La prof di matematica
Anna aveva 47 anni, un’età in cui molte donne iniziano a fare i conti con rughe e capelli grigi, ma lei no. Si teneva in forma, con una disciplina quasi maniacale, e il suo aspetto era sempre impeccabile: tailleur grigi o blu scuro, camicette abbottonate fino al collo, occhiali rettangolari che le davano un’aria da professoressa severa. E lo era, almeno in apparenza. Insegnava matematica al liceo scientifico, e gli studenti la temevano per i suoi modi rigidi, gli interrogazioni a sorpresa e le occhiate che ti gelavano il sangue. Ma dietro quella facciata di ghiaccio, Anna nascondeva un fuoco che la consumava. Ogni volta che uno dei suoi studenti più carini – quei ragazzi con le spalle larghe, i capelli spettinati e l’aria un po’ smarrita – rispondeva male a un’equazione, lei si immaginava scenari che non aveva il coraggio di confessare nemmeno a se stessa. Di notte, nella solitudine della sua camera da letto, si abbandonava a fantasie oscene, pensando a mani inesperte che la toccavano, a bocche giovani che le davano piacere. Era una depravata, lo sapeva, ma non le importava.
Matteo era uno di quei ragazzi che la facevano impazzire. Venti anni, ripetente per la seconda volta, un disastro in matematica. Ma dio, quanto era bello. Alto, magro ma con i muscoli definiti di chi fa sport senza pensarci troppo, capelli castani che gli cadevano sempre sugli occhi verdi, e un viso che sembrava scolpito, con zigomi alti e una mascella che poteva tagliare il vetro. E poi c’era quella timidezza che lo rendeva irresistibile: arrossiva per un nonnulla, balbettava quando lei lo chiamava alla lavagna, abbassava lo sguardo se solo lo fissava un secondo di troppo. Anna lo aveva notato dal primo giorno di scuola, e da allora non riusciva a toglierselo dalla testa.
Quel pomeriggio, un giovedì di fine ottobre, Anna aveva organizzato un’interrogazione di recupero a casa sua. Non era una cosa insolita, lo faceva spesso con gli studenti in difficoltà, ma con Matteo era diverso. Lo aveva invitato con una scusa banale, un “dobbiamo recuperare i buchi del programma”, ma dentro di sé sapeva che voleva di più. Molto di più. Quando lui suonò il campanello, Anna si controllò allo specchio un’ultima volta: tailleur grigio perla, gonna appena sopra il ginocchio, capelli raccolti in uno chignon ordinato. Sembrava una suora, ma sotto quella gonna indossava un perizoma nero che la faceva sentire una donna diversa, una donna che non aveva paura di prendere quello che voleva.
Matteo entrò con un sorriso timido, lo zaino sulle spalle e un quaderno stropicciato in mano. “Buongiorno, professoressa,” mormorò, evitando il suo sguardo. Anna lo fece accomodare nello studio, una stanza piccola con una scrivania di legno, una sedia girevole e pile di libri ovunque. “Siediti, Matteo,” disse lei, con un tono che cercava di essere professionale ma che tradiva una certa tensione. Lui obbedì, posando lo zaino a terra e tirando fuori il quaderno. Anna si avvicinò alla scrivania, ma invece di sedersi sulla sedia accanto a lui, si appoggiò al bordo del tavolo, proprio di fronte. La gonna si sollevò appena, mostrando un accenno di coscia. Matteo abbassò gli occhi, il viso già rosso come un peperone.
“Allora, vediamo se hai studiato,” iniziò lei, incrociando le braccia e guardandolo con un sorrisetto ironico. “O devo pensare che hai passato il weekend a fare altro?” Lui balbettò qualcosa di incomprensibile, e Anna sentì una scarica di eccitazione. Era così vulnerabile, così maledettamente attraente. Si chinò leggermente in avanti, lasciando che la camicetta mostrasse un po’ di décolleté. “Sai, Matteo, a volte mi chiedo se sei davvero così imbranato o se lo fai apposta per attirare la mia attenzione.” Lui alzò lo sguardo, sconvolto, e lei rise piano. “Rilassati, sto scherzando. O forse no.” Dentro di sé, però, Anna era un vulcano. Ogni parola, ogni gesto, era calcolato per farlo crollare.
Dopo qualche minuto di spiegazioni inutili – tanto lui non capiva nulla e lei non aveva voglia di insegnare – Anna decise di fare il passo successivo. Si sedette sulla scrivania, proprio davanti a lui, e accavallò le gambe, lasciando che la gonna salisse un po’ di più. “Sai qual è il tuo problema, Matteo?” disse, con voce bassa, quasi un sussurro. “Non ti concentri. Ma io so come aiutarti.” Lentamente, senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi, allargò le gambe sotto la gonna, mostrando il bordo del perizoma nero. Matteo sgranò gli occhi, il respiro corto. “Professoressa, io… non capisco…” balbettò, ma lei lo interruppe con un sorriso malizioso. “Shh. Non serve capire. Devi solo risolvere l’equazione con la lingua.”
Quelle parole lo colpirono come uno schiaffo. Anna vide il panico nei suoi occhi, ma anche qualcos’altro: desiderio, curiosità. Scese dalla scrivania, si avvicinò a lui e gli posò una mano sulla spalla. “Non fare il timido. Lo so che ci pensi. Lo vedo come mi guardi quando credi che non ti noti.” Lui deglutì rumorosamente, incapace di rispondere. Anna gli prese il mento con due dita e lo costrinse a guardarla. “Inginocchiati,” ordinò, con un tono che non ammetteva repliche. Matteo esitò, ma poi, come ipnotizzato, si abbassò davanti a lei. Anna sollevò la gonna fino ai fianchi, mostrando il perizoma aderente e la pelle liscia delle cosce. “Avanti, fai il bravo ragazzo,” mormorò, spingendolo delicatamente verso di sé.
I preliminari furono lenti, quasi tortuosi. Matteo, con mani tremanti, le sfiorò le cosce, la pelle calda e morbida sotto i polpastrelli. Anna emise un gemito basso quando lui le baciò l’interno della gamba, vicino all’inguine, il respiro caldo che le sfiorava la zona più sensibile. “Non essere timido, cazzo,” gli disse, con un sorriso ironico, passandogli una mano tra i capelli. “Leccami come si deve.” Lui obbedì, spostando il perizoma con le dita e iniziando a esplorarla con la lingua, goffo ma pieno di voglia. Anna si appoggiò alla scrivania, le gambe che tremavano appena, e lo guidò con parole dure ma incoraggianti. “Così, bravo, proprio lì… non ti fermare, piccolo idiota.” Ogni insulto dolce era un gioco, un modo per dominarlo e allo stesso tempo spingerlo a darle di più. L’odore del suo desiderio riempiva la stanza, un misto di sudore e eccitazione, mentre i suoni umidi delle sue carezze la facevano impazzire.
Dopo lunghi minuti di quel tormento delizioso, Anna lo fece rialzare. “Basta, ora tocca a me,” disse, con un ghigno. Lo spinse sulla sedia girevole, slacciandogli i jeans con mani esperte. Matteo era duro come il marmo, e lei rise piano vedendo quanto fosse imbarazzato. “Non ti preoccupare, ci penso io,” gli sussurrò, prima di abbassarsi e prenderlo in bocca per qualche istante, giusto per farlo gemere. Poi si rialzò, si tolse il perizoma e si sedette sopra di lui, a cavalcioni, la gonna ancora arrotolata sui fianchi. “Tieniti forte,” gli ordinò, mentre si abbassava lentamente, accogliendolo dentro di sé. La sensazione era intensa, quasi dolorosa per quanto lo desiderava. Matteo ansimava, le mani che le stringevano i fianchi, il viso contorto dal piacere. “Cazzo, professoressa…” mormorò, e lei rise. “Chiamami Anna, idiota. E muoviti un po’, non fare il morto.”
Il sesso fu selvaggio, ma controllato. Anna lo cavalcava con ritmo deciso, i fianchi che si muovevano in cerchi lenti e poi più veloci, la sedia che cigolava sotto il loro peso. Ogni spinta era calcolata, ogni gemito un misto di piacere e dominio. Lui le stringeva le natiche, poi le sfiorava i seni attraverso la camicetta, e lei lo lasciava fare, godendosi la sua inesperienza. “Così, bravo, continua,” gli diceva, la voce roca, mentre il sudore le scivolava lungo la schiena. L’odore dei loro corpi, il suono dei loro respiri affannosi, tutto contribuiva a rendere quel momento reale, sporco, perfetto. Anna lo portò al limite più volte, rallentando quando sentiva che stava per cedere, fino a che non resistette più. Matteo venne con un gemito strozzato, il corpo che tremava sotto di lei, e Anna lo seguì poco dopo, stringendolo forte mentre il piacere la travolgeva.
Quando tutto finì, Anna si rialzò, si sistemò la gonna e gli diede un sorriso soddisfatto. “Bene, Matteo. Direi che hai passato l’interrogazione. Da oggi sarai il mio ripetente privato. Ci vediamo due volte a settimana, chiaro?” Lui, ancora stordito, annuì, un sorriso timido che gli illuminava il viso. “Chiaro, professoressa… cioè, Anna.”
