Racconti Piccanti
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Due cazzi tutti per me

Due cazzi tutti per me

16 Marzo 2026·6 min di lettura

Eccomi qua, Alex, diciannove anni, un metro e settanta di pura insicurezza. Sono il classico twink che vedi nei corridoi dell’università e pensi: “Carino, ma troppo timido per combinare qualcosa”. Ho gli occhi grandi, sempre un po’ spalancati come se fossi perennemente sorpreso, e le labbra piene che, a quanto pare, attirano attenzioni che non so gestire. Sono etero, o almeno così ho sempre pensato, ma ultimamente la curiosità mi sta fregando. E il responsabile di tutto questo casino è Diego, il mio migliore amico.

Diego ha ventuno anni, è un armadio a due ante fatto di muscoli e cazzo sicuro di sé. È palestrato, con spalle larghe e un sorriso da stronzo che ti convince a fare cose che non dovresti nemmeno pensare. Da mesi mi stuzzica con battute del tipo: “Dai, Alex, non sei curioso? Solo un assaggio, mica ti sposi”. E io, idiota, rido e arrossisco, ma dentro mi si accende qualcosa che non riesco a spegnere.

È sabato sera, siamo nel dormitorio universitario. C’è stata una festa del cazzo in un’altra ala del palazzo, con birra scadente e musica troppo alta. Ora siamo tornati nella stanza di Diego, solo noi due. La camera puzza di sudore e alcol, con poster di ragazze mezze nude appiccicati alle pareti e una pila di vestiti sporchi nell’angolo. Sono seduto sul letto sfatto, con una birra in mano, mentre Diego è appoggiato alla scrivania, senza maglietta, i muscoli tesi sotto la luce fioca della lampada. Mi guarda con quel ghigno che mi fa sentire piccolo.

“Quindi, Alex, ci pensi mai?” mi chiede, sorseggiando la sua birra. La sua voce è bassa, quasi un ringhio.

“A cosa?” faccio finta di non capire, anche se il cuore mi batte già come un tamburo.

“Lo sai a cosa. Non fare il finto tonto. Ti vedo come mi guardi quando esco dalla doccia.” Si passa una mano sul petto, e io distolgo lo sguardo, rosso come un peperone.

“Ma che dici, sei scemo,” balbetto, ma la mia voce trema. Bevo un sorso per nascondere il nervoso, però lui se ne accorge.

“Non c’è niente di male, sai. Solo un assaggio. Tanto sei curioso, no? Nessuno lo saprà.” Si avvicina, e io sento il calore del suo corpo anche da mezzo metro di distanza. Ha un odore forte, di sudore e colonia da due soldi, ma non mi dà fastidio. Anzi.

“Non lo so, Diego… non è roba per me,” dico, ma non mi muovo. Lui si siede accanto a me, la coscia muscolosa che sfiora la mia, magra e pallida. Mi mette una mano sulla spalla, pesante, e stringe appena.

“Rilassati. Non ti faccio niente che non vuoi. Ma lo vuoi, lo vedo.” La sua mano scivola giù, lungo il braccio, e io non lo fermo. Ho la testa che gira, non so se per la birra o per quello che sta succedendo. Poi mi guarda dritto negli occhi e sussurra: “Scendi. Dai, solo un po’. Voglio vedere come lo fai con quella boccuccia.”

Mi blocco. Voglio dire di no, ma il suo tono, il suo sguardo, il modo in cui mi domina senza nemmeno toccarmi troppo… mi fanno cedere. Con le guance che bruciano, scivolo giù dal letto, mi metto in ginocchio davanti a lui. La moquette è ruvida sotto le ginocchia, e mi tremano le mani mentre gli slaccio i jeans. Lui non dice niente, si limita a guardarmi dall’alto, con un sorrisetto che mi fa sentire una nullità.

Tiro giù la zip, e il rigonfiamento nei suoi boxer mi fa deglutire a vuoto. È grosso, lo vedo anche così, spesso e pesante. Lo tiro fuori, e per un attimo resto fermo, con quella cosa a pochi centimetri dalla mia faccia. Ha un odore forte, muschiato, e la pelle è tesa, lucida. “Dai, non morde,” dice lui, ridendo piano. Con un respiro profondo, mi avvicino e lo prendo in bocca, piano, solo la punta. È caldo, salato, e mi sento un idiota, ma continuo. Muovo la lingua, esitante, mentre lui geme piano sopra di me. “Ecco, così, bravo…”

Sto appena iniziando a prendere un ritmo, con la bocca che si abitua a quella sensazione strana, quando la porta si apre di colpo. Alzo gli occhi, terrorizzato, e vedo Marco, il coinquilino di Diego. Ventitré anni, un altro bestione muscoloso, pieno di tatuaggi che gli coprono le braccia e il collo. Ha i capelli corti, un ghigno da bastardo, e ci sta fissando. Mi blocco, con il cazzo di Diego ancora in bocca, e sento il sangue gelarsi. Voglio alzarmi, scappare, ma Diego mi mette una mano sulla testa, tenendomi fermo.

“Dove vai? Resta lì, troietta,” dice, con un tono che non ammette repliche. “Ora tocca a tutti e due.” Marco chiude la porta dietro di sé, ridendo. “Cazzo, Diego, lo sapevi che era così facile farlo scendere?”

“Te l’avevo detto. Guarda come gli cola la bava, è nato per questo,” risponde Diego, spingendomi la testa più in fondo. Quasi soffoco, ma non mi lascia andare.

Marco si avvicina, slacciandosi i pantaloni. “Succhialo bene, o dopo ti pisciamo pure in bocca,” dice, tirando fuori il suo, altrettanto grosso, ma più lungo. Mi tremano le gambe, ma sono incastrato tra loro due, non ho via di scampo. Diego mi tira via per un attimo, lasciandomi respirare, poi mi spinge verso Marco. “Dai, prova anche questo.”

Mi alterno tra i due, con la bocca che brucia e la mascella che fa male. Prima uno, poi l’altro, mentre loro mi insultano con quel tono tra il divertito e il crudele. “Guarda come lo prende tutto,” dice Marco, mentre Diego ride e mi dà uno schiaffetto sulla guancia. “Sei una piccola troia, eh?”

A un certo punto, Diego mi ordina di leccargli le palle, e io obbedisco, con la lingua che scivola sulla pelle sudata mentre Marco mi tiene la testa e mi spinge contro il suo cazzo. Poi provano a metterli entrambi in bocca, e io quasi non ci riesco, con le labbra tese al massimo e la gola che brucia. Mi colano lacrime dagli occhi, ma loro non si fermano. “Cazzo, guarda come si impegna,” dice Diego, spingendo più forte. È un throat fucking duro, incessante, con i loro gemiti che riempiono la stanza e il rumore della mia bocca che risucchia e soffoca.

La nottata passa così, con me in ginocchio, mentre loro si alternano senza sosta. Vengono a turno, più volte, almeno quattro o cinque ciascuno. Ogni volta mi tengono la testa ferma, mi sborrano in gola, e mi ordinano di tenere tutto in bocca prima di ingoiare. “Non sprecarne nemmeno una goccia,” ringhia Marco, mentre Diego mi guarda con quel ghigno soddisfatto. Il sapore è forte, acre, e mi resta in bocca anche dopo aver ingoiato. Alla fine, si tirano indietro e mi finiscono in faccia, con getti caldi che mi colano sul mento e sul petto. Sono un disastro, con le labbra gonfie e il viso appiccicoso, ma non riesco a muovermi.

Quando hanno finito, mi lasciano lì, in ginocchio, con il fiato corto e il sapore di sperma che mi impregna la lingua. Diego mi dà una pacca sulla spalla, quasi amichevole. “Bravo, Alex. Ci vediamo presto.” Marco ride e aggiunge: “Torna quando vuoi, troietta.” Mi alzo a fatica, con le ginocchia che tremano e il petto bagnato. Esco dalla stanza senza dire una parola, ma dentro di me so già che non riesco più a fare a meno di questa sensazione.

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