Stanotte voglio sbattertelo dentro
Sono Giulio, ho vent’anni, e sto passando il mio Erasmus a Valencia. Divido un appartamento con Mattia, un ragazzo spagnolo di ventitré anni che sembra uscito da un film. Alto, moro, con quegli occhi scuri che ti fanno sentire nudo anche se sei vestito. Parla poco italiano, e io il suo spagnolo lo mastico appena, ma ci capiamo con gesti e sguardi. Abitiamo in un buco di casa, due stanze, un salottino con un divano sgangherato e una cucina che puzza di frittura. La convivenza è strana: lui è sempre in giro, io studio come un matto, ma quando ci incrociamo c’è qualcosa nell’aria. Uno sguardo di troppo, un sorriso che non dovrebbe esserci. E io, cazzo, non so nemmeno perché mi fa quest’effetto.
Una notte, fuori c’è un temporale del cavolo. Tuoni che sembrano bombe, pioggia che sbatte sulle finestre. Non si dorme. Sono le due, sono in pigiama nel salottino, con il portatile aperto su un compito che non riesco a fare. Mattia esce dalla sua stanza, in boxer e maglietta, i capelli arruffati. Mi guarda, fa un cenno con la testa tipo “che cazzo fai sveglio?”. Io scrollo le spalle, rido un po’ imbarazzato. Si siede vicino a me sul divano, troppo vicino. Sento il calore della sua gamba contro la mia, e il cuore mi parte a razzo. Parliamo, o meglio, ci proviamo. Io butto lì qualche parola in spagnolo, lui risponde con un italiano stentato. Ridiamo per le cazzate che diciamo, per gli errori. Ma i suoi occhi non mollano i miei, e io inizio a sudare.
A un certo punto, non so come, la sua mano finisce sulla mia coscia. È un tocco leggero, quasi casuale, ma mi fa venire la pelle d’oca. Lo guardo, e lui non distoglie lo sguardo. Cazzo, voglio tirarmi indietro, non so se è una stronzata, se domani sarà un casino. Però il suo profumo, un misto di sapone e sudore, mi sta mandando fuori di testa. Mi avvicino, solo un po’, e lui fa lo stesso. Le nostre bocche sono a un millimetro. Sento il suo respiro caldo, e alla fine non resisto: lo bacio. Le sue labbra sono ruvide, sanno di birra di poco prima. Mi spinge indietro sul divano, la sua lingua si fa strada, e io lo lascio fare, anche se una parte di me urla che sto facendo una cazzata.
Non ci stacchiamo per un bel po’. Le sue mani mi stringono i fianchi, scendono sul culo, mi tirano più vicino. Io gli metto le braccia intorno al collo, gli passo le dita tra i capelli. È un casino di respiri pesanti, di mani che cercano pelle. Poi lui si tira indietro, mi guarda con quegli occhi che bruciano e dice qualcosa in spagnolo che non capisco, ma il tono è chiaro: vuole di più. Io annuisco, non so nemmeno perché, ma lo voglio anch’io. Mi prende per mano, mi porta nella sua stanza. Il letto è sfatto, puzza di lenzuola usate, ma non me ne frega niente.
Ci buttiamo sopra, io sotto di lui. Mi bacia il collo, mi morde piano, e io gemo senza volerlo. Le sue mani mi sfilano la maglietta, poi i pantaloni del pigiama. Resto in mutande, e mi sento vulnerabile, ma eccitato da morire. Anche lui si spoglia, resta solo con i boxer. Vedo il rigonfiamento, e mi si secca la gola. Mi tocca sopra la stoffa, piano, e io mi inarco verso di lui. “Cazzo, Mattia…” mormoro, e lui ride piano, un suono basso che mi fa tremare. Mi abbassa le mutande, e il suo tocco sulla mia pelle nuda è elettrico. Mi accarezza, lento, troppo lento, e io sto già perdendo la testa. Poi si toglie i boxer, e lo vedo tutto. Mi viene un nodo allo stomaco, ma non di paura, di voglia. Si china, mi bacia mentre le sue dita scivolano più in basso, esplorano, mi preparano. È strano, un po’ fa male, ma lo voglio. Gli dico di fare piano, e lui annuisce, sussurra qualcosa in spagnolo che sembra una promessa.
Quando è il momento, si mette sopra di me. Io allargo le gambe, il cuore che mi martella nel petto. Non l’ho mai fatto così, non con un ragazzo, ma cazzo, lo voglio da morire. Lui si lubrifica con qualcosa dal cassetto, poi si avvicina. Sento la pressione, il bruciore, e stringo i denti. “Fammelo piano… voglio sentirlo tutto,” gli sussurro, e lui mi guarda con un’intensità che mi spacca in due. Entra lentamente, centimetro dopo centimetro, e io respiro a fatica, le mani aggrappate alle sue spalle. È un mix di dolore e piacere, ma quando è dentro del tutto, mi sembra di impazzire. Si muove piano, esce un po’ e poi rientra, e io gemo forte, senza vergogna. “Cazzo, sì…” gli dico, e lui accelera appena, il ritmo che mi fa vedere le stelle. Sento il suo respiro spezzato, i suoi grugniti bassi, il suono della nostra pelle che sbatte. L’odore di sudore e sesso mi riempie la testa. Gli avvolgo le gambe intorno ai fianchi, lo tiro più vicino, voglio sentirlo più a fondo. Lui mi bacia, un bacio sporco, pieno di lingua, mentre spinge più forte. “Joder, Giulio…” mormora, e anche se non capisco del tutto, so che sta godendo quanto me. Vengo prima io, senza nemmeno toccarmi, un’esplosione che mi fa tremare tutto. Lui mi segue poco dopo, si svuota dentro di me con un gemito rauco, poi crolla sopra, il suo peso che mi schiaccia ma mi piace.
Restiamo così per un po’, ansimando, appiccicosi di sudore. Alla fine si tira via, si sdraia accanto a me. Non parliamo, non c’è bisogno. Mi tira vicino, un braccio intorno alle spalle, e io appoggio la testa sul suo petto. Fuori il temporale continua, ma dentro di me c’è una specie di calma. Non so cosa succederà domani, se sarà un casino o se faremo finta di niente. Ma ora, in questo momento, sto bene. E non me ne frega un cazzo di nient’altro.
