Succhiando cazzi in discoteca
Sono Luca, ho 34 anni, e ultimamente la casta e pura non ci riesco più a stare. La vita è una noia mortale: lavoro in un ufficio grigio, colleghi che parlano solo di calcio e mutui, e una casa vuota che sa di solitudine. Ho bisogno di qualcosa di forte, di sporco, di sbagliato. Così, una sera, mi guardo allo specchio e decido: stasera trasgredisco. Mi vesto da donna. Non è la prima volta che lo faccio, ma di solito è roba intima, in camera mia, con le tende tirate. Stavolta no. Stavolta esco.
Mi metto un vestitino nero aderente, un po’ troppo corto per i miei gusti ma perfetto per attirare guai. Calze a rete, tacchi che a malapena riesco a portare, e una parrucca bionda che ho comprato online. Mi trucco pure, un rossetto rosso fuoco che urla “guardami”. Mi sento ridicolo, ma anche eccitato. Il cuore mi batte forte mentre esco di casa e prendo la macchina. Destinazione: una discoteca di merda in periferia, un posto che si chiama “Inferno 69”, frequentato da gente che puzza di guai a un chilometro di distanza. Perfetto per quello che voglio.
Arrivo lì verso mezzanotte. Il parcheggio è un casino di moto, macchine scassate e tipi loschi che fumano fuori. Mi guardano subito, qualcuno fischia, altri ridono. Mi sento esposto, vulnerabile, ma è proprio questo che mi fa andare avanti. Entro. La musica è un martello pneumatico nelle orecchie, luci stroboscopiche che ti fanno venir voglia di vomitare. Odore di birra rancida e sudore. Mi faccio strada tra la folla, cercando di non cadere coi tacchi. Sento gli occhi addosso, commenti sussurrati, mani che sfiorano. Mi fermo al bancone, ordino un gin tonic. Bevo un sorso e cerco di rilassarmi, ma dentro sono un fascio di nervi.
È lì che lo vedo. Franco. Un tipo sulla quarantina, alto, spalle larghe, una giacca di pelle che sembra urlare “non rompermi i coglioni”. Ha una faccia da malvivente, zigomi duri, un ghigno che ti fa capire chi comanda. Ma c’è qualcosa in lui, un modo di fare tranquillo, quasi gentile, che ti spiazza. La gente lo saluta, gli stringe la mano, lo rispetta. È chiaramente uno che conta, qui dentro. Mi guarda. I suoi occhi mi inchiodano, e io, invece di abbassare lo sguardo, lo fisso. Errore. O forse no.
Si avvicina, lento, con un bicchiere in mano. “Che ci fai qui, bambolina?” mi dice, con una voce roca che sembra un ringhio. Io rido, un po’ nervoso. “Cerco guai, credo.” Lui sogghigna, si appoggia al bancone accanto a me. “Guai ne trovi quanti ne vuoi, ma devi stare attenta. Questo posto non è per tutti.” Mi guarda meglio, da capo a piedi, e capisco che ha intuito qualcosa. Non sono proprio una donna, e lui lo sa. Ma non sembra fregargliene niente. “Come ti chiami?” chiede. “Luca,” rispondo, senza pensarci. Lui alza un sopracciglio. “Luca, eh? Bene, Luca. Vuoi divertirti stasera?” Il tono è un misto di sfida e promessa. Io annuisco, il cuore che mi esplode nel petto. Non so perché, ma voglio vedere dove mi porta questa cosa.
Parliamo per un po’. Lui è diretto, non gira intorno alle cose. Mi racconta che gestisce un po’ di affari qui, che conosce tutti, che se sto con lui nessuno mi torce un capello. Mi tocca il braccio mentre parla, una carezza leggera che però mi fa rabbrividire. Io lo lascio fare, anche se una parte di me urla di scappare. Ma non voglio. Voglio spingermi oltre. Dopo un paio di drink, mi dice: “Vieni con me, ti faccio vedere una cosa.” Mi prende per mano, e io lo seguo come un cagnolino. Attraversiamo la pista, passiamo una porta sul retro e arriviamo in un privé. È una stanzetta squallida, con un divano liso, un tavolo pieno di bottiglie e un odore di fumo che ti entra nei polmoni. Ci sono altri tre tizi lì, amici suoi, immagino. Tipi grossi, tatuati, con facce da galera. Mi guardano e ridono. “Chi cazzo è questa?” dice uno. Franco risponde: “Un amico. Vuole divertirsi. Vero, Luca?” Io annuisco, la gola secca.
Mi fa mettere al centro della stanza. Loro si mettono intorno, in piedi, un cerchio di uomini che mi fissano con un misto di curiosità e scherno. Franco si avvicina, mi mette una mano sulla spalla. “Ti va di giocare, bambolina?” mi sussurra all’orecchio. Il suo respiro caldo mi fa venire i brividi. Io dico di sì, con un filo di voce. Non so perché lo faccio. Forse perché sono stanco di essere sempre quello che segue le regole. Forse perché voglio sentirmi vivo, anche solo per una notte.
Inizia tutto piano. Franco mi accarezza il collo, le spalle, scende lungo la schiena. Gli altri guardano, fanno commenti. “Guarda che bel culo,” dice uno. “Chissà se ci sa fare,” aggiunge un altro. Io mi sento un oggetto, ma, cazzo, mi piace. Franco mi gira, mi guarda negli occhi. “Sei sicuro?” chiede. Io annuisco. Non voglio tirarmi indietro. Mi bacia, un bacio duro, ruvido, che sa di whisky e sigarette. Rispondo, affamato. Le sue mani mi stringono, mi esplorano sotto il vestito. Mi spinge in ginocchio, senza troppi complimenti. “Vediamo quanto sei bravo,” dice, con un sorriso cattivo. Gli altri ridono. Io guardo in su, verso di lui, verso loro. Sono spaventato, ma eccitato da morire.
Franco si slaccia i pantaloni, tira fuori il cazzo. È grosso, duro, e me lo sbatte sulla faccia. “Apri la bocca,” ordina. Io obbedisco. Lo prendo, lo succhio, mentre lui mi tiene per la testa. “Così, bravo,” grugnisce. Gli altri si avvicinano, si slacciano pure loro. Uno alla volta, me li mettono in bocca. Sono grossi, duri, e non hanno pazienza. Mi scopano la bocca con forza, spingendo fino in gola. Faccio fatica a respirare, ma non voglio smettere. Uno di loro mi sputa in faccia, un altro mi tira un colpo leggero col cazzo sulla guancia. “Succhia, troia,” mi dice, ridendo. Io lo faccio, avido, mentre loro mi insultano, mi incitano. “Guarda come gli piace,” dice uno. “È nato per questo,” aggiunge un altro. Io sono un disastro, la faccia bagnata di saliva e sudore, ma sono in estasi. Mi piace essere usato così, mi piace il loro odore, il sapore salato, i loro gemiti.
Franco è il più dominante. Mi tiene per i capelli, mi guida, mi spinge a fare di più. “Prendilo tutto, dai,” dice, con quella voce che non ammette repliche. Io ci provo, anche se mi fa male la mascella. Gli altri si alternano, uno dopo l’altro. Ogni tanto si fermano, mi schiaffeggiano la faccia coi loro cazzi, mi sputano addosso. “Sei un porco, eh?” dice uno. Io non rispondo, continuo a succhiare, a leccare, a ingoiare tutto quello che posso. Il cuore mi batte all’impazzata, il vestito è tutto sgualcito, le calze a rete sono strappate. Non me ne frega niente.
Dopo un po’, Franco decide che è ora di finire. “Preparati, bambolina,” mi avvisa. Si mette davanti a me, si sega veloce mentre io lo guardo dal basso, con la bocca aperta. Gli altri fanno lo stesso, uno alla volta. Mi vengono in faccia, uno spruzzo dopo l’altro, caldo, appiccicoso. Mi cola sulle guance, sul mento, mi finisce pure nei capelli. Io resto lì, in ginocchio, ansimando, con la faccia che brucia e un’eccitazione che non riesco a controllare. “Cazzo, sei un campione,” dice Franco, con un sorriso soddisfatto. Gli altri ridono, si danno pacche sulle spalle, come se avessero appena vinto una partita.
Quando è finita, mi aiutano a rialzarmi. Sono un disastro, lo so, ma non mi importa. Franco mi passa un fazzoletto, mi guarda con un’espressione che non riesco a decifrare. “Tutto ok?” chiede. Io annuisco, ancora stordito. “Sei stato bravo,” aggiunge, e c’è una nota di rispetto nella sua voce. Mi dà una pacca sulla spalla, poi mi accompagna fuori dal privé. La musica della discoteca mi travolge di nuovo, ma io sono in un’altra dimensione. Mi sento svuotato, ma anche vivo come non lo ero da anni. Prima di lasciarmi andare, Franco si ferma un attimo, mi guarda dritto negli occhi. “Se vuoi tornare, sai dove trovarmi,” dice, con un mezzo sorriso che è più una minaccia che un invito. Io non rispondo, ma dentro di me so che ci sto già pensando. Mi lascia andare con un cenno del capo, e io mi avvio verso l’uscita, barcollando sui tacchi.
Fuori, l’aria fredda della notte mi colpisce come uno schiaffo. Il parcheggio è quasi vuoto, solo qualche ubriaco che barcolla e un paio di moto ancora parcheggiate. Mi fermo un attimo, respiro profondo, cercando di mettere in ordine i pensieri. La testa mi gira, non so se per l’alcol o per quello che è appena successo. Mi tocco la faccia, sento ancora il calore appiccicoso sulla pelle, e un brivido mi corre lungo la schiena. Non so se sono disgustato o soddisfatto, ma di sicuro non sono lo stesso Luca che è entrato qui dentro poche ore fa. Salgo in macchina, metto in moto, e mentre guido verso casa il silenzio dell’abitacolo mi sembra assordante rispetto al caos dell’Inferno 69.
Torno a casa all’alba, con la faccia ancora appiccicosa e il vestito che puzza di fumo e sudore. Mi guardo allo specchio, vedo il trucco sbavato, i segni di quello che è successo. Non provo vergogna, non provo rimorso. Ho fatto quello che volevo, ho preso quello che desideravo. E, cazzo, ne è valsa la pena. Non so se tornerò all’Inferno 69, ma so che stasera ho trovato qualcosa che mi ha fatto sentire vivo. E per ora mi basta. Ma mentre mi strucco, con le mani che tremano leggermente, una parte di me sa che questa notte ha aperto una porta che non sarà facile richiudere. Franco, quel posto, quella sensazione di abbandono totale… è come un veleno che si è infilato sottopelle. E io, in fondo, non vedo l’ora di sentire di nuovo quella bruciatura.
