Racconti Piccanti
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Lo abbiamo sempre saputo entrambi

Lo abbiamo sempre saputo entrambi

20 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono tornata a casa dei miei genitori con la coda tra le gambe, a 24 anni, dopo che tutto mi è crollato addosso. Il lavoro a Milano, un contratto a tempo che non è mai diventato niente di più, e una relazione che si è sfasciata in meno di sei mesi. Non avevo un soldo per l’affitto, né la forza di ricominciare da zero da qualche altra parte. Così, eccomi qua, nella mia vecchia camera, con le pareti ancora tappezzate di poster sbiaditi dei tempi del liceo. Mi guardo allo specchio e vedo una ragazza minuta, i capelli rossi che mi arrivano alle spalle, gli occhi stanchi. Non sono mai stata brava a tenere a bada il mio carattere, impulsivo, a volte autodistruttivo. Ogni decisione sbagliata che ho preso sembra scritta sulla mia faccia.

Andrea, mio fratello maggiore, non è mai andato via da questa città. A 32 anni, ha messo su un’impresa edile, lavora con le mani, ha sempre i calli e qualche graffio sulle dita. È robusto, con spalle larghe e un’aria di chi ha sempre tutto sotto controllo, anche se il divorzio di un anno fa gli ha lasciato un’ombra nello sguardo. Non ne parla mai, ma si vede che non è più lo stesso. I nostri genitori hanno deciso di vendere la casa dove siamo cresciuti, quella in cui ogni angolo è un ricordo. Hanno già trovato un posto più piccolo, più comodo per loro, e ci hanno chiesto di svuotare tutto in un mese. Un mese a lavorare fianco a fianco, io e Andrea, in una casa che presto non sarà più nostra.

I primi giorni sono un misto di stanchezza e silenzi. Spostiamo scatoloni, dividiamo oggetti, decidiamo cosa tenere e cosa buttare. Ogni tanto apriamo una bottiglia di vino, “per nostalgia”, come dice lui con un mezzo sorriso. Ma non è solo nostalgia. C’è qualcosa che ribolle sotto, qualcosa che non abbiamo mai detto ad alta voce. Litighiamo per stupidaggini, come il fatto che lui vuole buttare via un vecchio tavolo e io no, perché ci facevo i compiti da piccola. Mi guarda con quegli occhi scuri, duri, e io gli rispondo con una rabbia che non so nemmeno da dove venga. Forse è solo che non sopporto di essere tornata qui, di sentirmi un fallimento, e lui è il primo bersaglio che ho a tiro.

Una sera, dopo due settimane di lavoro, siamo nel salotto, circondati da scatoloni mezzo pieni. Abbiamo appena finito di litigare per la vecchia chitarra di nostro padre. Io la voglio tenere, dice che mi ricorda quando ci suonava le canzoni da bambini. Lui dice che non ha senso, che tanto non la suonerò mai, che è solo un ingombro. “Sei sempre stata così, Sara, ti attacchi a cazzate inutili perché non sai lasciar andare niente,” mi sputa addosso, con quella voce bassa, tagliente. Io lo guardo, il sangue mi sale alla testa, e gli urlo: “E tu che ne sai di cosa voglio lasciar andare? Tu che non hai mai avuto il coraggio di andartene da qui!”. Lui stringe i pugni, fa un passo verso di me, e per un attimo penso che stia per urlare anche lui. Invece mi fissa, gli occhi che bruciano, e non so perché, ma sento il cuore battere fortissimo. Non è solo rabbia. È qualcosa che non voglio nemmeno nominare.

Mi avvicino, troppo, e gli dico a bassa voce: “Non sai un cazzo di me, Andrea.” Lui non si tira indietro, il suo respiro è pesante, sento l’odore del vino che abbiamo bevuto. “E tu non sai un cazzo di quello che penso,” risponde, e prima che possa capire cosa sta succedendo, mi tira verso di sé e mi bacia. È un bacio duro, rabbioso, come se stesse cercando di dimostrarmi qualcosa. Io non lo spingo via. Non ci penso nemmeno. Ricambio con la stessa forza, le mani che gli afferrano la maglietta, il cuore che mi esplode nel petto. È sbagliato, lo so, ma in questo momento non me ne frega niente.

Ci spostiamo verso il divano sfondato del salotto, quello su cui guardavamo la tv da bambini. Non parliamo, non serve. Mi siedo a cavalcioni su di lui, i jeans ancora addosso, ma li abbasso quel tanto che basta, con movimenti frettolosi, quasi disperati. Lui mi guarda, le mani ruvide che mi stringono i fianchi, e mi tira i polsi dietro la schiena, bloccandomi. “Smettila di fare la stronza,” mi dice, la voce rauca, “l’abbiamo sempre saputo entrambi.” Quelle parole mi colpiscono come un pugno, perché ha ragione. Lo abbiamo sempre saputo, anche se non l’abbiamo mai ammesso. Lo guardo dritto negli occhi, il suo sguardo è feroce, possessivo, e non dico niente. Non c’è bisogno.

Ma non succede subito. Non siamo animali, non ancora. Lui mi lascia i polsi, le sue mani scivolano sotto la mia maglietta, sulla pelle nuda. Sento i calli ruvidi contro la mia schiena, e mi viene la pelle d’oca. Mi bacia il collo, lento, con una calma che non mi aspettavo, mentre io gli passo le dita tra i capelli, tirando un po’, come per sfogarmi. “Sei sempre stata una peste,” mi sussurra contro la pelle, e io rido, un riso amaro, mentre gli dico: “E tu un rompicoglioni che voleva sempre comandare.” Lui sorride, ma non è un sorriso dolce, è un sorriso che sa di sfida. Mi slaccia il reggiseno con una mano, senza fretta, e io gli lascio fare, anche se una parte di me sta urlando che dovrei fermarmi. Ma non lo faccio. Non voglio.

Gli tolgo la camicia, vedo il suo petto largo, i muscoli definiti dal lavoro manuale, qualche cicatrice qua e là. Passo le dita su una linea bianca vicino alla spalla, e lui mi guarda, quasi imbarazzato. “Un incidente in cantiere,” dice, come se dovesse giustificarsi. Io non rispondo, mi chino e lo bacio lì, sulla cicatrice, mentre lui mi stringe più forte. Le sue mani scendono sui miei jeans, li abbassano di più, insieme alle mutandine, fino alle ginocchia. Sono mezza nuda sopra di lui, vulnerabile, ma non mi sento a disagio. Non con lui. Mi tocca, le dita che esplorano senza vergogna, e io mi mordo un labbro per non fare rumore. “Non fare la timida adesso,” mi dice, con un ghigno, e io gli rispondo: “Chiudi quella cazzo di bocca,” ma sto sorridendo, e lui lo sa.

Ci prendiamo il nostro tempo, anche se l’aria è carica di tensione. Lui si slaccia i pantaloni, li abbassa appena, e io lo aiuto, con mani che tremano un po’. Non di paura, ma di voglia. Quando lo vedo, nudo sotto di me, il cuore mi salta un battito. È reale, è mio fratello, e sto per fare una cosa da cui non si torna indietro. Ma non mi fermo. Mi abbasso su di lui, lentamente, sentendo ogni centimetro, mentre lui mi tiene per i fianchi e mi guida. “Cazzo, Sara,” geme, la voce spezzata, e io gli metto una mano sulla bocca, ridendo piano. “Zitto, non fare casino,” gli dico, anche se so che non c’è nessuno in casa.

Poi inizia sul serio. Mi muovo sopra di lui, prima piano, poi più veloce, i nostri respiri che si mischiano, il rumore del divano che cigola sotto di noi. Lui mi riprende i polsi, li tiene dietro la mia schiena con una mano, mentre con l’altra mi stringe un fianco, dettando il ritmo. Mi guarda negli occhi, non distoglie lo sguardo neanche per un secondo, e mi dice: “Lo sapevi che sarebbe finita così, vero?” Io non rispondo, ma lo so. Lo so da sempre. Mi chino in avanti, il mio petto contro il suo, i capelli che gli cadono sulla faccia, e lo bacio con una disperazione che non so spiegare. Sento il suo odore, un misto di sudore e di legno, il profumo di chi lavora con le mani. I nostri corpi sono appiccicati, caldi, il ritmo è serrato, ma non c’è fretta di finire. Voglio che duri, voglio ricordarmi ogni secondo.

“Cazzo, non fermarti,” mi dice, la voce bassa, quasi un ringhio, e io gli rispondo: “Non ci penso nemmeno, stronzo.” Ridiamo, un riso strano, che sa di complicità e di qualcosa di proibito. Lui mi spinge giù con più forza, i suoi fianchi che si muovono contro i miei, e io mi lascio andare, la testa che si svuota di tutto il resto. Non penso al fallimento, alla casa che stiamo svuotando, a niente. Solo a lui, al suo corpo sotto il mio, al piacere che mi sta dando. Sento il calore che cresce, il cuore che batte all’impazzata, e quando vengo, lo faccio con un gemito che non riesco a trattenere. Lui mi segue poco dopo, stringendomi forte, il respiro affannoso contro il mio collo. “Porca puttana,” mormora, e io rido, esausta, ancora sopra di lui.

Non ci muoviamo subito. Restiamo così, sudati, con i vestiti a metà, il silenzio della casa che ci avvolge. Poi, lentamente, ci rivestiamo, senza dire una parola. Non c’è imbarazzo, ma nemmeno bisogno di spiegare. Ci guardiamo, e basta.

L’ultima notte nella casa, dopo che tutto è stato svuotato, decidiamo di non dormire. Abbiamo finito il lavoro, gli scatoloni sono partiti, i mobili venduti o regalati. La casa è vuota, fredda, ma noi non lo siamo. Passiamo da una stanza all’altra, come un rituale, un addio a ogni angolo di quel posto. Nella mia vecchia camera, mi stendo sul pavimento nudo, lui sopra di me, le sue mani ruvide che mi tengono le gambe aperte. “Ricordi quando litigavamo per chi doveva spegnere la luce?” mi chiede, con un sorrisetto, mentre mi penetra lento, guardandomi in faccia. Io rido, il respiro corto, e gli dico: “E tu che mi chiudevi fuori dalla porta, bastardo.” Lui spinge più forte, e io mi aggrappo alle sue spalle, sentendo i muscoli sotto le dita. “Ora non ti chiudo fuori,” risponde, e non c’è bisogno di aggiungere altro.

In cucina, sono io a spingerlo contro il bancone, gli abbasso i pantaloni con un gesto deciso, e mi inginocchio. Lo prendo in bocca, senza vergogna, mentre lui mi guarda dall’alto, una mano nei miei capelli. “Cazzo, Sara, sei… non ci credo,” dice, la voce spezzata, e io lo ignoro, concentrata solo su di lui, sul suo sapore, sui suoni che fa. Quando si lascia andare, mi tira su e mi bacia, duro, come se volesse riprendersi il controllo. Poi, in salotto, ancora sul divano sfondato, mi prende da dietro, le mani sui miei fianchi, i nostri corpi che sbattono l’uno contro l’altro con un ritmo che sa di rabbia e di bisogno. “Dimmi che lo volevi quanto me,” mi dice, ansimando, e io gli rispondo, senza fiato: “Sempre, cazzo, sempre.” L’odore di sudore, il rumore della nostra pelle, il cigolio del divano: è tutto reale, crudo, e non voglio che finisca.

Nella stanza dei nostri genitori, l’ultima, ci stendiamo sul materasso nudo, senza lenzuola, senza niente. Siamo esausti, ma non ci fermiamo. Mi mette sopra di lui, le sue mani sulle mie cosce, e mi muove come vuole. Io lo guardo, i suoi occhi scuri, il volto stanco ma ancora affamato, e mi abbasso a baciarlo, mentre ci muoviamo piano, quasi con calma, come se fosse l’ultima volta. “Non dimenticherò mai questa casa, ora,” mi dice, con un sorriso amaro, e io gli rispondo: “Nemmeno io.” Veniamo insieme, in silenzio, stringendoci forte, il mondo fuori che non esiste più.

Il giorno dopo, consegniamo le chiavi al nuovo proprietario. Siamo in piedi davanti alla porta, io e Andrea, con le mani in tasca. Non ci guardiamo negli occhi, non parliamo di quello che è successo. Non ce n’è bisogno. La casa non è più nostra, e nemmeno quello che abbiamo fatto dentro quelle mura. È finito lì, e basta.

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