Racconti Piccanti
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Scommessa persa, bocca piena

Scommessa persa, bocca piena

11 Marzo 2026·10 min di lettura

Eccomi qui, a raccontare questa cosa che ancora non ci credo sia successa davvero. È novembre, un sabato sera umido e freddo che ti entra nelle ossa. Siamo a casa di Giorgio, nel suo salotto che puzza di fumo vecchio e birra versata. Io sono Filippo, ho 42 anni, sposato da quindici, e la mia vita sessuale è un cimitero. Giorgio non sta messo meglio, anche lui incastrato in un matrimonio che è più una convivenza che altro. Siamo amici da una vita, di quelli che si vedono per la partita e si lamentano delle mogli davanti a una birra. Stasera c’è Juve-Milan, e siamo sprofondati nel suo divano sfondato, con le bottiglie che si accumulano sul tavolino pieno di briciole e cenere.

La casa è un casino, come sempre. Carta di pizza unta sul pavimento, una pila di piatti sporchi che si vede dalla cucina aperta. Fuori pioviggina, e il riscaldamento è al minimo, quindi stiamo con le giacche addosso. La tele è sintonizzata sulla partita, ma più che guardarla parliamo. E parliamo sempre delle stesse cose: lavoro di merda, soldi che non bastano, e soprattutto le mogli che non ce la danno più. “Non ricordo neanche l’ultima volta che ho avuto un pompino decente,” dice Giorgio, buttando giù un sorso di birra e ridendo amaro. Io annuisco, perché è lo stesso per me. “La mia mi guarda come se fossi un pervertito solo a chiederlo,” gli rispondo, e scuoto la testa. È un copione che ripetiamo da mesi, ma stasera c’è qualcosa nell’aria, un fastidio più pesante, una frustrazione che ci morde dentro.

La partita va avanti, ma nessuno di noi due ci sta troppo attento. La Juve gioca male, il Milan sembra più in palla. A un certo punto, durante un’azione noiosa, Giorgio se ne esce con una battuta che mi gela. “Sai che ti dico, Fil? Facciamo una scommessa. Se vince il Milan, me lo succhi tu.” Lo dice con un ghigno, guardandomi dritto negli occhi. Io resto di sasso, rido nervoso, pensando che stia scherzando. “Ma che cazzo dici, scemo?” gli rispondo, ma lui non ride. Mi fissa, serio, con uno sguardo che non gli avevo mai visto. “Dico sul serio. Tanto, non è che ci perdiamo qualcosa. Se vince la Juve, ti faccio io un favore. Dai, per ridere.” Io scuoto la testa, imbarazzato, ma dentro di me c’è un misto strano. Un po’ di schifo, sì, ma anche una curiosità del cazzo che non so spiegare. Forse è la birra, forse è la noia, forse è solo voglia di fare qualcosa di diverso da questa vita di merda.

Non rispondo, faccio finta di niente e torno a guardare la tele. Ma il silenzio tra noi si fa pesante. Ogni tanto lo guardo con la coda dell’occhio, e lui mi lancia occhiate strane, come se stesse aspettando una reazione. Le mani mi sudano un po’, e non è per il caldo. La partita prosegue, ma la mia testa è altrove. Ogni passaggio, ogni calcio d’angolo, mi sembra un conto alla rovescia verso qualcosa che non voglio ammettere. Mi chiedo se Giorgio stia davvero scherzando o se ci sia sotto qualcos’altro, un bisogno che non ha mai avuto il coraggio di dire ad alta voce. E poi mi chiedo perché io stesso non riesca a riderci sopra e basta, perché una parte di me, nascosta e oscura, stia già immaginando cosa succederebbe se perdessi davvero.

La tensione cresce, e con essa il punteggio resta inchiodato sullo zero a zero per quasi tutto il primo tempo. Durante l’intervallo, Giorgio si alza per prendere altre due birre dal frigo, e io resto sul divano, fissando lo schermo senza vederlo davvero. Torna con le bottiglie ghiacciate, me ne passa una e si siede più vicino di prima, quasi spalla a spalla. “Allora, Fil, ci stai o no a ‘sta scommessa? Guarda che non scherzo,” dice, con un tono che sembra una sfida. Io apro la birra, il clic della lattina è l’unico suono per qualche secondo. “Ma sei serio? Cioè, non è che siamo due ragazzini del cazzo che fanno ste stronzate,” dico, cercando di svicolare, ma la mia voce tradisce un’incertezza che non riesco a nascondere. Lui alza le spalle, beve un sorso lungo e mi guarda con quel sorrisetto che mi fa sentire a disagio. “Appunto. Non siamo ragazzini. Siamo due adulti che sanno quello che vogliono. O hai paura di non essere all’altezza?” Le sue parole mi pungono, mi fanno salire il sangue alla testa. Non so se è orgoglio o qualcosa di più profondo, ma non riesco a rispondergli con un no secco.

Il secondo tempo inizia, e la partita si fa più intensa. La Juve spreca un’occasione dietro l’altra, mentre il Milan sembra avere più grinta. Ogni volta che i rossoneri si avvicinano alla porta, sento il cuore battermi più forte, non per la partita, ma per quello che potrebbe succedere dopo. Giorgio, accanto a me, è tranquillo, troppo tranquillo. Ogni tanto commenta un’azione, ma i suoi occhi tornano sempre su di me, come se stesse già assaporando la vittoria. E io, cazzo, non so cosa fare. Una parte di me vuole alzarsi e andarsene, dire che è solo una cazzata e chiuderla lì. Ma un’altra parte, quella che non voglio ascoltare, è inchiodata al divano, curiosa, spaventata, eccitata.

Poi, verso la fine della partita, il Milan segna. Uno a zero. La Juve non recupera, e quando l’arbitro fischia la fine, Giorgio si gira verso di me con un sorrisetto di scherno. “Beh, Fil. Hai perso. È ora di pagare.” Io lo guardo, incredulo, e provo a fare lo scemo. “Ma dai, stavi scherzando, no?” Lui si alza in piedi, si pulisce le mani sui jeans sporchi e mi guarda dall’alto. “Non scherzo mai sulle scommesse. Dai, non fare la femminuccia. Tira giù i pantaloni e vediamo come te la cavi.”

Il cuore mi batte forte, non so se per paura o per un’eccitazione che non voglio ammettere. Mi alzo anch’io, con le gambe che tremano un po’. “Ma sei fuori? Non faccio ste cazzate,” dico, ma la voce mi esce incerta. Giorgio incrocia le braccia, freddo come il ghiaccio. “Hai perso, e lo sapevi che facevo sul serio. Non mi piace chi non mantiene la parola. Se non lo fai, sei un codardo. E lo dirò in giro.” Quelle parole mi colpiscono duro. Non so perché, ma l’idea di passare per un cagasotto davanti a lui mi fa incazzare. E poi c’è quella parte di me, quella che non voglio ascoltare, che è curiosa. Che vuole vedere fino a dove può spingersi questa cosa.

Mi guardo intorno, il salotto è un disastro, la tele ancora accesa con i commentatori che parlano a vanvera. Giorgio sta fermo davanti a me, con quell’espressione che non lascia spazio a discussioni. “Dai, Fil. Non fare storie. Spogliati e mettiamoci comodi,” dice, e si siede di nuovo sul divano, con le gambe larghe, come se fosse il padrone del mondo. Io esito, il cervello mi dice di mandarlo affanculo e andarmene, ma il corpo non si muove. Lentamente, con le mani che mi tremano, mi tolgo la giacca e la maglietta. Lui mi guarda, senza dire niente, con un sorrisetto che mi fa sentire una merda. “Tutto, Fil. Voglio vederti nudo,” dice, e io mi sento bruciare dalla vergogna. Mi tolgo i jeans e i boxer, resto lì in piedi, col cazzo mezzo duro nonostante tutto, e non so dove guardare.

“Bravo. Ora vieni qua. Inginocchiati,” ordina, e la sua voce è ferma, senza un briciolo di pietà. Io lo fisso, umiliato, ma lo faccio. Mi metto in ginocchio davanti a lui, sul pavimento lurido, con briciole e sporco che mi si attaccano alla pelle. Giorgio si slaccia la cintura, tira giù la zip dei jeans e si tira fuori il cazzo. È già duro, grosso, e puzza di sudore. “Dai, troietta sposata, fammi vedere come fai con tuo marito,” dice, e quelle parole mi colpiscono come uno schiaffo. Mi viene da vomitare, ma allo stesso tempo sento il sangue pomparmi nelle vene, un’eccitazione schifosa che non so spiegare.

Mi avvicino, con la bocca secca. Non so nemmeno da dove cominciare, non l’ho mai fatto. Glielo prendo in mano, è caldo, pesante, e lui mi guarda dall’alto con quel ghigno. “Forza, non ho tutta la notte,” dice, e io chiudo gli occhi per un attimo, cercando di non pensare. Poi apro la bocca e lo prendo dentro. Il sapore è forte, salato, e mi fa schifo, ma continuo. Muovo la lingua come posso, goffo, senza ritmo, mentre lui mi guarda e ride piano. “Cazzo, Fil, sei proprio una puttanella. Non sai nemmeno succhiarlo come si deve,” dice, e quelle parole mi fanno incazzare, ma anche eccitare di più. Sputo un po’ di saliva, cercando di lubrificare, ma è un casino. La bocca mi fa male, e lui inizia a spingere i fianchi, come se volesse scoparmi la faccia.

Sento i suoi gemiti bassi, il suo respiro che si fa pesante. “Così, dai, lecca bene,” mi ordina, e io obbedisco, anche se mi sento una merda. Le sue mani mi afferrano i capelli, mi spingono giù, e io quasi soffoco. Il rumore della saliva, dei miei versi strozzati, riempie la stanza. Ogni tanto sputo, la bava mi cola sul mento, ma lui non si ferma. “Brava la mia troietta, succhia tutto,” dice, e io sento il cazzo che mi pulsa duro in bocca. Intanto, il mio è diventato di pietra, e senza nemmeno toccarmi sento che sto per venire. È una cosa assurda, ma non riesco a controllarmi.

Dopo un po’, Giorgio ansima più forte, i suoi movimenti si fanno più veloci. “Cazzo, ci sono, Fil. Ingoia tutto, non fare casini,” grugnisce, e io non ho nemmeno il tempo di pensare. Sento un fiotto caldo che mi riempie la bocca, salato, denso, e per poco non vomito. Ingoio a fatica, con la gola che brucia, mentre lui si lascia andare sul divano, con un sospiro soddisfatto. Io resto lì, in ginocchio, con la bocca sporca, il respiro corto. Poi, senza che me ne renda conto, vengo anch’io. Schizzo sul pavimento lurido, senza nemmeno toccarmi, e mi sento patetico, ma anche svuotato in un modo che non provavo da anni.

Giorgio si ricompone, tira su la zip dei jeans come se niente fosse. Mi guarda dall’alto, con un’espressione che non riesco a leggere. “Non male per essere la prima volta, troietta. La prossima volta che la Juve perde, sai cosa ti tocca,” dice, e si accende una sigaretta, come se avessimo appena finito di parlare della partita. Io resto fermo, nudo, con lo sperma che mi si asciuga sul mento e il mio sul pavimento. Mi sento sconvolto, sporco, ma dentro di me c’è una parte che già aspetta quella prossima sconfitta.

Mi alzo, mi rivesto in silenzio, con le mani che tremano ancora. Non ci diciamo altro. Esco da casa sua, sotto la pioggia fine di novembre, con il sapore di lui ancora in bocca e un casino di pensieri in testa. Cammino lungo la strada deserta, le luci dei lampioni che si riflettono sulle pozzanghere. Ogni passo sembra pesare di più, come se stessi portando dietro qualcosa che non posso lasciare. Torno a casa, mia moglie dorme già, e io mi infilo nel letto senza fare rumore. Ma non dormo. Fisso il soffitto, con il cuore che ancora batte forte, e mi chiedo come farò a guardarla negli occhi domani mattina. Mi chiedo come farò a guardare me stesso allo specchio. Eppure, una cosa è sicura: non vedo l’ora che la Juve perda di nuovo.

La settimana successiva passa lenta, pesante. Al lavoro sono distratto, i colleghi mi chiedono se sto bene, ma io borbotto qualcosa e tiro avanti. Non parlo con Giorgio per giorni, ma il suo silenzio è più rumoroso di qualsiasi telefonata. Ogni tanto mi arriva un messaggio, una battuta sulla Juve, un’allusione che mi fa gelare il sangue. “Prossima partita sabato, Fil. Preparati,” scrive, e io non rispondo, ma il telefono mi brucia in mano. Non so se è paura o desiderio, non so se voglio davvero che succeda di nuovo, ma il pensiero mi perseguita. Ogni sera, davanti alla tele con mia moglie che guarda le sue serie, io penso a quel salotto lurido, a quel pavimento appiccicoso, a quel sapore che non riesco a togliermi dalla testa.

E poi arriva il sabato. Un’altra partita, un’altra occasione. Mi dico che non andrò da Giorgio, che stavolta troverò una scusa, ma so già che è una bugia. So già che alle otto sarò lì, con una birra in mano, a fissare lo schermo mentre il cuore mi martella nel petto. So già che, se la Juve perde, non avrò la forza di dire di no. E, cazzo, una parte di me spera che perda davvero.

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