La febbre del tradimento
Mi chiamo Clara, ho trentotto anni e un marito che non mi tocca da mesi. Non è che non lo amo, eh, ma Cristo, un uomo deve fare l’uomo, no? Sono stanca di passare le serate a guardare serie TV mentre lui russa sul divano. Ho bisogno di sentirmi viva, di sentirmi desiderata. E così, quando ho conosciuto Luca, un ragazzo di venticinque anni che fa il muratore nel cantiere vicino casa, ho capito che stavo per fare una cazzata. Ma non me ne fregava niente.
Era un giovedì pomeriggio, ero andata a buttare la spazzatura. Lui era lì, a torso nudo, sudato, con i muscoli che guizzavano mentre sollevava una lastra di cemento. Mi ha guardato e ha sorriso, un sorriso da stronzo, di quelli che ti fanno bagnare solo a pensarci. Io, con la mia tuta da casa e i capelli spettinati, mi sono sentita una ragazzina. “Ehi, bella signora, ti serve una mano con quel sacco?” mi ha detto, con una voce profonda che mi ha fatto tremare le gambe. Ho riso, un po’ nervosa, e gli ho risposto: “Non sono una signora, chiamami Clara. E il sacco lo porto da sola, ma se vuoi offrirmi un caffè…”
Non ci è voluto molto. Dopo due chiacchiere siamo finiti nel suo furgone, parcheggiato dietro il cantiere. Non c’era niente di romantico, solo puzza di benzina e sedili sporchi di fango, ma a me non importava. Ero già eccitata, il cuore mi batteva come un tamburo. Lui mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Sai, Clara, sembri una che ha bisogno di essere scopata come si deve. Quel coglione di tuo marito non ti dà quello che vuoi, vero?” Le sue parole mi hanno colpito come uno schiaffo, ma invece di offendermi mi hanno acceso un fuoco dentro. Ho annuito, mordendomi il labbro. “Fammi vedere cosa sai fare, allora,” gli ho risposto, con la voce che tremava.
Luca non ha perso tempo. Mi ha afferrato per i fianchi e mi ha tirato a sé, baciandomi con una violenza che mi ha fatto quasi male. La sua lingua era invadente, mi esplorava la bocca come se volesse possedermi tutta. Le sue mani, ruvide e callose, mi stringevano il culo, premendo così forte che sentivo il tessuto dei leggings tirare. “Cazzo, hai un corpo da troia, lo sai?” mi ha ringhiato all’orecchio, mentre mi mordicchiava il collo. Io ansimavo, già persa. Non ero abituata a essere trattata così, a essere desiderata con quella brutalità. Ma mi piaceva. Mi piaceva da morire.
Mi ha spinto contro il sedile posteriore, facendomi piegare in avanti. Sentivo il suo respiro pesante dietro di me mentre mi abbassava i leggings e gli slip in un solo movimento. “Guarda qua, sei già fradicia,” ha detto, passandomi un dito tra le cosce. Ho gemuto, sentendo il suo tocco ruvido sfregare contro la mia carne sensibile. “Ti prego, non farmi aspettare,” ho quasi implorato, con la voce rotta. Lui ha riso, una risata bassa e cattiva. “Tranquilla, puttana, ti scopo finché non urli.”
Ho sentito il rumore della sua cintura che si slacciava, poi dei pantaloni che cadevano a terra. Mi ha dato uno schiaffo sul culo, forte, facendomi sobbalzare. “Ti piace, eh? Sei una cagna in calore,” mi ha detto, mentre il bruciore si trasformava in un piacere strano, profondo. Non ho avuto il tempo di rispondere, perché un attimo dopo lo sentivo spingere dentro di me, senza preavviso, senza delicatezza. Era grosso, duro, e mi ha riempito con una forza che mi ha fatto vedere le stelle. Ho urlato, un misto di dolore e piacere che mi ha travolto. “Cazzo, sì, così,” ho detto, spingendomi indietro contro di lui, vogliosa di sentirlo ancora più a fondo.
Luca mi scopava senza pietà, ogni colpo era un’esplosione dentro di me. Il furgone oscillava, i vetri appannati dal nostro calore. Le sue mani mi stringevano i fianchi, lasciandomi segni che sapevo sarebbero diventati lividi. Ma non mi importava. Ogni spinta mi faceva perdere un pezzo di me, mi faceva dimenticare chi ero. Non ero più Clara, la moglie frustrata, la donna annoiata. Ero solo una femmina che si lasciava usare, che godeva di essere dominata. “Ti piace il mio cazzo, vero? Dimmi quanto lo vuoi,” mi ha ringhiato, rallentando per un attimo, solo per torturarmi. Io, ansimante, ho risposto: “Sì, cazzo, lo voglio tutto. Scopami più forte, ti prego.” E lui lo ha fatto, aumentando il ritmo finché non ho sentito il piacere montare dentro di me come una marea.
Ma non era solo violenza. A un certo punto, mentre ero ancora piegata in avanti, con il respiro corto e il corpo che tremava, lui si è chinato su di me e mi ha baciato la schiena, con una tenerezza che mi ha spiazzato. “Sei bellissima quando gemi, lo sai?” ha mormorato, con una voce più dolce, quasi umana. Quel contrasto mi ha fatto impazzire ancora di più. Un attimo prima mi insultava, un attimo dopo mi faceva sentire unica. Ho girato la testa per guardarlo, i suoi occhi erano pieni di desiderio, ma anche di qualcosa che non riuscivo a decifrare. “Non fermarti,” ho sussurrato, e lui ha sorriso, tornando a spingere, ma stavolta con una lentezza che mi faceva sentire ogni centimetro di lui.
Mi ha fatto girare, mettendomi supina sul sedile. Le mie gambe erano aperte, tremanti, e lui si è posizionato sopra di me, guardandomi come un predatore guarda la preda. “Adesso ti faccio venire così forte che non ti dimenticherai mai di me,” ha detto, prima di affondare di nuovo dentro di me. Io ho inarcato la schiena, sentendo il piacere crescere a ogni movimento. Le sue mani erano ovunque, mi strizzavano i seni attraverso la maglietta, mi pizzicavano i capezzoli finché non ho urlato. “Cazzo, Luca, sto per venire,” ho detto, con la voce che si spezzava. Lui ha ghignato: “Vieni, troia, vieni sul mio cazzo.” E io l’ho fatto. Un orgasmo così intenso che mi ha fatto tremare tutto il corpo, un’onda che mi ha travolto lasciandomi senza fiato. Ho sentito i muscoli contrarsi intorno a lui, stringendolo, mentre lui continuava a spingere, prolungando il mio piacere fino al limite.
Ma non era finita. Dopo che ho ripreso fiato, lui mi ha guardato con un sorriso malizioso. “Adesso tocca a me,” ha detto, tirandosi fuori. Mi ha ordinato di mettermi in ginocchio sul sedile, e io, ancora stordita dal piacere, ho obbedito senza pensarci. “Apri la bocca, puttanella,” mi ha detto, e io l’ho fatto, sentendomi umiliata ma allo stesso tempo eccitata da quelle parole crude. L’ho preso in bocca, sentendo il sapore di me stessa mischiato al suo. Era duro, pulsante, e io mi sono impegnata a dargli piacere, succhiando e leccando con una voglia che non sapevo di avere. Lui gemeva, stringendomi i capelli con forza. “Cazzo, sì, sei brava, continua così,” mi incitava, e io mi sentivo potente, anche in quella posizione di sottomissione.
Quando è venuto, è stato un’esplosione. Ho sentito il suo calore riempirmi la bocca, e lui ha urlato, un suono gutturale che mi ha fatto rabbrividire. Ho ingoiato tutto, guardandolo negli occhi, sentendomi sporca ma viva. Lui mi ha tirato su, baciandomi con forza, come se volesse reclamarmi ancora. “Sei una cagna perfetta,” mi ha detto, ma stavolta c’era quasi un tono di rispetto nella sua voce. Io ho sorriso, stanca, appagata. “E tu sei uno stronzo, ma sai come farmi godere,” ho risposto, con il fiato corto.
Siamo rimasti lì, sdraiati nel furgone, per qualche minuto. Non parlavamo, ma non ce n’era bisogno. Sapevo che quello che avevo fatto era sbagliato, che tradire mio marito mi avrebbe distrutto se l’avesse scoperto. Ma in quel momento, con il corpo ancora caldo e il cuore che batteva forte, non mi importava. Mi sentivo viva, desiderata, usata nel modo migliore. E mentre Luca mi accarezzava i capelli, con un gesto che sembrava quasi affettuoso, ho capito che non sarebbe stata l’ultima volta. Ero già dipendente da quella sensazione, da lui. E non sapevo se sarei mai riuscita a tornare indietro.
