Racconti Piccanti
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Fottuto nella tenda dal mio migliore amico

Fottuto nella tenda dal mio migliore amico

05 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Lorenzo, ho 23 anni, e quella notte in campeggio non me la scorderò mai. Eravamo un gruppo di amici, solita vacanza low cost in montagna, tende piantate in un prato vicino a un ruscello. Io e Marco, il mio migliore amico da sempre, dividevamo una tenda piccola, di quelle che a malapena ci stai in due. Marco è uno di quei tipi che non stanno mai zitti, sempre a scherzare, sempre a provocare. Quella sera avevamo esagerato con la birra e qualche tiro di canna, tutti intorno al fuoco a ridere come scemi. Io ero già mezzo partito, la testa che girava, ma non volevo darlo a vedere. Marco mi guardava strano, con quel sorrisetto che non riuscivo a decifrare.

Quando ci siamo infilati in tenda, l’aria era pesante, un misto di sudore, alcol e fumo che si era attaccato ai vestiti. Ero stanco morto, mi sono buttato sul sacco a pelo in mutande, senza nemmeno lavarmi. Marco si è sdraiato vicino, troppo vicino, e ha iniziato a parlare a bassa voce. “Lollo, sei proprio un coglione, lo sai? Ti lasci sempre fregare.” Io ho riso, pensando fosse la solita presa in giro, ma poi ho sentito la sua mano sulla mia coscia. Non una carezza, no, una presa forte, decisa. Ho tirato indietro la gamba d’istinto. “Che cazzo fai, Marco?” ho borbottato, con la voce impastata. Lui non ha risposto, mi ha solo guardato con quegli occhi che brillavano nel buio. Ero confuso, il cuore mi batteva forte, non capivo se ero incazzato o se, sotto sotto, c’era qualcosa che mi faceva venire i brividi. Non lo ammetterò mai a voce alta, ma una parte di me voleva vedere dove andava a parare.

La sua mano è tornata, più insistente, salendo verso l’interno coscia. Ho provato a spingerlo via, ma ero molle, la birra mi aveva fregato. “Sta’ fermo, cazzo,” ha sussurrato, e il suo tono non era uno scherzo. Mi sono sentito in trappola, ma allo stesso tempo c’era un calore che mi partiva dallo stomaco e scendeva giù. Non so perché non ho urlato, forse per vergogna, forse perché gli altri erano nelle tende a pochi metri e non volevo che sentissero. Marco si è avvicinato, il suo fiato caldo sul collo, e ha iniziato a strofinarsi contro di me. Sentivo il suo corpo duro, teso, e il mio traditore di un cazzo ha reagito senza che potessi farci nulla. “Lo vuoi anche tu, non fare il santarellino,” mi ha ringhiato all’orecchio, e io ho chiuso gli occhi, diviso tra il volerlo mandare affanculo e il lasciarmi andare.

Poi ha iniziato a toccarmi per davvero, la sua mano sotto le mutande, stringendomi con forza. Ho ansimato, cercando di trattenermi, ma lui non mollava. Mi ha girato di schiena, spingendomi giù con una mano sulla nuca. “Zitto, Lollo, non fare casino,” ha detto, mentre con l’altra mano mi abbassava le mutande fino alle ginocchia. Ero nudo, esposto, e sentivo il freddo del sacco a pelo sulla pelle, ma il suo corpo sopra di me era un forno. Ha preso qualcosa dalla sua borsa, un tubetto, e ho capito subito cosa stava per succedere. Ha spalmato del gel freddo sul mio culo, e io ho stretto i denti, il cuore che mi scoppiava. “Rilassati, cazzo, non ti faccio male,” ha mormorato, ma la sua voce era carica di una voglia che mi spaventava e mi eccitava allo stesso tempo. Ha iniziato a spingere un dito dentro, lentamente, e io ho soffocato un gemito mordendomi il labbro. Faceva male, ma c’era anche un piacere strano, profondo, che non avevo mai provato. Ha continuato così per un po’, aggiungendo un altro dito, preparandomi mentre mi sussurrava porcate all’orecchio. “Sei stretto, cazzo, ma ti apro io, vedrai come ti piace.”

Quando ha tirato fuori le dita, ho sentito il rumore della zip dei suoi pantaloni. Ero in preda al panico, ma il mio corpo non si ribellava. Mi ha coperto la bocca con una mano, premendo forte. “Non fiatare, o ci sentono tutti,” ha detto, e poi ho sentito la pressione del suo cazzo contro di me. Ha spinto piano all’inizio, ma bruciava da morire, un dolore acuto che mi ha fatto stringere i pugni. “Cazzo, Marco, piano,” ho provato a dire, ma la sua mano mi soffocava. Ha continuato a entrare, centimetro per centimetro, finché non è stato tutto dentro. Ero pieno, incapace di muovermi, e lui ha iniziato a spingere, prima lento, poi più forte. Ogni colpo era un misto di dolore e piacere, il suo fiato caldo sul collo, il rumore dei nostri corpi che sbattevano piano, cercando di non fare casino. “Ti piace, vero, troietta?” mi sussurrava, e io non potevo rispondere, ma il mio corpo lo faceva al posto mio, inarcandosi verso di lui. L’odore di sudore e sesso mi riempiva le narici, il suo peso su di me mi schiacciava, ma non volevo che smettesse. Mi ha scopato così per minuti che sembravano ore, tenendomi la bocca chiusa, mentre con l’altra mano mi stringeva il fianco così forte che sicuramente mi sarebbero rimasti i segni.

Quando è venuto, l’ho sentito pulsare dentro di me, un calore che si spargeva, e io stesso sono esploso senza nemmeno toccarmi, sporcando il sacco a pelo. Ero distrutto, ansimavo sotto la sua mano, mentre lui si tirava fuori piano, lasciandomi vuoto e dolorante. Si è sdraiato accanto a me, il respiro pesante, e ha tolto la mano dalla mia bocca. Non abbiamo detto nulla per un po’, solo il suono del nostro fiato e il fruscio del vento fuori dalla tenda. Non so cosa provavo, un casino di emozioni: vergogna per essermi lasciato prendere così, ma anche un piacere che non potevo negare. Non lo guardavo in faccia, non ce la facevo.

Alla fine, Marco ha rotto il silenzio. “Non dire niente agli altri, ok?” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Io ho annuito, ancora stordito. Ci siamo tirati su le mutande, ci siamo girati dall’altra parte, come se non fosse successo niente. Non so cosa succederà domani, ma una cosa è certa: quella notte mi ha incasinato la testa. E, cazzo, una parte di me non vede l’ora di rifarlo.

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