fioca, solo una lampada nell’angolo illumina i nostri volti. Fuori piove, un tamburellare costante contro le finestre. Parliamo di lei, di quando ci inseguiva con il cucchiaio di legno perché rubavamo i biscotti appena sfornati. Rido, ma il riso si trasforma presto in un nodo in gola. Mi scappa una lacrima, poi un’altra. Tommaso mi guarda, i suoi occhi scuri sono seri, non come al solito quando fa lo spiritoso.
“Ehi, non fare così,” dice, la voce più morbida di quanto mi aspettassi. Si avvicina, posa il bicchiere sul tavolino. “La nonna non vorrebbe vederti piangere.”
“Non ci riesco,” mormoro, asciugandomi gli occhi con la manica della felpa. “Mi manca troppo. Non so come andare avanti senza di lei.”
Lui non risponde subito. Si limita a mettermi un braccio intorno alle spalle, un gesto che sembra normale, quasi fraterno. Ma c’è qualcosa nel modo in cui mi stringe, una pressione un po’ troppo forte, un po’ troppo lunga. Sento il calore del suo corpo attraverso la stoffa, il profumo di sapone misto a un leggero odore di olio da motore che gli è rimasto sulle mani. Il mio cuore batte più veloce, ma non capisco se è per il pianto o per altro. Mi irrigidisco, però non mi allontano. Non voglio. Ho bisogno di quel contatto, di sentirmi meno sola, almeno per un istante.
“Lo so che fa male,” dice a bassa voce, il suo fiato caldo vicino al mio orecchio. “Ma non sei da sola, okay? Ci sono io.”
Quelle parole mi colpiscono. Alzo gli occhi, incrocio i suoi. C’è qualcosa di diverso nel suo sguardo, un’intensità che non ricordo di aver mai visto. Mi asciugo un’altra lacrima, ma non parlo. Rimaniamo così, in silenzio, il suo braccio ancora intorno a me. Poi, senza pensare, appoggio la testa sulla sua spalla. Lui non si muove, ma lo sento irrigidirsi appena, come se anche lui stesse combattendo con qualcosa dentro. La pioggia fuori continua, e il tempo sembra rallentare. Non so perché, ma il mio respiro diventa più corto, il mio corpo più consapevole della sua vicinanza. È sbagliato? Non lo so. Non voglio pensarci. Non stasera.
Passano minuti, forse un’ora. Non tengo il conto. Abbiamo bevuto un altro bicchiere di grappa, il calore dell’alcol mi scalda lo stomaco, mi annebbia la testa. Parliamo ancora, ma le parole sono più lente, più intime. Gli racconto di come mi sento persa senza la nonna, di come la corsa non basta più a tenermi in equilibrio. Lui mi dice che anche per lui non è facile, che venire qui è come riaprire vecchie ferite. Poi, di colpo, mi guarda e dice: “Sai, non ti vedevo da un sacco. Sei cambiata. Sei… forte, ma fragile. Mi fa strano vederti così.”
Non so cosa rispondere. Il suo tono non è scherzoso, non è il Tommaso di sempre. Mi sento esposta, nuda, anche se ho ancora la felpa addosso. “Anche tu sei cambiato,” riesco a dire, la voce un po’ roca. “Ma sei sempre tu. Quello che mi proteggeva.”
Sorride appena, un sorriso storto, quasi amaro. Poi si avvicina di più, il suo viso a pochi centimetri dal mio. Non capisco cosa sta succedendo, ma il mio corpo lo sente prima della mia testa. Il cuore mi martella nel petto. E poi, senza un perché chiaro, succede. Le sue labbra sfiorano le mie, un contatto leggero, esitante, ma che mi brucia come un ferro rovente. Mi tiro indietro di scatto, gli occhi spalancati. “Che cazzo fai?” sussurro, ma la mia voce trema.
“Scusa,” dice subito, passandosi una mano sulla faccia. “Non so perché l’ho fatto. È solo che… cazzo, Emma, non lo so. Vederti così, sentirti così vicina… mi ha incasinato la testa.”
Lo guardo, il respiro corto. Dovrei essere arrabbiata, dovrei dirgli di smetterla. Ma non ci riesco. C’è una parte di me che vuole quel calore, quella connessione, anche se è sbagliata, anche se non ha senso. “Siamo ubriachi,” dico, più per convincere me stessa che lui. “È solo la grappa.”
“Sì, forse,” risponde, ma non si allontana. E io nemmeno. Restiamo lì, a guardarci, la tensione tra noi così densa che sembra di poterla toccare. Poi, quasi senza volerlo, sono io a sporgermi. Lo bacio, un bacio rapido, quasi un test, come per vedere se mi brucia di nuovo. E brucia. Ma non mi fermo. Le sue mani si posano sui miei fianchi, mi tirano verso di lui. Sento il tessuto della mia felpa scivolare sotto le sue dita, la sua pelle ruvida che mi sfiora la schiena. Mi gira la testa, ma non so se è l’alcol o lui.
“Emma, se vuoi che mi fermo, dimmelo,” mormora contro la mia bocca, la voce bassa, incerta. Ma non glielo dico. Non voglio. Le sue mani risalgono sotto la felpa, accarezzano la mia pelle nuda, e io rabbrividisco. Lo bacio con più forza, le lingue si intrecciano, il sapore di grappa e di qualcosa di più profondo mi riempie la bocca. Siamo ancora sul divano, ma presto ci spostiamo, quasi inciampando, fino a ritrovarci sul tappeto davanti al camino spento. È freddo, ma non ci penso. Non penso a niente, tranne al suo corpo sopra il mio, al peso che mi schiaccia in un modo che mi fa sentire viva.
Ci spogliamo a fatica, i vestiti che si incastrano, i respiri che si mescolano. Lui mi sfila la felpa, io gli tolgo la maglietta. La sua pelle è calda, segnata dai tatuaggi, i muscoli tesi sotto le mie dita. Mi guarda, gli occhi pieni di qualcosa che non riesco a leggere. “Sei sicura?” chiede, la voce rauca.
“Non lo so,” rispondo sinceramente, ma non mi fermo. Gli slaccio i jeans, lui fa lo stesso con i miei leggings. Siamo nudi ora, la luce fioca che illumina i nostri corpi. La sua mano scivola tra le mie gambe, mi tocca con una sicurezza che mi fa tremare. Chiudo gli occhi, il respiro spezzato. “Piano,” gli dico, ma non voglio davvero che rallenti. Lui sorride, un sorriso che mi fa rabbrividire, e continua, le dita che si muovono lente ma decise. Mi mordo il labbro per non fare rumore, gli zii sono di sopra, non possiamo farci sentire.
“Ti piace, eh?” sussurra, la voce bassa, quasi un ringhio. “Dimmi cosa vuoi.”
“Non parlare,” gli rispondo, ma la mia voce è un gemito. “Fallo e basta.”
Si ferma un attimo, mi guarda con un ghigno, poi si china a baciarmi il collo, i denti che sfiorano la pelle. Mi giro, mi metto in ginocchio sul tappeto, le mani appoggiate a terra. Lui si posiziona dietro di me, il suo corpo caldo contro il mio. Sento la sua erezione premere contro di me, dura, insistente. Mi morde la spalla, piano, mentre con una mano mi stringe i fianchi. “Sei pronta?” chiede, e io annuisco, anche se non sono sicura di niente. Solo del fatto che lo voglio.
Entra dentro di me lentamente, e io stringo i denti per non gridare. È un misto di dolore e piacere, una sensazione che mi travolge. Si muove piano all’inizio, ogni spinta un po’ più profonda, un po’ più forte. Il tappeto ruvido mi graffia le ginocchia, ma non ci bado. Sento il suo respiro pesante dietro di me, le sue mani che mi tengono ferma. “Cazzo, Emma, sei strettissima,” mormora, la voce roca. “Non fare rumore, capito?”
“Ci provo,” rispondo, ma un gemito mi sfugge. Lui mi copre la bocca con una mano, le dita che premono contro le mie labbra. Mi muovo con lui, il ritmo che cresce, i nostri corpi che si scontrano con un suono sordo, attutito dal tappeto. L’odore del suo sudore mi riempie le narici, mescolato a quello della polvere e del legno vecchio della casa. Ogni spinta mi fa tremare, il piacere che si accumula dentro di me, pronto a esplodere. “Più forte,” gli dico, la voce soffocata dalla sua mano.
“Shh, cazzo, vuoi svegliare tutti?” risponde, ma lo fa. Spinge più forte, più veloce, e io non resisto più. Vengo con un gemito strozzato, il corpo che si contrae sotto di lui. Lui rallenta, ma non si ferma, continua fino a quando non lo sento irrigidirsi, un ringhio basso che gli sfugge dalla gola mentre si lascia andare dentro di me. Rimaniamo così per un attimo, ansimando, i corpi ancora uniti, il suo peso che mi schiaccia contro il tappeto.
Poi si tira indietro, si sdraia accanto a me. Siamo sudati, il respiro corto. Mi guarda, ma non dice nulla. Io nemmeno. Non c’è bisogno di parole. Ci rivestiamo in silenzio, con gesti lenti, come se quello che è successo fosse un sogno da cui non ci siamo ancora svegliati. La pioggia fuori è cessata, la casa è di nuovo avvolta dal silenzio.
Il giorno dopo, siamo dal notaio per la firma dei documenti. Siamo seduti a un tavolo lungo, gli zii dall’altra parte, che parlano di eredità e carte. Io e Tommaso siamo vicini, troppo vicini. Sotto il tavolo, le nostre mani si sfiorano. Un tocco leggero, quasi impercettibile, ma che mi fa accelerare il cuore. Lo guardo di sfuggita, i suoi occhi incontrano i miei per un istante. Non c’è bisogno di dire niente. Sappiamo entrambi che non è finita.
