Inculato dal socio senior dello studio
Sono le 20:15 e sono ancora incastrato in questo cazzo di ufficio. Il silenzio è pesante, rotto solo dal ronzio dell’aria condizionata e dal ticchettio dell’orologio appeso al muro. Sono Andrea, 29 anni, avvocato junior in uno studio che mi sta spremendo come un limone. Brillante, dicono, ma dentro di me mi sento un impostore. Ogni occhiata dei soci, ogni commento, mi fa sudare freddo. Ho sempre paura di non essere abbastanza. E oggi ho fatto una cazzata. Niente di grave, un errore di battitura in un dossier, ma per Lorenzo, il socio senior, qualsiasi stronzata è un affronto personale. Mi ha convocato nella sua stanza per “rivedere insieme”. Non ha urlato, non alza mai la voce. È freddo, impeccabile, un bastardo di 41 anni che comanda con uno sguardo. E io, come un coglione, sono qui, con le mani che tremano mentre sfoglio le carte.
“Rileggi tutto, Andrea. Ad alta voce. Voglio sentire ogni parola,” mi dice, con quella calma che mi fa venire i brividi. È in piedi dietro di me, troppo vicino. Sento il suo respiro sul collo, il profumo del suo dopobarba, qualcosa di legnoso e pungente. La mia voce esce incerta mentre leggo, e lui mi interrompe ogni due righe. “No, qui hai sbagliato. Rileggi. Più lento.” Ogni correzione è un colpo allo stomaco. Mi sento umiliato, un ragazzino che non sa fare un cazzo. Eppure, c’è qualcosa di strano. Più mi parla così, più mi sento… eccitato. È assurdo, ma il cuore mi batte forte, e non è solo paura. Sento un calore scendere giù, e quando mi rendo conto di cosa sta succedendo, è troppo tardi. Sono duro. E non poco. Sento la stoffa dei boxer che si tende, e una sensazione bagnata. Cristo, sto gocciolando. Tanto. Guardo giù e vedo una chiazza scura sui pantaloni grigi. Merda. Non c’è modo di nasconderlo.
Lorenzo non dice nulla, ma so che ha visto. È ancora dietro di me, e dal modo in cui si muove, capisco che sta fissando. Il suo silenzio è peggio di qualsiasi insulto. Continuo a leggere, con la voce che trema, ma dentro di me c’è un casino. Vorrei sparire, ma una parte di me… vuole che lui lo dica, che mi faccia sentire ancora più una merda. E poi lo sento. Un rumore secco, metallo contro metallo. La sua cintura. Si sta slacciando i pantaloni. Non mi giro, non ci riesco, ma il cuore mi esplode nel petto. Sento il fruscio della stoffa che scende, e poi un colpo leggero, caldo, sulla guancia. È il suo cazzo. Pesante, duro, che mi sfiora la faccia. Mi giro di scatto, senza pensare. È grosso, venoso, con un odore forte, maschio. Non so cosa cazzo sto facendo, ma lo prendo in bocca. Tutto. Sento il sapore salato, la pelle liscia contro la lingua. Lui non dice niente, ma mi mette una mano sulla nuca, spingendo piano. “Bravo, continua così,” mormora, con quella voce fredda che mi fa impazzire.
Lo succhio con foga, come se volessi dimostrare qualcosa. Le sue dita si stringono nei miei capelli, guidandomi. Sento i miei stessi gemiti, soffocati, mentre la saliva mi cola sul mento. Non mi fermo, non voglio. È come se stessi cancellando ogni insicurezza, ogni paura di non essere abbastanza. La sua mano mi spinge più a fondo, e io lo lascio fare. Mi piace sentirmi usato così. Dopo un po’, mi tira via, con un gesto secco. “Spogliati. Tutto. Ora,” ordina. Non c’è spazio per dire di no. Mi alzo, con le gambe che tremano, e mi tolgo la camicia, i pantaloni, i boxer. Sono nudo, col cazzo che punta dritto, ancora bagnato. Lui mi guarda, senza un’espressione. “Piegati sulla scrivania. E non fiatare.” Lo faccio subito, con le mani che afferrano il bordo del legno freddo. Sento la sua cravatta che mi sfiora il collo, poi si stringe. La usa come un guinzaglio, tirando piano per farmi inarcare la schiena. Mi sento esposto, vulnerabile, ma cazzo, mi piace.
Sento i suoi vestiti che cadono a terra, uno dopo l’altro. È nudo anche lui, lo capisco dal calore del suo corpo contro il mio. Mi sputa sulla schiena, poi più in basso, e usa le dita per spalmare. È rude, diretto, ma non mi fa male. Mi prepara con calma, anche se non dice una parola. Quando sento la punta del suo cazzo premere contro di me, stringo i denti. “Rilassati, coglione,” mi dice, con un tono che è un misto di comando e scherno. Spinge piano, e io sento tutto. Il bruciore, la pressione, poi quel senso di pienezza che mi fa quasi urlare. Si ferma un attimo, lasciandomi abituare, poi inizia a muoversi. Lento, profondo. Ogni spinta mi fa sbattere contro la scrivania, il legno duro contro il ventre. La cravatta mi tira il collo, costringendomi a tenere la testa indietro. “Ti piace, eh? Lo sapevo,” ringhia, mentre accelera. Il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie la stanza, insieme al mio respiro spezzato e ai suoi grugniti bassi. Sento l’odore del sudore, il suo e il mio, mischiato a quello del sesso. È sporco, è reale.
Mi scopa con forza, ma c’è un controllo in ogni movimento. Ogni tanto rallenta, come per farmi impazzire, poi riprende più duro. La mia schiena è inarcata al massimo, le mani stringono il bordo della scrivania fino a farmi male. Il mio cazzo sbatte contro il legno a ogni spinta, e sento che sto per venire, anche senza toccarmi. “Non ancora,” mi ordina, come se mi leggesse nel pensiero. Tira la cravatta più forte, quasi soffocandomi, e io gemo, incapace di trattenermi. Quando finalmente esplodo, è un casino. Schizzi caldi che colano sulla scrivania, sul pavimento. Lui continua a spingere, senza fermarsi, finché non lo sento irrigidirsi. Un grugnito profondo, un’ultima spinta, e sento il calore dentro di me. Si ferma, respirando pesante, poi si tira fuori piano. La cravatta si allenta, e io crollo con la faccia contro la scrivania, esausto.
Si riveste in silenzio, con la stessa calma di sempre. Io resto lì, nudo, con le gambe che tremano ancora. “Ripulisci tutto. Non voglio vedere una goccia,” dice, mentre si aggiusta la camicia. Poi, prima di uscire, si ferma sulla porta. “Domani rifacciamo il dossier. E magari anche qualcos’altro.” La porta si chiude con un clic, e io resto solo. Non so cosa pensare, ma una cosa è chiara: non vedo l’ora che arrivi domani.
