Racconti Piccanti
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Sono la troia di mio cognato

Sono la troia di mio cognato

20 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono Christian, ho 38 anni, e non avrei mai pensato di ritrovarmi in una situazione del genere. Vivo una vita normale, o almeno così sembrava fino a qualche mese fa. Lavoro in un’azienda di logistica, ho una casa in affitto in periferia, una routine tranquilla. Sono sposato con Sara, la sorella di Marco, il mio cognato. È con lui che tutto è cambiato, in un modo che non avrei mai potuto prevedere.

Marco è il tipico uomo che attira l’attenzione senza nemmeno provarci. Ha 42 anni, è alto, robusto, con un fisico che racconta di anni passati in palestra e di un lavoro manuale che lo tiene sempre in movimento. Ha un’aria sicura, quasi arrogante, con quegli occhi scuri che sembrano leggerti dentro e un sorriso che può essere sia amichevole che minaccioso. Non ci siamo mai andati molto d’accordo, non perché ci fosse un motivo preciso, ma perché siamo troppo diversi. Io sono più riservato, lui è diretto, a volte anche troppo. Eppure, c’è sempre stata una strana tensione tra noi, una cosa che non riuscivo a spiegarmi, un misto di fastidio e attrazione che mi mandava in confusione.

Tutto è iniziato durante una grigliata a casa loro, qualche mese fa. Era una giornata afosa di fine estate, il giardino pieno di gente, parenti e amici che ridevano e bevevano. Io ero un po’ in disparte, non sono mai stato il tipo che si mette al centro dell’attenzione. Marco, invece, era il re della festa, con la sua risata forte e le battute che facevano ridere tutti. A un certo punto, mentre stavo portando dentro dei piatti sporchi, mi ha seguito in cucina. Eravamo soli, il rumore della festa attutito dalla porta chiusa.

“Ehi, Christian, sempre così serio, eh? Rilassati un po’,” mi ha detto, appoggiandosi al bancone con una birra in mano. Il suo tono era scherzoso, ma c’era qualcosa nel suo sguardo che mi ha fatto irrigidire. Non so perché, ma ho sentito il cuore battere più forte.

“Non sono serio, sono solo stanco,” ho risposto, cercando di sembrare disinvolto. Ma lui si è avvicinato, troppo vicino. Sentivo l’odore della birra nel suo fiato, mescolato a quello del sudore sulla sua pelle. Non mi sono mosso, anche se avrei dovuto.

“Stanco, eh? Eppure sembri uno che ha bisogno di… scaricarsi,” ha detto, con un ghigno. Non so cosa mi abbia preso, ma quelle parole mi hanno colpito in un modo che non riuscivo a capire. Ho sentito un calore nello stomaco, un misto di imbarazzo e curiosità. Ho borbottato qualcosa e sono uscito, ma quella conversazione mi è rimasta in testa per giorni.

Da lì, le cose hanno iniziato a cambiare. Marco ha cominciato a cercarmi più spesso, con scuse banali: un favore per sistemare qualcosa in casa, una birra insieme dopo il lavoro. Ogni volta, le sue battute erano più pesanti, i suoi sguardi più insistenti. E io, invece di tirarmi indietro, mi sentivo sempre più attratto, come se una parte di me volesse scoprire fino a dove sarebbe arrivato. Mi odiavo per questo. Sono un uomo sposato, non dovrei nemmeno pensarci. Ma c’era qualcosa in lui, nella sua sicurezza, nel modo in cui sembrava comandare ogni situazione, che mi faceva sentire piccolo, vulnerabile. E, in qualche modo, mi piaceva.

Una sera, dopo qualche birra di troppo, è successo il primo episodio che ha cambiato tutto. Eravamo nel suo garage, un posto che usa come officina per sistemare moto e macchine. Mi aveva chiesto di aiutarlo con un pezzo che non riusciva a montare. L’aria era pesante, odorava di olio motore e metallo. Ero sudato, con una maglietta appiccicata addosso, e lui mi guardava in un modo che non lasciava spazio a dubbi.

“Sei proprio un bravo aiutante, sai?” mi ha detto, con quel tono che ormai riconoscevo. Stava scherzando, ma non del tutto. Mi sono sentito arrossire, e ho cercato di rispondere con una battuta, ma lui si è avvicinato. “Sai, Christian, mi piace come stai zitto e fai quello che ti dico. È… eccitante.”

Ho deglutito, non sapendo cosa rispondere. Una parte di me voleva andarsene, ma un’altra, più forte, voleva restare. Marco ha messo una mano sulla mia spalla, una presa ferma, e mi ha guardato dritto negli occhi. “Se vuoi, posso farti vedere cosa significa davvero ubbidire. Ti piacerebbe?”

Non so perché, ma ho annuito. È stato come se il mio corpo avesse deciso prima della mia testa. Lui ha sorriso, un sorriso che mi ha fatto tremare. Mi ha spinto contro il banco da lavoro, con una forza che non mi aspettavo. Mi sentivo in trappola, ma non in un modo spiacevole. “Togliti la maglietta,” mi ha ordinato. L’ho fatto, con le mani che tremavano. Mi sentivo esposto, vulnerabile, ma allo stesso tempo eccitato.

Marco mi ha guardato, passandosi una mano sulla barba corta. “Non sei male, sai? Ora inginocchiati.” Il tono non ammetteva repliche. Mi sono inginocchiato sul pavimento freddo del garage, con il cuore che mi batteva all’impazzata. Lui si è slacciato i jeans, tirando fuori il suo cazzo, già duro. Era grosso, più di quanto immaginassi, e l’odore, un misto di sudore e mascolinità, mi ha colpito come uno schiaffo.

“Prendilo in bocca, dai. Fammi vedere quanto sei bravo,” mi ha detto, con una voce bassa e roca. Non ho avuto il coraggio di dire di no. L’ho preso in bocca, sentendo il sapore salato, la consistenza dura contro la lingua. Non sapevo cosa stavo facendo, ma lui mi guidava, spingendomi la testa con una mano. “Così, bravo. Succhialo bene, troia.”

Quelle parole mi hanno umiliato, ma allo stesso tempo mi hanno acceso qualcosa dentro. Mi sentivo usato, un oggetto per il suo piacere, e in qualche modo questo mi eccitava. Marco gemeva piano, spingendo più a fondo. “Cazzo, sei proprio una puttana. Ti piace, eh?” Non ho risposto, ma il modo in cui lo succhiavo probabilmente diceva tutto. Dopo un po’, mi ha tirato su, con una forza che mi ha fatto quasi perdere l’equilibrio.

“Girati. Voglio il tuo culo,” ha detto, senza giri di parole. Mi sono girato, appoggiandomi al banco da lavoro, con i pantaloni abbassati. Sentivo il suo fiato sul collo, le sue mani che mi stringevano i fianchi. Ha sputato sulla mano, bagnandosi il cazzo, e poi ha iniziato a spingere dentro di me. Il dolore è stato acuto, un bruciore che mi ha fatto stringere i denti, ma lui non si è fermato. “Rilassati, cazzo. Prendilo tutto.”

Ho cercato di rilassarmi, ma non era facile. Sentivo ogni centimetro che entrava, un misto di dolore e piacere che mi confondeva. Marco si muoveva piano all’inizio, ma poi ha accelerato, spingendo con forza. “Ti piace essere inculato, eh? Sei la mia troia, Christian. Dillo.”

“Sì… sono la tua troia,” ho mormorato, con la voce spezzata. Non so perché l’ho detto, ma sentirlo uscire dalla mia bocca mi ha fatto sentire ancora più suo. Lui ha riso, una risata bassa, mentre continuava a scoparmi. Il rumore dei nostri corpi che si scontravano, il suo respiro pesante, l’odore di sudore e sesso che riempiva l’aria: tutto mi stava mandando fuori di testa.

Dopo un po’, si è tirato fuori e mi ha fatto girare. “Apri la bocca,” ha ordinato. L’ho fatto, e lui si è svuotato dentro, con un gemito lungo e profondo. Il sapore era forte, amaro, ma l’ho ingoiato, sentendomi umiliato ma anche incredibilmente eccitato. “Bravo, cazzo. Sei proprio fatto per questo,” mi ha detto, dandomi una pacca sulla spalla come se fossimo amici dopo una partita di calcio.

Mi sono tirato su i pantaloni, con le gambe che tremavano. Non sapevo cosa dire, cosa pensare. Marco si è riallacciato i jeans e mi ha guardato con un sorriso soddisfatto. “Ci vediamo presto, troia. Questo è solo l’inizio.”

Da quella sera, è diventato una specie di rituale. Ogni volta che ci vediamo, trovo un modo per finire da solo con lui, anche se so che è sbagliato. Mi chiama “la sua troia”, mi usa come vuole, e io non riesco a dire di no. Mi ha scopato in ogni modo possibile: in macchina, nel suo garage, persino in un bagno pubblico una volta, con il rischio che qualcuno ci vedesse. Ogni volta è un misto di vergogna ed eccitazione. Mi sento umiliato quando mi ordina di fare cose, come succhiarlo fino a farmelo spingere in gola o farmi inculare mentre mi insulta, ma allo stesso tempo il suo cazzo è diventato una droga per me. Non riesco a smettere di pensarci, di desiderarlo.

Una delle volte più intense è stata qualche settimana fa, nel suo garage di nuovo. Ero andato lì con la scusa di aiutarlo con una moto, ma entrambi sapevamo come sarebbe finita. Appena entrati, mi ha spinto contro il muro, senza nemmeno dire una parola. Mi ha abbassato i pantaloni con uno strattone, e io non ho opposto resistenza. “Ti sei fatto aspettare, cazzo. Ho voglia di sfondarti,” mi ha detto, con quella voce che mi fa tremare.

Mi ha girato di spalle, e ho sentito le sue mani che mi aprivano il culo. Ha sputato direttamente su di me, senza cerimonie, e poi ha iniziato a spingere dentro. Il bruciore iniziale c’era sempre, ma ormai ci ero abituato. Si è mosso con forza fin da subito, senza darmi il tempo di adattarmi. “Cazzo, sei stretto. Ti piace farti inculare così, vero?” mi ha chiesto, ansimando.

“Sì, mi piace,” ho risposto, con la voce roca. Non riuscivo a mentire, non in quel momento. Ogni spinta era un misto di dolore e piacere, e il modo in cui mi parlava, come se fossi un oggetto, mi faceva impazzire. Sentivo il suo cazzo che mi riempiva, i suoi fianchi che sbattevano contro di me, il suo respiro pesante vicino al mio orecchio.

“Sei la mia puttana, Christian. Solo mia. Lo sai, vero?” ha detto, rallentando un attimo per guardarmi negli occhi, girandomi il viso verso di lui. Ho annuito, con il fiato corto. “Dillo, cazzo.”

“Sono la tua puttana,” ho ripetuto, sentendomi piccolo ma eccitato. Lui ha sorriso, soddisfatto, e ha ripreso a scoparmi con più forza. Il banco da lavoro scricchiolava sotto il mio peso, e il rumore dei nostri corpi era l’unica cosa che si sentiva, insieme ai suoi gemiti e ai miei ansiti.

Dopo un po’, si è tirato fuori e mi ha fatto inginocchiare. “Apri la bocca, voglio venirti dentro,” ha detto, con quel tono che non ammette repliche. L’ho fatto, guardandolo negli occhi mentre si svuotava. Il sapore era sempre lo stesso, forte e amaro, ma ormai ci ero abituato. “Brava troia,” mi ha detto, dandomi una pacca sulla testa.

Mi sono rialzato, con il corpo che tremava ancora per l’adrenalina e il piacere. Marco si è riallacciato i pantaloni e ha preso una birra dal frigo del garage, come se niente fosse. “Alla prossima, Christian,” mi ha detto con un sorrisetto, prima di tornare dentro casa. Io sono rimasto lì un attimo, a riprendere fiato, con la testa piena di pensieri ma il corpo ancora eccitato. Non so come sia arrivato a questo punto, ma so che non voglio smettere. Non ancora.

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