Sei la mia marionetta preferita
Sofia, ventisei anni, si guardava allo specchio del camerino con un misto di insicurezza e speranza. Era un’aspirante attrice di teatro per bambini, con un sorriso dolce e una goffaggine che la rendeva adorabile, ma che lei odiava con tutta se stessa. Non si piaceva: le sue curve le sembravano troppo evidenti, i fianchi troppo larghi, il viso troppo tondo. Eppure, quando saliva sul palco con i pupazzi in mano, si trasformava, dimenticava tutto. Quel piccolo teatro di periferia era il suo rifugio, e le prove serali con Matteo, il regista, erano il momento clou della sua settimana.
Matteo, quarantun anni, era un burattinaio di lungo corso, con mani ruvide che sapevano dare vita a qualsiasi marionetta e una voce bassa, ipnotica, che sembrava accarezzare l’aria. Era alto, magro, con una barba corta e grigia che gli dava un’aria vissuta, e occhi scuri che sembravano sempre scrutare troppo a fondo. Sofia si sentiva piccola davanti a lui, ma allo stesso tempo attratta da quella presenza che la metteva in soggezione. Ogni volta che le parlava, con quel tono caldo e profondo, lei si scioglieva un po’, anche se cercava di nasconderlo.
Quella sera, il teatro era deserto. Le prove erano finite da un’ora, ma Matteo le aveva chiesto di restare per “lavorare su un dettaglio della performance”. Il camerino era minuscolo, con pareti scrostate e pupazzi appesi ovunque: conigli, volpi, orsi con sorrisi inquietanti che sembravano osservarli. Sofia era seduta su una sedia da regista, un po’ scomoda, con le mani in grembo che stringevano nervosamente l’orlo della gonna. Matteo era in piedi davanti a lei, con una camicia nera sbottonata sul collo e un’espressione seria, ma con un lampo di qualcosa di diverso negli occhi.
“Sai, Sofia,” iniziò lui, con quella voce che sembrava vibrare dentro di lei, “le vere attrici non si limitano a recitare con le mani o con la voce. Sanno usare anche la bocca per emozionare.” La frase la colpì come un pugno leggero allo stomaco. Sofia arrossì all’istante, abbassando lo sguardo sulle sue scarpe consumate.
“Cosa… cosa intendi?” balbettò, già sapendo che non era una domanda innocente.
Matteo sorrise, un sorriso lento, quasi predatorio. “Intendo che devi imparare a controllare ogni parte di te. A dare tutto, senza vergogna. Vuoi essere brava, no? Vuoi che ti ricordi come un’attrice vera?”
Lei annuì, timida, con il cuore che batteva forte. Non voleva deluderlo. Matteo era il suo mentore, il suo modello. Se lui pensava che questo l’avrebbe aiutata a crescere, be’… forse doveva fidarsi. Anche se dentro di lei una voce le gridava di scappare, un’altra, più profonda, moriva dalla voglia di compiacere, di sentirsi vista, desiderata.
Lui si avvicinò di un passo, torreggiando su di lei. Le sfiorò il mento con le dita, alzandole il viso per guardarla negli occhi. “Brava ragazza,” mormorò, e quelle parole le fecero venire i brividi. Sofia sentì il calore salirle alle guance, ma non distolse lo sguardo. Le sue mani, però, tremavano.
Matteo si tirò indietro per un momento, poi, con un movimento lento e deliberato, iniziò a slacciarsi la cintura. Il suono del metallo che si apriva sembrò amplificarsi nel silenzio del camerino. Sofia spalancò gli occhi, il respiro corto, ma non disse nulla. Era paralizzata, divisa tra l’imbarazzo e una curiosità che non voleva ammettere. Lui abbassò la zip, lasciando che i pantaloni si aprissero appena, e lei intravide il rigonfiamento sotto i boxer neri. Il suo stomaco si strinse.
“Non ti preoccupare,” disse lui, con quella voce sempre calma, quasi ipnotica. “Ti guido io. Passo passo. Tu vuoi imparare, vero?”
Sofia annuì di nuovo, con le guance in fiamme. “S-sì,” sussurrò, la voce tremante. Si sentiva esposta, vulnerabile, ma allo stesso tempo c’era una parte di lei che voleva andare avanti, che voleva dimostrargli qualcosa.
“Allora ascoltami bene,” continuò Matteo, abbassando i boxer quel tanto che bastava per liberarsi. Sofia trattenne il fiato. Lui era lì, davanti a lei, e lei non sapeva dove guardare. “Inizia piano. Usa la lingua, ma tienila piatta, sotto. Niente denti, chiaro? E guardami negli occhi. Voglio vederti mentre lo fai.”
Lei esitò, con le mani che stringevano ancora la gonna. Poi, con un respiro profondo, si sporse in avanti, incerta. La prima sensazione fu strana, un misto di calore e imbarazzo. Fece come le aveva detto, muovendo la lingua con cautela, sentendo il sapore salato sulla bocca. Matteo emise un suono basso, un grugnito di approvazione, e le posò una mano sulla nuca, senza spingere, solo guidandola appena.
“Brava, così,” mormorò. “Non avere fretta. Succhia un po’ di più, piano.”
Sofia sentì le lacrime pungerle gli occhi per l’imbarazzo, ma continuò. Il suo viso era rosso, il cuore le martellava nel petto, ma c’era qualcosa di ipnotico nel modo in cui lui le parlava, nel modo in cui la guidava. Ogni tanto emetteva un piccolo gemito, un piagnucolio involontario, ma non si fermava. La mano di Matteo sulla sua testa era ferma, ma non brutale, e ogni tanto le accarezzava i capelli, come a rassicurarla.
“Prendine di più, adesso,” le disse, spingendo i fianchi appena in avanti. Sofia spalancò gli occhi, sentendosi sopraffatta, ma provò a fare come le aveva chiesto. Lo sentì più in profondità, e un conato le salì in gola, ma si controllò, respirando dal naso come poteva. Lui gemette, un suono gutturale, e lei alzò lo sguardo, incontrando i suoi occhi scuri, pieni di una soddisfazione che la fece arrossire ancora di più.
“Sei proprio brava, lo sai?” le disse, con un sorriso sghembo. “Rilassati, lascia che ti guidi io.” La sua voce era come una carezza, e Sofia, nonostante il disagio, si abbandonò un po’ di più. I movimenti di Matteo divennero più decisi, ma mai violenti, un ritmo lento e controllato che le dava il tempo di adattarsi. Lei cercava di seguire le sue indicazioni, succhiando più forte quando glielo chiedeva, tenendo la lingua sotto come le aveva detto. Il camerino si riempì di suoni: il respiro pesante di lui, i piccoli gemiti di lei, il rumore umido della sua bocca.
Dopo un po’, Matteo le prese il viso con entrambe le mani, tenendola per la mandibola con una presa ferma ma non dolorosa. “Ci siamo, piccola,” grugnì, la voce più rauca. Sofia capì cosa stava per succedere e chiuse gli occhi, il cuore che le batteva all’impazzata. Sentì il calore inondarle la bocca, un sapore forte e acre che quasi la fece tossire, ma lui la tenne ferma, spingendo un’ultima volta con un gemito profondo. Quando si tirò indietro, lei ansimava, con il mento bagnato e gli occhi lucidi. Matteo le passò il pollice sul mento, pulendola con un gesto lento, quasi tenero, e le sussurrò: “Sei la mia marionetta preferita adesso.”
Sofia lo guardò, ancora rossa in viso, con il respiro corto e un groviglio di emozioni in petto. Non disse nulla, ma dentro di sé sentiva una strana soddisfazione, un senso di appartenenza che non si aspettava. Matteo si sistemò i pantaloni con calma, come se nulla fosse, e le sorrise. “Domani torniamo a provare lo spettacolo. Ma ricordati questa lezione, eh?”
Lei annuì, ancora incapace di parlare, mentre lui usciva dal camerino lasciandola sola tra i pupazzi appesi, con il sapore di lui ancora in bocca e un calore confuso che le bruciava dentro.
