Racconti Piccanti
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La collega di mia madre del supermercato

La collega di mia madre del supermercato

19 Marzo 2026·7 min di lettura

Lavoro al supermercato da tre mesi, un part-time serale che mi serve per mettere da parte qualcosa mentre studio. Non è il massimo, ma paga le bollette. E poi c’è un vantaggio inaspettato: ci lavora anche mia madre, responsabile del reparto ortofrutta. All’inizio mi pesava, tutti quei “fai questo, fai quello” davanti ai colleghi, ma col tempo ho imparato a riderci sopra. Tanto, non sono l’unico a subire il controllo parentale: c’è chi ha il padre capo-magazziniere o la zia al banco gastronomia. È un ambiente familiare, nel bene e nel male.

Il vero motivo per cui i turni serali non mi pesano, però, è Antonella. Quarantasei anni, cassiera da una vita, un sorriso che ti scalda anche nelle giornate più di merda. È sposata, ma non ci vuole un genio per capire che non è felice. Lo vedo da come sospira quando pensa che nessuno la guardi, o da come risponde a monosillabi se qualcuno le chiede del marito. Ha un corpo formoso, di quelli che non passano inosservati nemmeno sotto la divisa verde del supermercato. E quel culo, santo cielo. Rotondo, pieno, che sembra sfidare la stoffa dei pantaloni ogni volta che si china per prendere una scatola o sistemare qualcosa. Non lo nascondo, ci ho fatto caso subito.

I nostri flirt sono iniziati piano, quasi per gioco. Durante le pause, mentre fumiamo una sigaretta dietro il magazzino, o quando ci incrociamo tra le corsie vuote verso le nove di sera, con i clienti che ormai sono solo fantasmi. “Hai una faccia da stronzo, lo sai?” mi ha detto una volta, ridendo, mentre le passavo un carrello pieno di cartoni. “E tu una faccia da chi non vede l’ora di farmi un cazziatone,” ho ribattuto. Da lì è partito tutto: battute, sguardi, qualche tocco casuale quando ci passiamo qualcosa. Non so se è solo noia o se c’è davvero qualcosa, ma sento una tensione che mi fa venir voglia di spingermi oltre.

Una sera, mentre stiamo chiudendo, mi si avvicina al banco della frutta. È tardi, siamo solo io, lei e un paio di altri colleghi dall’altra parte del negozio. “Sai, stasera sono sola a casa,” dice, con un tono che sembra casuale ma non lo è affatto. “Mio marito è in trasferta per lavoro, torna domani. Se ti va, puoi passare. Tanto, che fai di meglio?” Mi guarda con quegli occhi scuri, un po’ stanchi ma anche pieni di qualcosa che non riesco a decifrare. Dentro di me si accende un fuoco, ma c’è anche un pensiero che frena: è sposata, cazzo. E se fosse solo un gioco? Però non riesco a dire di no. “Va bene, passo dopo la doccia. Mandami l’indirizzo,” rispondo, cercando di sembrare tranquillo.

Arrivo a casa sua verso le undici. È un appartamento semplice, in un quartiere popolare, con un divano logoro e un odore di cena che aleggia ancora nell’aria. Antonella mi accoglie con una maglietta larga e un paio di leggings che non lasciano nulla all’immaginazione. I suoi capelli castani sono legati in una coda disordinata, e senza trucco sembra più vera, più fragile. “Siediti, vuoi una birra?” mi chiede, andando in cucina. Accetto, e ci mettiamo sul divano a parlare. Parliamo di tutto: del lavoro, di mia madre che mi stressa, del fatto che lei si sente intrappolata in una vita che non ha scelto. A un certo punto, scoppia a piangere. “Non ce la faccio più, capisci? Sono anni che non mi sento viva,” dice tra i singhiozzi. Io non so che dire, così le metto una mano sulla spalla, poi sulla schiena. La stringo un po’, e lei si abbandona al mio tocco. Sento il calore del suo corpo, il profumo del suo shampoo. È un momento strano, intimo, e il mio cuore batte forte. Vorrei baciarla, ma mi trattengo. Non voglio approfittarmi di lei in un momento così.

Poi, però, è lei a fare il primo passo. Si stacca da me, si asciuga gli occhi e mi guarda. “Scusa, non volevo fare la patetica,” dice con un sorriso amaro. “Ma grazie che sei qui.” E senza preavviso, la sua mano scivola sulla mia gamba. Mi guarda negli occhi, e io capisco che non sta scherzando. Le sue dita si muovono lente verso l’alto, e io sento un’ondata di calore che mi fa quasi girare la testa. “Antonella, sei sicura?” le chiedo, con la voce che trema un po’. Lei annuisce. “Sì. Ho bisogno di questo. E lo vuoi anche tu, no?” Non riesco a negarlo. Le sue mani arrivano alla cintura dei miei jeans, slacciano il bottone con una sicurezza che mi spiazza. Tira giù la zip, e io sono già duro solo al pensiero di cosa sta per succedere.

Si inginocchia tra le mie gambe, ancora sul divano, e me lo prende in mano. La sua presa è ferma, decisa, e quando le sue labbra si chiudono su di me, quasi mi scappa un gemito troppo forte. È una sensazione pazzesca, calda, bagnata, e il modo in cui muove la lingua mi fa capire che non sta improvvisando. “Cazzo, Antonella,” mormoro, con le mani che istintivamente le afferrano i capelli. Lei alza lo sguardo, con un sorrisetto che mi manda fuori di testa. “Ti piace, vero?” dice, prima di tornare a succhiarmelo con una fame che mi fa quasi venire subito. Mi controllo a fatica, stringendo i denti, perché non voglio che finisca così presto. La spingo delicatamente indietro, le prendo il viso tra le mani e la bacio. Sa di birra e di qualcosa di salato, ma non mi importa. La voglio, e lo sa anche lei.

“Vieni in camera, voglio sentirti dentro,” mi sussurra, alzandosi e prendendomi per mano. La seguo, con i pantaloni ancora abbassati e il cuore che mi martella nel petto. La sua camera è semplice, un letto matrimoniale con lenzuola stropicciate e una lampada sul comodino che getta una luce soffusa. Si toglie la maglietta, rivelando un reggiseno nero che contiene a stento il suo seno pieno, e poi i leggings, lasciando vedere un paio di mutandine semplici ma aderenti. Il suo corpo è esattamente come lo immaginavo: curve morbide, fianchi larghi, quel culo che mi ha ossessionato per settimane. Mi tolgo la maglietta e i jeans, restando solo con i boxer, e lei mi guarda con un’espressione che è un mix di desiderio e disperazione.

Ci sdraiamo sul letto, e inizio a baciarle il collo, scendendo verso il petto. Le sgancio il reggiseno, e i suoi seni si liberano, pesanti, con capezzoli scuri che si induriscono sotto le mie dita. Li succhio, li mordo piano, e lei geme, inarcandosi verso di me. “Dio, sì, continua,” dice con la voce rotta. Le mie mani scivolano più in basso, sotto le mutandine, e la trovo già bagnata. La tocco con delicatezza all’inizio, poi con più decisione, sentendo il suo respiro che accelera. “Toccami ancora, non smettere,” mi implora, e io obbedisco, infilando due dita dentro di lei mentre con il pollice le sfrego il clitoride. Il suo corpo trema, i suoi gemiti si fanno più forti, e io capisco che sta per venire. “Sto venendo, cazzo, sto venendo,” ansima, stringendomi le spalle. Quando succede, si contrae attorno alle mie dita, e il suo viso è un misto di sollievo e piacere che non dimenticherò mai.

Ma non è finita. Mi guarda, con gli occhi ancora velati, e mi tira verso di sé. “Scopami, adesso,” dice senza giri di parole. Mi tolgo i boxer, e lei si sdraia sulla schiena, aprendo le gambe. Le sue cosce sono piene, la pelle leggermente segnata da smagliature che la rendono ancora più reale. Mi metto sopra di lei, nella posizione del missionario, e le sollevo le gambe sulle mie spalle per andare più a fondo. Mi guida con la mano, aiutandomi a entrare, e quando succede, è come un’esplosione. È stretta, calda, e il modo in cui si muove sotto di me mi fa perdere la testa. “Cazzo, sei perfetto,” mi dice, con le unghie che mi graffiano la schiena. “Più forte, fammi male,” ripete, quasi come un mantra, e io spingo più forte, sentendo il letto cigolare sotto di noi. Il suono dei nostri corpi che sbattono insieme riempie la stanza, insieme ai suoi gemiti e ai miei respiri affannosi. L’odore del suo sudore, misto a quello del sesso, mi inebria. La guardo negli occhi mentre la scopo, e vedo una donna che ha bisogno di sentirsi desiderata, viva. Le sue mani mi stringono il culo, spingendomi ancora più dentro, e io sento che sto per venire. “Sto per venire, Antonella,” le dico, con la voce roca. “Dentro, vieni dentro,” mi sussurra, guardandomi dritto negli occhi. E quando succede, è come un’onda che mi travolge, mentre lei mi stringe forte e mormora un “Grazie” che mi colpisce dritto al cuore.

Rimaniamo così per un attimo, sdraiati, con il fiato corto. Poi mi sposto di lato, e lei si appoggia al mio petto, senza dire niente. Non c’è bisogno di parole. Siamo solo due persone che hanno trovato un momento di sfogo in una vita che, per motivi diversi, ci sta stretta. E per me, va bene così.

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