Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Scopata dal tassista napoletano

Scopata dal tassista napoletano

05 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Clara, ho 45 anni e da sei mesi sono una donna libera. Il divorzio mi ha lasciato un vuoto, ma anche una fame che non provavo da anni. Dopo vent’anni di matrimonio con un uomo che a letto era un disastro, ho voglia di sentirmi viva, di provare qualcosa di forte, di sporco. Non mi interessa il romanticismo, voglio solo soddisfare questo fuoco che mi brucia dentro. È una sera di fine ottobre, fa freddo, e sono appena uscita da una cena con le amiche. Ho bevuto un po’ troppo vino, lo ammetto, e mentre cammino per strada, con il cappotto che mi stringe e i tacchi che mi fanno male, vedo un taxi fermo. Decido di prenderlo per tornare a casa.

Salgo e mi siedo dietro. Il tassista è un tipo che non passa inosservato: sui trent’anni, napoletano, con un accento che ti entra dentro. Ha la pelle scura, i capelli neri spettinati, una camicia bianca con i primi bottoni slacciati che lascia intravedere un petto muscoloso. Mi guarda dallo specchietto e mi sorride, un sorriso da stronzo che sa di piacersi. “Dove la porto, signora?” mi chiede, con quella voce calda che sembra un invito. Gli do l’indirizzo, ma mentre parla, mentre guida, non riesco a staccargli gli occhi di dosso. È un uomo che trasuda sesso, e io stasera non ho filtri, non ho vergogna. Sento un calore tra le gambe, un bisogno che mi fa stringere le cosce. “Che ci fai qui a guidare a quest’ora? Non hai una donna che ti aspetta?” gli chiedo, con un tono che è già una provocazione. Lui ride, una risata profonda. “Signo’, le donne le faccio aspettare io. Ma se vuole, possiamo parlare di lei. Sembra che ha bisogno di compagnia.” Le sue parole mi colpiscono come un pugno, ma invece di offendermi, mi eccitano. Sento il cuore che batte forte, e dentro di me c’è una voce che dice “fregatene, fai quello che vuoi”.

Non so perché, ma decido di giocarci. Mi slaccio il cappotto, lasciando che veda la scollatura del vestito nero che indosso. Mi sposto un po’ sul sedile, accavallo le gambe lentamente, e con una mano faccio scivolare via le mutandine. Non ci penso due volte, le tiro giù e le lascio cadere sul pavimento del taxi. Lui lo nota, lo vedo dallo specchietto che i suoi occhi si spalancano. “Signo’, che sta facendo?” dice, ma la sua voce non è arrabbiata, è carica di curiosità, di voglia. Io non rispondo, apro le gambe quel tanto che basta perché capisca che non sto scherzando. “Se vuoi guardare meglio, fermati da qualche parte,” gli dico, con un tono che non lascia spazio a dubbi. Lui scuote la testa, ma sorride. “Lei è pazza, ma a me i pazzi piacciono.” Dopo un paio di minuti, accosta in una stradina buia, lontano dalle luci della città. Spegne il motore, scende dal taxi e apre la portiera posteriore. “Scenda, signo’. Vediamo se fa sul serio.”

Mi tremano un po’ le gambe mentre scendo, ma non per paura. È l’eccitazione, è il pensiero di quello che sta per succedere. Lui mi guarda, alto, imponente, con quegli occhi che sembrano volermi mangiare. Mi avvicino, gli metto una mano sul petto, sento i suoi muscoli sotto la camicia. Lui mi prende per i fianchi, mi tira verso di sé, e mi bacia con una forza che mi toglie il fiato. La sua lingua è invadente, il suo sapore è di tabacco e di qualcosa di selvaggio. Le sue mani scendono sul mio sedere, stringono forte, e io sento la sua erezione premere contro di me. “Sei proprio una troia, signo’,” mi sussurra all’orecchio, e quelle parole, invece di offendermi, mi fanno bagnare ancora di più. Lo voglio, lo voglio subito.

Mi spinge verso il cofano del taxi, mi fa piegare in avanti. Sento il metallo freddo contro il mio stomaco mentre lui mi alza il vestito, scoprendo il mio sedere. “Guarda che bel culo,” dice, dandomi una sculacciata leggera che mi fa sobbalzare. Si inginocchia dietro di me, e sento il suo respiro caldo tra le gambe. Con le mani mi apre, e poi la sua lingua comincia a esplorarmi, lenta, decisa. Mi lecca ovunque, si sofferma sul clitoride, e io non riesco a trattenere i gemiti. “Cazzo, sì, continua,” gli dico, mentre mi aggrappo al cofano. Lui non si ferma, mi succhia, mi penetra con la lingua, e io sento che potrei venire solo per questo. Ma non voglio, non ancora. Mi giro un po’, lo guardo e gli dico: “Basta, tiralo fuori. Voglio sentirti dentro.”

Lui si alza, si slaccia i pantaloni con una fretta che tradisce quanto è eccitato. Vedo il suo cazzo, duro, grosso, e per un attimo penso che sia troppo, ma lo voglio lo stesso. Si sputa sulla mano, si lubrifica, e poi si avvicina. Sento la punta premere contro di me, piano all’inizio, poi con più forza. “Piano, cazzo,” gli dico, ma lui ride. “Tranquilla, signo’, ti faccio godere.” Entra lentamente, centimetro per centimetro, e io sento ogni movimento, ogni spinta che mi riempie. Fa male, ma è un male che si mischia al piacere, e quando è tutto dentro, comincio a muovermi con lui. Mi scopa con ritmo, forte, profondo, e il rumore dei nostri corpi che sbattono riempie l’aria. “Ti piace, vero? Dimmi che ti piace,” mi dice, ansimando. “Sì, cazzo, mi piace da morire,” rispondo, con la voce rotta. L’odore del suo sudore, il calore del suo corpo contro il mio, tutto mi manda fuori di testa. Vengo con un urlo, stringendomi intorno a lui, e poco dopo lo sento irrigidirsi, venire dentro di me con un grugnito.

Restiamo così per un attimo, ansanti, poi lui si tira fuori, si ricompone. Mi aiuta a sistemarmi il vestito, mi guarda con quel sorrisetto da stronzo. “Sei una forza, signo’,” mi dice, mentre torniamo nel taxi. Mi riaccompagna a casa in silenzio, ma non è un silenzio pesante, è solo stanchezza mista a soddisfazione. Prima di scendere, prendo le mutandine dal pavimento e gliele lancio. “Tienile, per ricordarti di stasera,” gli dico con un mezzo sorriso. Lui le prende, se le mette in tasca e mi fa l’occhiolino. “Ci vediamo presto, signo’.” Chiudo la portiera e salgo a casa, con il corpo ancora caldo e la testa piena di quello che è appena successo. Non so se lo rivedrò, ma di sicuro non lo dimenticherò.

Lascia un commento