Racconti Piccanti
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Scopata veloce col riparatore

Scopata veloce col riparatore

11 Marzo 2026·9 min di lettura

Laura aveva 43 anni, un corpo ancora tonico nonostante gli anni e due figli ormai grandi, e un matrimonio che, diciamocelo, era più un’abitudine che un fuoco di passione. Suo marito, Marco, era un tipo tranquillo, un impiegato che tornava a casa alle sei in punto con la camicia sgualcita e poca voglia di parlare. Non che Laura si lamentasse troppo: la routine le andava bene, le dava una specie di sicurezza. Però, cazzo, ogni tanto aveva bisogno di qualcosa che la scuotesse, che le ricordasse che era ancora viva. Ed è qui che entrava in gioco Giovanni.

Giovanni aveva 49 anni, un metro e ottanta di muscoli un po’ appesantiti dall’età, ma con delle mani grandi e ruvide che sapevano cosa fare, e non solo con le lavatrici. Era il tecnico che chiamavano ogni volta che qualche elettrodomestico in casa decideva di fare i capricci. Capelli grigi tagliati corti, una barba di due giorni che pungeva da morire, e un sorrisetto sempre stampato in faccia, di quelli che ti fanno capire che sa perfettamente cosa vuoi, anche se non lo dici. Con Laura c’era un tacito accordo: lui arrivava, fingeva di trafficare con la lavatrice, e poi finiva per trafficare con lei. Niente chiacchiere, niente promesse, solo sesso crudo e veloce, e poi ognuno per la sua strada.

Era un giovedì pomeriggio, uno di quei giorni grigi in cui non hai voglia di fare un cazzo. Laura era in cucina, con un grembiule legato in vita, intenta a pelare patate per la cena, quando squillò il telefono. Era Giovanni. “La lavatrice perde ancora acqua, vero? Passo tra mezz’ora.” La sua voce era rauca, con quel tono che non lasciava spazio a dubbi: non era lì per la lavatrice. Laura sentì una scarica lungo la schiena, ma rispose con un secco “Va bene”, cercando di non tradire l’eccitazione. Il problema era che Marco era a casa. Aveva preso un giorno di ferie per sistemare delle carte, ed era seduto in salotto a guardare un documentario sugli squali con l’espressione di chi vorrebbe essere ovunque tranne lì.

Laura si guardò allo specchio della cucina, sistemandosi i capelli castani che iniziavano a mostrare qualche filo grigio. Non era una modella, ma aveva un bel viso, con zigomi alti e occhi verdi che sapevano essere maliziosi quando voleva. Il suo corpo era morbido nei punti giusti: fianchi larghi, un seno pieno che tendeva ancora a sfidare la gravità, e un culo che, beh, faceva il suo dovere. Indossava una maglietta aderente e dei leggings neri, niente di sexy, ma sapeva che a Giovanni non serviva molto per accendersi. Il problema era Marco. Doveva inventarsi qualcosa, e in fretta.

Quando il campanello suonò, Laura quasi lasciò cadere il coltello che aveva in mano. “Vado io,” disse a Marco, asciugandosi le mani sul grembiule. Aprì la porta e trovò Giovanni, con la sua solita tuta da lavoro blu, una borsa degli attrezzi in spalla e quel ghigno che la faceva già bagnare. “Ciao, Laura,” disse, con un tono basso, quasi un sussurro. Lei gli fece segno di tacere, indicando con un cenno il salotto. “Mio marito è in casa,” mormorò, ma nei suoi occhi c’era già quella scintilla di sfida. Giovanni alzò un sopracciglio, per niente preoccupato. “E quindi? Dico che la lavatrice è da controllare, no?”

Laura lo fece entrare, cercando di mantenere un’espressione neutra. Marco si alzò dal divano, con la sua solita aria stanca. “Chi è?” chiese, senza troppo interesse. “Il tecnico della lavatrice,” rispose Laura, con un tono che sperava sembrasse normale. “Perde ancora acqua, devo farla vedere.” Marco annuì, tornando a sedersi. “Va bene, fate pure. Io guardo la tele.” Laura tirò un sospiro di sollievo, ma dentro di sé sentiva il cuore battere all’impazzata. Non era solo il rischio di essere scoperti; era il pensiero di quello che sarebbe successo una volta che Marco fosse stato fuori dai piedi.

Giovanni si mise a trafficare con la lavatrice in lavanderia, facendo un po’ di rumore per dare l’impressione di lavorare. Laura lo raggiunse con la scusa di portargli un bicchiere d’acqua. “Dobbiamo essere veloci,” sussurrò, avvicinandosi a lui. Il suo odore, un misto di sudore e olio da motore, le fece girare la testa. Giovanni la guardò, con quegli occhi scuri che sembravano spogliarla senza nemmeno toccarla. “Trova una scusa per farlo uscire,” disse, sfiorandole il fianco con una mano. Quel contatto, anche se leggero, le fece venire la pelle d’oca. Laura annuì, tornando in cucina con le guance arrossate.

“Marco,” chiamò, cercando di sembrare casuale. “Ti dispiace andare a prendere il detersivo per la lavatrice? Ho finito quello che usiamo di solito, e il tecnico dice che serve per fare una prova.” Marco sospirò, alzandosi dal divano con la lentezza di un bradipo. “Non può usare quello che c’è?” chiese, ma Laura insistette. “No, dice che è importante il tipo giusto. Dai, è qui vicino, fai in un attimo.” Alla fine, Marco cedette, prese le chiavi e uscì, borbottando qualcosa sugli squali che erano più interessanti.

Appena la porta si chiuse, Laura corse in lavanderia. Giovanni era ancora lì, con un cacciavite in mano, ma il suo sguardo era tutt’altro che concentrato sulla lavatrice. “Se n’è andato?” chiese, posando l’attrezzo. Laura annuì, con il respiro già corto. “Abbiamo poco tempo.” Giovanni non perse un secondo. La afferrò per i fianchi, tirandola a sé con una forza che la fece quasi perdere l’equilibrio. “Allora non perdiamolo,” disse, con quella voce roca che le mandava brividi dappertutto.

Si spostarono in bagno, perché era la stanza più lontana dal salotto e, se Marco fosse tornato presto, avrebbero avuto una scusa pronta: stavano “controllando le tubature”. Laura chiuse la porta a chiave, con le mani che le tremavano. Giovanni la spinse contro il lavandino, senza troppi complimenti, e lei sentì il bordo freddo premere contro la schiena. “Cazzo, Laura, mi fai impazzire,” mormorò lui, mentre le sue mani scivolavano sotto la maglietta, accarezzandole la pelle. Laura rise, un po’ nervosa, un po’ eccitata. “Sei sempre così diretto, eh?” disse, ma non lo fermò. Non voleva fermarlo.

Le mani di Giovanni erano ruvide, callose, e si muovevano con una sicurezza che la faceva sentire piccola e desiderata. Le sollevò la maglietta, scoprendole il reggiseno nero, semplice ma aderente, che metteva in mostra il suo seno abbondante. “Porca puttana, sei uno spettacolo,” disse, con un tono che non aveva niente di poetico, ma che la fece arrossire lo stesso. Le sganciò il reggiseno con un gesto rapido, liberando i capezzoli già duri per l’eccitazione. Si chinò a succhiarli, prima uno, poi l’altro, con una foga che la fece gemere piano. Laura si morse un labbro, cercando di non fare troppo rumore, ma era difficile con la lingua di Giovanni che le stuzzicava la pelle e le sue mani che le stringevano il culo sopra i leggings.

“Piano, cazzo,” sussurrò lei, ma Giovanni rise contro la sua pelle. “Piano un cazzo, lo sai che ti piace.” E aveva ragione. Laura gli infilò le mani nei capelli, tirandolo più vicino, mentre sentiva il calore tra le gambe crescere a ogni tocco. Lui le abbassò i leggings con un movimento deciso, portandosi dietro anche le mutandine. Laura si ritrovò nuda dalla vita in giù, con le cosce leggermente tremanti e la fica già bagnata che brillava sotto la luce fredda del bagno. Giovanni si fermò un attimo a guardarla, con un’espressione che era pura lussuria. “Sei fradicia, eh? Lo sapevo,” disse, passandole un dito tra le labbra, facendola sobbalzare.

La fece voltare, spingendola a piegarsi sul lavandino. Laura appoggiò le mani sul bordo, guardando il suo riflesso nello specchio: i capelli scompigliati, le guance rosse, gli occhi pieni di desiderio. Dietro di lei, Giovanni si stava slacciando la tuta, tirando fuori il cazzo già duro. Non era enorme, ma era spesso, con una vena che pulsava lungo l’asta, e Laura sapeva che le avrebbe fatto sentire tutto. Lui si sputò sulla mano, lubrificandosi un po’, poi le allargò le cosce con un ginocchio. “Tieniti forte,” le disse, e lei annuì, con il fiato corto.

Sentì la punta del suo cazzo premere contro l’entrata, piano all’inizio, quasi a stuzzicarla. Laura si morse un labbro, trattenendo un gemito. “Dai, cazzo, spingi,” sussurrò, e Giovanni non se lo fece ripetere. Entrò con un colpo secco, facendola sussultare. Era stretto, ma il suo corpo era pronto, e il dolore iniziale si trasformò subito in piacere. “Cazzo, sei stretta,” grugnì lui, iniziando a muoversi con un ritmo lento ma deciso. Ogni spinta la faceva sbattere contro il lavandino, e il suono dei loro corpi che sbattevano insieme riempiva il piccolo bagno.

Laura cercò di stare zitta, ma era impossibile. Ogni tanto le sfuggiva un gemito, e Giovanni le tappò la bocca con una mano, stringendo forte. “Shh, zitta, vuoi farci scoprire?” disse, ma nella sua voce c’era un misto di eccitazione e divertimento. Con l’altra mano le teneva il fianco, guidando i movimenti, mentre il suo cazzo entrava e usciva con un ritmo sempre più veloce. Laura sentiva l’odore del suo sudore, mescolato a quello del sesso, e il suono bagnato dei loro corpi che si univano era quasi osceno. Le piaceva. Le piaceva da morire.

“Ti piace, eh? Lo so che ti piace,” ansimò Giovanni, dandole una sculacciata leggera sul culo. Laura annuì, con la bocca ancora coperta dalla sua mano, gli occhi socchiusi per il piacere. Sentiva l’orgasmo avvicinarsi, un calore che le partiva dal basso ventre e le faceva tremare le gambe. “Sto per venire,” mormorò contro la sua mano, e lui accelerò, spingendo più forte, più profondo. “Anch’io, cazzo,” grugnì, e con un ultimo colpo le venne dentro, riempiendola con getti caldi che Laura sentì distintamente. Il suo orgasmo esplose nello stesso momento, facendola stringere intorno a lui, mentre un gemito soffocato le sfuggiva tra le dita di Giovanni.

Rimasero così per qualche secondo, ansimando, con i corpi ancora uniti. Poi Giovanni si tirò indietro, con un suono umido che fece arrossire Laura. Si sistemò la tuta, mentre lei si rialzava piano, con le gambe che ancora tremavano. “Cazzo, è stato veloce ma buono,” disse lui, con quel sorrisetto che le faceva venir voglia di dargli uno schiaffo o di scoparlo di nuovo. Laura si tirò su i leggings, senza dire niente, ma con un sorriso che tradiva la sua soddisfazione. “Ora sparisci, prima che torni Marco,” gli disse, cercando di sembrare severa. Giovanni annuì, prese la borsa degli attrezzi e uscì dal bagno con la stessa noncuranza con cui era entrato in casa.

Quando Marco tornò, con il detersivo in mano e un’espressione annoiata, Laura era di nuovo in cucina, a pelare patate come se niente fosse. “Ha sistemato tutto?” chiese lui, senza nemmeno guardarla. “Sì, tutto a posto,” rispose lei, con un tono neutro, ma dentro di sé sentiva ancora il calore di Giovanni, il suo odore sulla pelle, e un sorriso le sfiorò le labbra. Non c’era rimorso, non c’era senso di colpa. Solo la consapevolezza che, ogni tanto, aveva bisogno di qualcosa di selvaggio per sentirsi viva. E Giovanni era perfetto per quello.

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