Racconti Piccanti
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Come sono diventata la troia dei miei cugini (parte 2)

Come sono diventata la troia dei miei cugini (parte 2)

16 Marzo 2026·8 min di lettura

È successo il sesto giorno, o forse il settimo, ho perso il conto. Andrea è entrato in cucina mentre stavo lavando i piatti, mani ancora bagnate, e mi ha guardato in un modo diverso. Non il solito sguardo da stronzo strafatto. Era serio. Quasi… calmo.

«Vieni con me stasera?» ha chiesto, appoggiato allo stipite della porta. «Ti porto in un posto. Solo io lo conosco.»

Non ha aggiunto battute, non ha fatto il solito sorrisetto da presa per il culo. Ha solo aspettato la mia risposta, con le braccia incrociate e gli occhi fissi nei miei.

Ho detto di sì senza pensarci troppo. Forse perché ero stufa di girare in tondo nella stessa casa, forse perché volevo vedere se sotto tutta quella sfacciataggine c’era davvero qualcosa.

Siamo usciti dopo cena, quando Antonio era già chiuso in camera a studiare. Andrea ha preso il motorino, mi ha passato il casco senza dire niente. Ho salito dietro di lui, gli ho messo le mani sui fianchi. Ha acceso il motore e siamo partiti verso la statale, poi abbiamo preso una stradina sterrata che saliva tra gli ulivi. Il vento era tiepido, profumava di terra e resina.

Dopo una decina di minuti si è fermato in un punto dove la strada finiva in un sentiero stretto. Ha spento il motore, ha tirato fuori dalla tasca interna della giacca uno spinello già rollato, bello compatto.

«Tira» ha detto, accendendolo e passandomelo.

Ho tirato una boccata lunga. Lui ha fatto lo stesso. Abbiamo continuato a fumare in silenzio, appoggiati al motorino, guardando il sole che calava dietro le colline. Il fumo ci girava piano intorno, dolce e pesante.

Poi ha iniziato a parlare.

«Sai, da piccolo pensavo che qui avrei finito per ammazzarmi di noia. Invece adesso… non so, mi sembra l’unico posto dove riesco a respirare.» Ha fatto una pausa, ha tirato un’altra boccata. «Con te è diverso. Non devo fingere di essere figo o stronzo tutto il tempo. Posso anche stare zitto.»

Non l’avevo mai sentito parlare così. Niente provocazioni, niente “cuginetta figa”. Solo lui, con la voce un po’ roca dal fumo.

«Perché mi hai portata qui?» ho chiesto.

Ha scrollato le spalle.

«Volevo un posto dove non ci fosse Antonio a rompermi i coglioni. E… non so. Volevo starti vicino senza dover fare il cretino per forza.»

Abbiamo finito lo spinello. Ne ha rollato un altro. Abbiamo fumato ancora, seduti per terra su un telo che aveva portato. Erba secca sotto le gambe, cielo che diventava viola. La tensione cresceva da sola, senza bisogno di parole. Ci siamo sdraiati uno accanto all’altra, spalla contro spalla. Guardavamo le prime stelle.

Non so per quanto tempo siamo rimasti così. Dieci minuti? Mezz’ora? Ci siamo girati verso l’altro nello stesso momento. Occhi negli occhi. Nessuno dei due parlava. Il cuore mi batteva nelle orecchie.

Poi lui ha alzato la mano. Ha posato due dita sulle mie labbra, piano. Non ha detto niente. Solo guardava.

Ho aperto la bocca. Ho fatto scivolare la lingua tra le sue dita. Le ho leccate piano, prima una, poi l’altra. Lui ha sorriso, un sorriso lento, quasi dolce.

«Brava» ha sussurrato. «Continua.»

Ho preso le dita più a fondo. Tre dita. Quattro. Lui le muoveva appena, come se mi stesse scopando la bocca con la mano. Io le succhiavo, le leccavo, le bagnavo tutta. Quando ha provato a infilarmi anche il pollice ho aperto di più, ho lasciato che mi riempisse la bocca intera. Tutta la mano, fino al polso quasi. Saliva che mi colava sul mento. Lui respirava pesante, ma non diceva niente di sporco. Solo mi guardava, incantato.

Poi si è alzato in piedi. Mi ha preso per mano.

«Vieni.»

Mi ha portata in mezzo a dei cespugli alti, dove l’erba era più fitta e nessuno poteva vederci dalla strada. Si è fermato, mi ha guardata dall’alto.

«Inginocchiati.»

L’ho fatto. Le ginocchia sull’erba morbida. Lui si è slacciato i pantaloni, ha abbassato boxer e jeans insieme. Il cazzo era già duro, gonfio, la punta lucida. L’odore era forte, misto a sudore e fumo. Mi ha preso per i capelli, non forte, ma abbastanza da guidarmi.

Ho aperto la bocca. L’ho preso piano all’inizio, solo la cappella, leccandola in cerchio. Lui ha sospirato. Poi ha spinto avanti i fianchi, piano ma deciso. Sempre più in profondità. Io ho rilassato la gola, ho lasciato che entrasse. Mi guidava con la mano nei capelli, ritmo lento ma costante. Dentro e fuori. Sempre più a fondo. Sentivo il suo sapore salato, il calore, il modo in cui pulsava contro la lingua.

«Così… brava… prendilo tutto» ha mormorato, voce bassa.

Ha accelerato. Mi teneva ferma, scopandomi la bocca con movimenti precisi. Io lo guardavo dal basso, occhi negli occhi. Lui ha iniziato a tremare, ha stretto i capelli più forte.

«Sto… sto per venire…»

Non si è tolto. Ha spinto fino in fondo e mi è venuto in gola, fiotti caldi e densi. Ho ingoiato tutto, senza staccare lo sguardo. Ho continuato a succhiare piano mentre lui finiva, finché non ha smesso di pulsare.

Si è chinato. Mi ha preso il viso tra le mani, mi ha alzata in piedi. Poi mi ha baciata. Un bacio vero, profondo, con la lingua che cercava la mia. Sapeva di fumo, di erba, di me stessa. Mi ha tenuto stretta contro di lui per un sacco di tempo, senza dire niente.

Quando ci siamo staccati ha sorriso, stavolta senza malizia.

«Andiamo a casa?»

Ho annuito.

Siamo tornati sul motorino in silenzio. Io dietro di lui, braccia intorno alla vita, testa appoggiata sulla sua schiena.

Non so cosa succederà domani. Non so se era solo la botta dell’erba o se c’è davvero qualcosa. So solo che stanotte, per la prima volta, non ho avuto voglia di spiarlo da lontano.

Volevo solo stare con lui.

Nei giorni che sono seguiti a quella sera nel prato non abbiamo più smesso di cercarci. Non c’era bisogno di parole o di accordi: bastava uno sguardo in cucina, un “vieni un attimo” sussurrato mentre Antonio era in bagno, e ci ritrovavamo in giardino dietro il capanno degli attrezzi, o in camera mia con la porta chiusa a chiave e la finestra socchiusa per sentire se arrivava qualcuno.

Andrea mi trattava come la sua pompinara personale. Non c’era più niente di romantico nel modo in cui mi parlava quando eravamo soli. Mi chiamava “la mia piccola succhiacazzi”, “la troietta della cuginetta”, “la mia gola profonda preferita”. Me lo diceva con quella voce bassa, quasi tenera, accarezzandomi i capelli mentre me lo infilava in bocca fino in fondo. E io… io ci cascavo ogni volta.

Mi faceva inginocchiare sul pavimento freddo della lavanderia, mi abbassava i pantaloncini senza nemmeno slacciare i bottoni, mi infilava due dita in bocca per “prepararmi” e poi mi scopava la faccia con movimenti lenti, quasi pigri. “Apri di più, amore… così… brava, prendilo tutto fino alle palle”. Lo diceva sorridendo, con gli occhi che mi guardavano come se fossi la cosa più bella del mondo. E quella dolcezza lì, quel “amore” buttato lì tra un insulto e l’altro, mi mandava fuori di testa. Mi faceva sentire usata e adorata nello stesso momento. Mi faceva venire voglia di piangere e di venire insieme.

Ogni volta che finiva mi tirava su per le braccia, mi baciava la bocca sporca di saliva e di lui, mi sussurrava “sei perfetta” o “nessuna lo fa come te”. Poi tornavamo in casa separati, come se niente fosse. Io con le labbra gonfie, lui con il solito sorriso strafottente.

Antonio ha iniziato a notare.

All’inizio erano piccole cose. Quando Andrea mi faceva una battuta pesante a tavola – tipo “Debora, hai la bocca sempre pronta, eh?” – io non arrossivo più, non scappavo in camera. Rispondevo con un’alzata di spalle, un sorrisetto, addirittura gli reggevo il gioco. “Magari sì, e allora?” gli dicevo, guardandolo dritto negli occhi. Andrea rideva forte, Antonio invece si irrigidiva. Lo vedevo stringere la forchetta, abbassare lo sguardo sul piatto, poi rialzarlo su di noi con un’espressione che era un misto di confusione e fastidio.

Una sera, mentre guardavamo la tv in salotto, Andrea si è sdraiato con la testa sulle mie gambe. Ha appoggiato i piedi nudi sul bracciolo, vicinissimi alla mia faccia. L’odore era forte, come sempre. Invece di spostarmi ho inspirato piano, ho lasciato che il mio respiro gli sfiorasse le dita. Lui ha sorriso senza guardarmi, ha mosso l’alluce contro la mia guancia. Antonio era seduto sulla poltrona di fronte. Ha spento la televisione di colpo.

«Che cazzo state facendo?» ha chiesto, voce bassa ma tagliente.

Andrea ha alzato le spalle senza muoversi.

«Niente, fratellino. Rilassati.»

Io ho fatto finta di niente, ho spostato piano la testa di Andrea dalle mie gambe e mi sono alzata.

«Vado a dormire. Buonanotte.»

Ma mentre salivo le scale sentivo gli occhi di Antonio che mi seguivano. Non ha detto altro quella sera. Però il giorno dopo mi ha chiesto, in cucina, mentre Andrea era sotto la doccia:

«Debora… tutto okay con lui?»

Ho annuito troppo in fretta.

«Certo. Perché?»

«Boh. Sembri… diversa. Non so. Prima ti dava fastidio quando faceva il cretino. Adesso gli ridi dietro. Sembra che vi siate messi d’accordo su qualcosa.»

Ho riso, nervosa.

«Ma dai, Antonio. È solo che mi sono abituata. È estate, fa caldo, tutti un po’ scemi.»

Mi ha guardato a lungo. Non ha insistito. Ma ho visto che non ci credeva.

Andrea lo sa che il fratello sospetta. E invece di stare più attento diventa più subdolo. Mi manda messaggi quando Antonio è in casa: “Vieni in bagno tra cinque minuti”. Oppure mi sfiora il culo mentre passiamo in corridoio, proprio quando Antonio potrebbe girarsi. Mi sussurra all’orecchio cose tipo “stasera ti faccio ingoiare due volte” mentre apparecchiamo la tavola. E io… io annuisco. Annuisco e sento il cuore che mi batte forte, tra eccitazione e senso di colpa.

So che mi sta usando. Lo so benissimo. Mi usa per sfogarsi, per sentirsi potente, per avere qualcuno che gli dice di sì a tutto senza fare storie. Ma quando mi guarda dopo, quando mi pulisce il mento con il pollice e mi bacia la fronte, quando mi stringe un attimo contro di sé… in quei momenti penso che forse c’è qualcosa di vero. Che forse anche lui è incasinato quanto me.

O forse no. Forse è solo bravo a fingere.

Intanto Antonio diventa sempre più silenzioso. Ci guarda. Non dice niente, ma guarda. E io mi sento sempre più sporca, sempre più innamorata, sempre più persa.

Non so quanto durerà questo gioco. So solo che non riesco a fermarmi.

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