Racconti Piccanti
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Una corsa bagnata da ricordare

Una corsa bagnata da ricordare

11 Marzo 2026·8 min di lettura

Eccomi qui, zuppa come un pulcino, seduta sul sedile posteriore di un taxi che puzza di deodorante da due soldi e di sudore vecchio. Sono le tre di notte, fuori piove a dirotto, e io, Camilla, 27 anni, sto tornando a casa dopo una serata di merda in discoteca. Non ho rimorchiato nessuno, ho solo bevuto troppo e ballato con delle tipe che nemmeno conosco. I miei tacchi sono un disastro, la gonna di pelle mi si appiccica alle cosce, e i capelli sembrano un nido di topi. Sono incazzata nera, ma non con il mondo: con me stessa. Avrei potuto starmene a casa con una serie tv, invece no, ho voluto fare la figa.

Il tassista, un tipo sulla quarantina, si chiama Ahmed. L’ho letto sul cartellino appeso allo specchietto. Ha la pelle olivastra, un po’ di barba incolta, e un sorriso gentile che mi ha fatto subito. Non è un gran figo, ma c’è qualcosa nei suoi modi calmi che mi tranquillizza. Ha gli occhi scuri, profondi, e ogni tanto mi guarda dallo specchietto retrovisore per chiedermi se sto bene. “Tutto ok, signorina? È sicura che non vuole che accendo il riscaldamento?” La sua voce ha un accento straniero, ma parla un italiano perfetto. Io grugnisco un “sto bene” e mi appoggio al finestrino, guardando la pioggia che scroscia sul vetro. La strada verso la periferia è lunga, ci vuole almeno una quarantina di minuti, e io non ho niente da fare se non rimuginare sulla mia serata di schifo.

Mentre il taxi sobbalza su una buca, sento un calore strano nello stomaco. Non so se è l’alcol o la rabbia, ma all’improvviso mi viene un’idea del cazzo. Ahmed è stato gentile, no? Mi ha persino offerto una bottiglietta d’acqua quando sono salita, tutta fradicia. E io, beh, sono frustrata. Non ho avuto quello che volevo stasera, e ora mi ritrovo a fissare il suo collo robusto, le sue mani grandi sul volante. Mi mordo il labbro. “Che cavolo sto pensando?” mi dico. Ma poi, perché no? Tanto sono già un disastro, tanto vale fare qualcosa di stupido per sentirmi viva.

Allargo un po’ le gambe sul sedile posteriore. La gonna si tira su, scoprendo le cosce pallide e un po’ appiccicose per la pioggia e il sudore. So che può vedermi dallo specchietto, e infatti i suoi occhi ci cascano sopra per un istante. Torna subito a guardare la strada, ma io sorrido tra me e me. Mi piace l’idea di provocarlo. Con un movimento lento, faccio scivolare una mano tra le gambe, sotto la gonna. Non sto ancora facendo niente di serio, solo sfioro la stoffa degli slip con le dita. Il cuore mi batte più forte. È una cazzata, lo so, ma non riesco a fermarmi. “Che stai facendo, Camilla?” mi chiedo, ma la risposta è che non me ne frega niente.

“Signorina, tutto bene lì dietro?” chiede lui, con la voce un po’ incerta. Mi sta guardando di nuovo nello specchietto, e io faccio finta di niente, ma continuo a toccarmi, stavolta più decisa. “Sì, tutto ok,” rispondo con un tono che sembra una sfida. Lo vedo deglutire. La tensione nell’abitacolo si taglia con il coltello. Fuori la pioggia non smette, il rumore delle gocce sul tetto è quasi ipnotico. Io apro le gambe un po’ di più, e ora sto proprio giocando con me stessa, senza vergogna. Non dico niente, ma i miei occhi incontrano i suoi nello specchietto. Lui serra la mascella, e dopo un paio di minuti di silenzio pesantissimo, accosta il taxi in una stradina sterrata, lontano dalle luci della strada principale. Spegne il motore. Il cuore mi martella nel petto, ma non ho paura. Sono eccitata da morire.

Scende dal posto di guida e apre la portiera posteriore, quella vicino a me. La pioggia gli bagna subito la camicia, che si appiccica al petto largo, mostrando i contorni di un fisico tozzo ma muscoloso. “Che stai facendo?” mi chiede, la voce bassa, quasi un ringhio. Io sorrido, un po’ sfacciata. “E tu che stai facendo, Ahmed? Non dovresti guidare?” Lui scuote la testa, si passa una mano tra i capelli bagnati. “Non fare la furba. Lo sai cosa stai facendo.” Io mi sposto verso di lui, ancora seduta, e gli faccio segno con un dito di avvicinarsi. “Vieni qui, allora.”

Non se lo fa dire due volte. Si piega dentro l’abitacolo, e la sua mano mi afferra il polso, fermando i miei movimenti. Il suo tocco è ruvido, caldo, e mi fa venire la pelle d’oca. Mi guarda negli occhi, e per un attimo penso che mi dirà di smetterla. Invece, con l’altra mano mi tira la gonna più su, scoprendo del tutto le mie cosce e gli slip neri che ormai sono fradici, e non solo di pioggia. “Sei proprio una stronza,” mormora, ma c’è un sorriso nei suoi occhi. Io rido. “E tu sei un pervertito che guarda le clienti dallo specchietto.” Ci scambiamo uno sguardo complice, e poi la sua bocca si avvicina alla mia. Non ci baciamo subito, però. Prima mi sfiora il collo con le labbra, il suo respiro caldo mi fa rabbrividire. Odora di pioggia e di un dopobarba economico, ma non mi dispiace. Con le mani gli afferro la camicia bagnata, tirandolo più vicino.

Cominciamo a baciarci, e non è dolce, è famelico. La sua lingua spinge contro la mia, e io gli mordo il labbro inferiore, facendolo grugnire. Le sue mani scendono, mi afferrano i fianchi, poi una si infila sotto la gonna e mi strappa quasi gli slip. “Attento, cazzo,” gli dico ridendo, e lui risponde: “Non rompermi i coglioni, tanto sei già un casino.” Ha ragione, e questo mi fa ridere ancora di più. Mi tocca, le sue dita ruvide mi esplorano piano, facendomi gemere contro la sua bocca. Io gli sbottono la camicia con mani tremanti, scoprendo un petto peloso e sudato, ma caldo. Gli passo le unghie sulla pelle, e lui si lascia sfuggire un “cazzo” sottovoce.

Non c’è fretta, ma la voglia ci divora. Mi fa stendere sul sedile posteriore, reclinandolo il più possibile. La portiera è ancora aperta, e la pioggia ci bagna, gocciolando sui nostri corpi. Fa freddo, ma non me ne frega niente. Mi tira via gli slip del tutto, lasciandoli cadere sul pavimento del taxi, e si abbassa tra le mie gambe. La sua bocca è calda, ruvida per la barba, e mi fa impazzire. Stringo le mani nei suoi capelli, tirando forte mentre lui mi lecca con una calma che mi manda fuori di testa. “Oh, cazzo, Ahmed, non fermarti,” gli dico, e lui ride contro di me, un suono che mi fa vibrare tutta. “Tranquilla, non ho mica fretta.”

Dopo un po’, si tira su, i jeans tesi all’inverosimile. Si slaccia la cintura, abbassandosi i pantaloni quel tanto che basta per tirarlo fuori. Non sto a fare complimenti: è grosso, duro, e io lo voglio. Mi metto a sedere un attimo, lo prendo in mano, sentendo il calore e la consistenza. Lui geme, appoggia una mano sulla portiera aperta per reggersi. “Cazzo, Camilla,” dice, e io gli faccio un sorrisetto prima di chinarmi e prenderlo in bocca per qualche secondo, giusto per sentirlo. Ha un sapore salato, forte, misto a pioggia. Poi mi tira indietro per i capelli, non con violenza, ma con decisione. “Basta, sennò finisco subito.”

Mi fa stendere di nuovo, le gambe spalancate, una che pende fuori dalla portiera aperta. La pioggia mi bagna la faccia, le cosce, e lui si posiziona sopra di me, tenendosi con un braccio sul sedile per non schiacciarmi. Entra piano all’inizio, e io mi mordo il labbro per non urlare. È una sensazione piena, intensa, e ogni movimento mi fa stringere i muscoli. “Cazzo, sei stretta,” grugnisce lui, e io gli rispondo ansimando: “Muoviti, dai, non fare il delicato.” Ride, e poi inizia a spingere più forte, un ritmo costante che mi fa sbattere la testa contro il sedile. Il rumore dei nostri corpi che si scontrano si mescola al suono della pioggia, e l’odore di sudore e sesso riempie l’abitacolo. Gli stringo le spalle, affondando le unghie nella sua pelle, e lui mi morde il collo, lasciandomi un segno che domani dovrò coprire. “Più forte,” gli dico, e lui obbedisce, facendomi gemere così forte che quasi mi vergogno. Quasi.

Dopo un po’ cambio posizione, mettendomi a carponi sul sedile, il culo in alto, la testa vicina alla portiera opposta. Lui mi afferra i fianchi, le mani bagnate che scivolano sulla mia pelle, e rientra con una spinta decisa che mi fa sfuggire un gridolino. “Ti piace, eh?” mi chiede, la voce roca, e io rispondo tra un ansimo e l’altro: “Chiudi il becco e scopami.” Lo sento ridere, ma obbedisce, spingendo con un ritmo che mi fa tremare le gambe. La pioggia mi bagna la schiena, gocciolando dentro dal lato aperto, e il freddo mi fa venire la pelle d’oca, ma il calore tra noi è una fornace. Vengo con un grido soffocato, stringendomi attorno a lui, e pochi secondi dopo lo sento irrigidirsi, gemere forte e uscire appena in tempo, schizzandomi sulla schiena. Restiamo fermi un attimo, ansimando, mentre la pioggia lava via tutto.

Ci sistemiamo in silenzio, io mi tiro giù la gonna, lui si riabbottona i jeans. Sono un disastro, bagnata di pioggia e di altro, ma non mi importa. Mi sento viva, per la prima volta stasera. Ahmed mi guarda, un sorrisetto storto sulle labbra. “Beh, questa corsa non me la scordo,” dice. Io rido, appoggiandomi al sedile. “Nemmeno io.” E con questo, richiude la portiera, torna al posto di guida, e ripartiamo sotto la pioggia, come se nulla fosse successo.

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