Notturni silenziosi
Non so come ho fatto a non accorgermene subito. Quando Marco si è trasferito nella mia stanza in affitto, pensavo fosse il coinquilino perfetto: silenzioso, discreto, quasi invisibile. Pagava puntuale, non lasciava piatti sporchi nel lavandino, non faceva casino. Ma c’era qualcosa di strano in quel silenzio, qualcosa che mi pungeva nel fondo del cervello. Non parlava mai. Mai un “ciao” entrando, mai un “come va” passando per il corridoio. Solo quel suo sguardo fisso, occhi scuri che sembravano trapassarmi, e un sorrisetto appena accennato che mi faceva venir voglia di tirargli un pugno. Ma non l’ho mai fatto. Sono uno che evita i problemi, io.
La prima volta che ho capito cosa stava succedendo è stata una notte di tre settimane fa. Mi sono svegliato con una sensazione strana, un peso sul letto, un calore che non quadrava. Ho aperto gli occhi appena, quel tanto che basta per vedere senza farmi notare. Marco era lì, sopra di me, con i pantaloni abbassati e il suo cazzo già mezzo dentro di me. Avrei dovuto urlare, spingerlo via, fare qualsiasi cosa. Invece no. Sono rimasto fermo, occhi socchiusi, respirando piano come se dormissi. Non so perché. Forse la paura, forse qualcos’altro che non voglio nemmeno nominare. Lui non ha detto una parola, ha continuato a spingere, lento ma deciso, fino a che non ha finito. Ho sentito il suo fiato caldo sul collo, un grugnito basso, e poi il vuoto quando si è tirato via. È uscito dalla stanza senza guardarsi indietro, come se niente fosse.
Il mattino dopo ho trovato un post-it sul frigo. “Buongiorno troia, hai ancora il mio sperma dentro”. L’ho letto e ho sentito una vampata di calore, non so se di rabbia o di altro. Non gli ho detto niente. Lui non mi ha detto niente. Abbiamo continuato a vivere come due ombre nello stesso appartamento, incrociandoci in cucina o in bagno senza mai scambiare una parola. Ma di notte, le cose erano diverse. È diventata una routine. Quasi tutte le notti mi sveglio con lui già lì, che mi usa come se fossi un oggetto, un buco caldo da riempire. E io lo lascio fare. Ogni tanto fingo di muovermi nel sonno, giusto per vedere se si ferma, ma non lo fa mai. È come se sapesse che sono sveglio, come se godesse di questa farsa.
Una sera, mentre sto buttando giù due spaghetti scotti, lo vedo entrare in cucina. Non mi guarda, come sempre, ma si ferma vicino al frigo e scrive qualcosa su un post-it. Lo attacca con una calamita e se ne va. Aspetto che sparisca in camera sua prima di avvicinarmi. “Stanotte ci divertiamo di più, puttana”. Leggo e stringo i denti, ma dentro di me c’è un fremito che non voglio ammettere. Mi dico che sono pazzo, che dovrei cacciarlo di casa, ma non faccio niente. Vado a letto presto, con una tensione che mi stringe lo stomaco, e aspetto.
Verso l’una sento la porta della mia stanza aprirsi. Non mi muovo, tengo il respiro regolare, ma sono sveglio, vigile. Lo sento avvicinarsi, il rumore dei suoi passi leggeri sul pavimento, il fruscio dei vestiti che si toglie. Il materasso si abbassa sotto il suo peso mentre si inginocchia tra le mie gambe. Mi tira giù i boxer con un movimento secco, senza delicatezze. Sento l’aria fredda sulla pelle, poi la sua mano ruvida che mi spalanca le cosce.
“Lo sai che ti piace, vero?” sussurra, la voce bassa e roca, la prima volta che lo sento parlare da settimane. Non rispondo, continuo a fingere di dormire, ma il cuore mi batte così forte che sono sicuro che lo senta. Mi sputa addosso, un gesto crudo, umiliante, e usa la saliva per lubrificarmi appena. Non c’è nessuna dolcezza, nessuna preparazione. Sento la punta del suo cazzo, grosso e duro, che preme contro di me. È largo, lo so bene ormai, e ogni volta fa male all’inizio, un bruciore che mi strappa un respiro che cerco di soffocare. Spinge dentro con un colpo deciso, senza aspettare, e io stringo le lenzuola sotto le dita, mordendomi il labbro per non fare rumore.
“Stringi di più, cazzo,” ringhia, iniziando a muoversi. Il ritmo è subito veloce, brutale, ogni affondo mi scuote il corpo e fa cigolare il letto. Sento il suo peso su di me, il suo fiato caldo e irregolare contro il mio orecchio, l’odore acre del suo sudore che mi riempie le narici. Non c’è nulla di romantico o delicato, è puro sesso, animalesco, un bisogno fisico che consuma entrambi. La sua mano mi afferra i fianchi, le dita che si conficcano nella carne, lasciandomi segni che troverò domani. “Sei un buco perfetto, lo sai? Fatto apposta per me,” dice tra un grugnito e l’altro, e io non so se voglio urlargli di smettere o di continuare.
Mi gira di colpo, senza preavviso, mettendomi a pancia in giù. Mi tira su il bacino con una mano, costringendomi a inarcarmi, e rientra dentro di me con una spinta che mi fa quasi gridare. La posizione è scomoda, il suo peso mi schiaccia contro il materasso, ma non mi lascia spazio per muovermi. Sento ogni centimetro di lui, la durezza che mi riempie, il bruciore che si mischia a un piacere strano, contorto, che mi fa serrare i denti. Il rumore dei nostri corpi che si scontrano è osceno, un suono bagnato e ritmico che riempie la stanza, insieme ai suoi gemiti bassi e ai miei respiri spezzati che non riesco più a controllare.
“Ti piace essere scopato così, eh? Non fingere,” dice, tirandomi i capelli con una mano mentre con l’altra mi stringe il fianco. La sua voce è carica di disprezzo, ma anche di una soddisfazione che mi fa rabbrividire. Non rispondo, ma il mio corpo lo fa per me, tremando sotto i suoi colpi. Mi spinge più forte, più a fondo, e io sento il calore che cresce, un piacere che non voglio ammettere ma che mi travolge comunque. L’odore del sesso ci avvolge, un misto di sudore, pelle e fluidi che mi inebria i sensi. La sua mano scivola sotto di me, afferrandomi il cazzo, e inizia a masturbarmi con movimenti ruvidi, quasi violenti. “Vieni per me, troia,” ordina, e io non riesco a resistere. Esplodo con un gemito che non riesco a soffocare, il corpo che si contrae mentre lui continua a spingere dentro di me, inseguendo il suo piacere.
Lo sento irrigidirsi, un grugnito profondo gli sfugge dalla gola mentre si svuota dentro di me, caldo e appiccicoso. Resta fermo un attimo, il respiro pesante, poi si tira fuori con un movimento brusco che mi fa sussultare. Sento il suo sperma colarmi lungo le cosce, una sensazione umiliante che mi brucia la pelle. Non dice niente, si alza dal letto e si riveste in silenzio. Prima di uscire, si china vicino al mio orecchio. “Domani ti voglio più pronto, capito? Non farmi perdere tempo,” sussurra, e se ne va.
Resto lì, sdraiato a pancia in giù, il corpo dolorante e appiccicoso. Non mi muovo per un po’, cercando di riprendere fiato, di capire cosa cazzo sto facendo con la mia vita. Ma non ci penso troppo. Mi alzo, mi pulisco come posso e torno a letto, sapendo che domani sera sarà lo stesso. O forse peggio.
Il mattino dopo, come sempre, c’è un post-it sul frigo. “Hai goduto come una puttana stanotte. Continua così”. Lo leggo, stringo i pugni, ma non lo tolgo. Lo lascio lì, come un promemoria di questa follia che non so come fermare. Non ci parliamo, non ci guardiamo, ma di notte il nostro linguaggio è chiaro, crudo, fatto di corpi che si cercano e si consumano. E io, che dovrei odiarlo, aspetto la prossima volta con un misto di disgusto e desiderio che non riesco a spegnere.
