Racconti Piccanti
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Un giro in spiaggia del cazzo

Un giro in spiaggia del cazzo

17 Marzo 2026·6 min di lettura

Eccomi qua, Vanessa, 26 anni, in vacanza in un villaggio turistico da sogno con Roberto, il mio fidanzato, e un gruppo di amici che non fanno altro che bere, ridere e prendere il sole. Siamo in un posto che sembra uscito da una cartolina: piscine ovunque, bungalow con l’aria condizionata, cocktail a ogni ora del giorno e della notte. Dovrei essere felice, no? E invece, da un paio di giorni, non faccio che lanciare occhiate a Massimo, uno degli amici di Roberto. Non so che cavolo mi prende. Massimo non è il classico figo da copertina, ma ha un modo di fare che ti cattura: alto, spalle larghe, una barba di tre giorni che gli dà un’aria da stronzo sicuro di sé, e quegli occhi scuri che sembrano sempre pronti a sfidarti. Roberto, invece, è il solito, dolce, prevedibile. Dopo tre anni insieme, la scintilla si è un po’ spenta, diciamocelo.

La tensione con Massimo è iniziata in modo subdolo. All’inizio erano solo battute, sguardi un po’ troppo lunghi mentre giocavamo a beach volley o ci passavamo una birra. Poi, ieri, mentre ero sdraiata al sole con gli occhiali da sole, l’ho beccato a fissarmi le cosce. Non ha nemmeno distolto lo sguardo, il bastardo. Mi ha fatto un sorrisetto e ha alzato il bicchiere come per brindare. Io ho sentito un calore che non aveva niente a che fare con il sole di agosto. Mi sono detta: “Vanessa, calmati, sei ubriaca di sole e di mojito, non fare cazzate.” Ma dentro di me qualcosa si era già acceso.

Stasera c’è stata una festa al villaggio, una di quelle serate con musica a palla, alcol a fiumi e gente che balla come se non ci fosse un domani. Abbiamo bevuto come delle spugne, tutti quanti. Roberto, come al solito, dopo qualche birra è crollato. L’ho accompagnato nel nostro bungalow, l’ho messo a letto e sono tornata fuori a prendere aria. Ero sbronza, lo ammetto, ma non abbastanza da non sapere cosa stessi facendo. Massimo era lì, seduto su una sdraio vicino alla piscina, con una birra in mano. Mi ha guardato e mi ha detto: “Ehi, Vane, che fai ancora sveglia? Ti va un giro in spiaggia? Solo per camminare un po’, giuro.”

Ho esitato. Sapevo che dire di sì era come giocare con il fuoco. Ma ero piena di alcol, di noia, di voglia di qualcosa di diverso. Ho scrollato le spalle e ho detto: “Va bene, ma non fare lo stronzo, eh.” Lui ha riso, una risata bassa, di quelle che ti fanno venire i brividi. Abbiamo preso il sentiero che porta alla spiaggia, lontani dalle luci del villaggio. La luna era piena, il rumore delle onde era l’unica cosa che si sentiva, insieme al mio cuore che batteva come un tamburo. Ero nervosa, ma anche eccitata. Ogni tanto le nostre braccia si sfioravano mentre camminavamo, e ogni volta era come una scarica elettrica. Non parlavamo, ma l’aria tra noi era carica, pesante.

Arrivati sulla spiaggia, ci siamo fermati vicino a una vecchia barca abbandonata. Massimo si è girato verso di me, senza dire una parola, e mi ha guardato negli occhi. Poi, senza preavviso, si è avvicinato e mi ha baciato. Un bacio deciso, con la lingua che sapeva di birra e di sale. Sono rimasta di sasso per un secondo, il cervello che urlava: “Che cazzo stai facendo, Vanessa?” Ma il corpo aveva già deciso. Gli ho messo le mani sul petto, sentendo i muscoli tesi sotto la maglietta, e ho ricambiato il bacio con una fame che non sapevo nemmeno di avere. Mi sono detta: “È solo un bacio, non è niente di che.” Ma sapevo che era una bugia.

Ci siamo staccati, ansimando. Lui mi ha guardato con un sorrisetto e ha detto: “Cazzo, Vane, lo sapevamo entrambi che sarebbe successo.” Io ho provato a fare la dura, ma la voce mi tremava: “Non significa niente, okay? Siamo solo sbronzi.” Lui ha annuito, ma i suoi occhi dicevano tutt’altro. Ci siamo seduti sulla sabbia, spalla a spalla, con il respiro ancora corto. Le sue mani hanno iniziato a giocherellare con i lacci del mio pareo, sfiorandomi la pelle della coscia. Ogni tocco era come una scarica, e io non facevo niente per fermarlo. Anzi, ho allargato un po’ le gambe, come per invitarlo. Ero confusa, ma anche incredibilmente eccitata. Non era solo l’alcol, era il fatto che con Massimo mi sentivo viva, desiderata in un modo che con Roberto non provavo più da un pezzo.

Dopo qualche minuto di silenzi e carezze sempre più audaci, Massimo si è chinato verso di me e mi ha sussurrato all’orecchio: “Se vuoi smettere, dimmelo ora.” La sua voce era roca, carica di desiderio. Non ho detto niente, ho solo girato la testa e l’ho baciato di nuovo, più forte di prima. Le sue mani sono scese sotto il pareo, accarezzandomi l’interno coscia, sempre più vicine al bordo degli slip. Io ansimavo già, sentendo il calore crescere tra le gambe. Gli ho messo una mano sul cavallo dei pantaloni, sentendo che era già duro. “Cazzo, Massimo,” ho mormorato, e lui ha riso piano, dicendomi: “Lo so, lo vuoi quanto me.”

Non so cosa mi sia preso. Forse l’alcol, forse la voglia di trasgredire, ma mi sono inginocchiata davanti a lui sulla sabbia fredda. Gli ho slacciato i pantaloncini con mani tremanti, mentre lui mi guardava dall’alto con un’espressione che era un misto di sorpresa e lussuria. Quando ho abbassato i boxer e l’ho visto, ho avuto un attimo di esitazione. Era grosso, turgido, con la pelle tesa e lucida. Ma ormai ero troppo coinvolta per tornare indietro. Gliel’ho preso in mano, sentendo il calore e la durezza sotto le dita, e ho iniziato a muovere la mano su e giù, lentamente. Lui ha emesso un gemito basso, buttando la testa indietro. “Porca troia, Vane, continua così,” ha detto, con la voce spezzata.

Ho abbassato la testa e l’ho preso in bocca, prima solo la punta, poi sempre di più, muovendo la lingua lungo l’asta. Il sapore era salato, un misto di sudore e mare. Lui ha messo una mano tra i miei capelli, senza forzare, ma guidandomi appena. Sentivo i suoi gemiti, il suo respiro sempre più pesante, e questo mi eccitava da morire. Muovevo la testa avanti e indietro, succhiando con più forza, mentre con una mano gli massaggiavo la base. La sabbia mi graffiava le ginocchia, ma non ci facevo caso. Ero completamente persa in quello che stavo facendo, nel potere che sentivo di avere su di lui in quel momento. Ogni tanto alzavo gli occhi per guardarlo: aveva la bocca socchiusa, gli occhi semichiusi, e ogni tanto mormorava: “Cazzo, sì, così, non smettere.”

Dopo qualche minuto, ho sentito i suoi muscoli tendersi. “Vane, sto per venire, cazzo,” ha detto, con la voce tesa. Ho continuato, senza rallentare, sentendo il suo corpo tremare sotto le mie mani e la mia bocca. Poi è esploso, con un gemito profondo, e ho sentito il calore riempirmi la bocca. Ho deglutito, un po’ per istinto, un po’ perché non sapevo cos’altro fare. Lui è rimasto fermo per un attimo, ansimando, poi mi ha aiutato ad alzarmi, guardandomi con un’espressione che non riuscivo a decifrare. Non abbiamo detto nulla. L’odore di sesso e di mare era forte nell’aria, e io mi sentivo stordita, un po’ sconvolta, ma anche soddisfatta.

Ci siamo rivestiti in silenzio, evitando di guardarci negli occhi. Il ritorno al villaggio è stato un cammino lento, pesante. Non c’era bisogno di parlare, sapevamo entrambi che quello che era successo era un casino, ma anche una liberazione. Quando siamo arrivati vicino ai bungalow, Massimo mi ha dato un’occhiata veloce e ha detto: “Ci vediamo domani, Vane.” Io ho annuito, senza aggiungere altro, e sono tornata nella mia stanza, con il cuore che batteva ancora forte e il sapore di lui ancora sulla lingua.

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