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Caro diario… sono la puttana di giovanni (parte 2)

Caro diario… sono la puttana di giovanni (parte 2)

31 Marzo 2026·5 min di lettura

Quella notte, dopo aver scritto quelle righe tremanti sul quaderno nascosto sotto il materasso della brandina, Filippo non riuscì a dormire.

Rimase sdraiato al buio, con il cuore che gli martellava nel petto e il sapore fantasma dello sperma di Giovanni ancora in gola. Ogni frase che aveva messo su carta gli rimbombava nella testa come una condanna: Sono la puttana di Giovanni. Sono suo.

E più lo ripeteva mentalmente, più il suo corpo reagiva. Il cazzo gli era rimasto mezzo duro per ore, pulsando inutilmente contro il tessuto leggero dei pantaloncini.

Giovanni dormiva profondamente nel letto grande, il lenzuolo abbassato fino alla vita, il torace nudo che si alzava e abbassava con respiro regolare. La luce della luna che filtrava dalla finestra gli disegnava i muscoli in ombre nette.

Filippo lo guardava. Non riusciva a smettere.

A un certo punto, senza quasi rendersene conto, scivolò giù dalla brandina e si mise in ginocchio sul pavimento freddo. Rimase lì, immobile, per lunghi minuti. Le ginocchia gli facevano male, ma non si muoveva. Aspettava. Aspettava un segno, un ordine, qualunque cosa.

Giovanni si svegliò verso le tre. Si girò nel letto, aprì gli occhi e lo vide: Filippo in ginocchio ai piedi del letto, la testa bassa, le mani sulle cosce, il respiro corto.

Per qualche secondo non disse niente. Poi emise un suono basso, quasi un sospiro divertito.

«Che cazzo fai, principino?»

Filippo non alzò lo sguardo. La voce gli uscì roca, spezzata, piena di vergogna e bisogno:

«…non riesco a dormire. Ti prego… usami.»

Giovanni rimase in silenzio per un tempo che sembrò eterno. Poi si mise seduto sul bordo del letto, le gambe larghe. Il cazzo, ancora morbido, pendeva pesante tra le cosce.

«Guardami.»

Filippo alzò gli occhi. Erano lucidi, arrossati.

«Dimmi esattamente cosa sei» ordinò Giovanni, la voce bassa e calma.

Filippo deglutì. Le guance gli bruciavano.

«Sono… la tua puttana.»

Giovanni inclinò leggermente la testa, come se stesse valutando.

«Più forte. E dimmi perché.»

Filippo sentì le lacrime salirgli agli occhi, ma non le trattenne. La voce tremò, ma uscì più chiara:

«Sono la tua puttana perché mi eccita essere inferiore a te. Mi eccita che i miei genitori ti stimino più di me. Mi eccita che tu abbia Sara e una vita normale mentre io dormo per terra e ti supplico di usarmi. Mi eccita essere umiliato. Ti prego…»

Si interruppe, la gola stretta. Poi continuò, quasi in un sussurro disperato:

«Ti prego, Giovanni. Usami come vuoi. Fammi male. Fammi sentire quanto valgo poco. Non ce la faccio più a fingere.»

Giovanni lo osservò a lungo, senza espressione. Poi si alzò in piedi lentamente. Il suo cazzo stava già diventando duro davanti al viso di Filippo.

«Apri la bocca.»

Filippo obbedì all’istante, spalancando le labbra. Giovanni gli infilò due dita dentro, spingendole fino in fondo, facendogli venire i conati. Le tirò fuori bagnate di saliva e le usò per schiaffeggiargli leggermente le guance.

«Brava. Adesso spogliati. Tutto.»

Filippo si tolse i pantaloncini e i boxer con mani tremanti, rimanendo completamente nudo in ginocchio. Il suo cazzo era duro, la cappella lucida di liquido preseminale. Non osava toccarsi.

Giovanni gli afferrò i capelli con una mano e gli tirò la testa indietro.

«Stanotte non vieni. Chiaro? Il tuo cazzo non conta più niente.»

Filippo annuì freneticamente, le lacrime che gli scendevano sulle guance.

Giovanni si sedette di nuovo sul letto e gli indicò il pavimento tra le sue gambe.

«Leccami le palle. Lentamente. E dimmi grazie ogni volta che ti do qualcosa.»

Filippo si chinò in avanti. Il viso affondò tra le cosce di Giovanni. Cominciò a leccare lo scroto pesante, con devozione, la lingua che passava lenta e umida. Il sapore era forte, salato, muschiato dopo una giornata di lavoro.

«Grazie…» mormorò tra una leccata e l’altra.

Giovanni gli teneva la mano tra i capelli, guidandolo.

«Più in basso.»

Filippo scese con la lingua, fino ad arrivare alla zona sensibile sotto le palle. Leccò lì con impegno, il naso premuto contro la pelle calda. Giovanni emise un mugolio basso di approvazione.

Dopo qualche minuto lo tirò su per i capelli e gli spinse il cazzo ormai completamente duro in bocca. Non fu gentile. Gli scopò la gola con spinte lente ma profonde, tenendogli la testa ferma con entrambe le mani. Ogni volta che Filippo aveva un conato, Giovanni spingeva un po’ di più, soffocandolo per qualche secondo prima di lasciargli riprendere fiato.

«Guardami mentre ti scopo la bocca» ordinò.

Filippo alzò gli occhi lacrimosi. Giovanni lo fissava dall’alto con uno sguardo possessivo, quasi crudele.

«Sei proprio patetico. Inginocchiato di notte a implorare il cazzo di un uomo che tra un mese se ne va con la sua fidanzata. E ti piace da morire, vero?»

Filippo riuscì solo a emettere un gemito soffocato intorno al cazzo che gli riempiva la gola. Annuì come poteva.

Giovanni accelerò leggermente, scopandogli la bocca con più forza. Il suono osceno di saliva e conati riempiva la stanza silenziosa. Quando stava per venire, tirò fuori il cazzo e lo schiaffeggiò sulle guance bagnate di Filippo.

«Apri bene.»

Poi gli venne in faccia. Fiotti densi, caldi, abbondanti gli colpirono le guance, le labbra, il naso, un occhio. Giovanni grugnì piano, svuotandosi completamente sul viso di Filippo.

Quando finì, rimase lì a guardare il risultato: il viso di Filippo completamente imbrattato del suo sperma, le lacrime che si mescolavano al seme, l’espressione distrutta e sottomessa.

Giovanni gli diede un ultimo schiaffetto leggero sulla guancia sporca.

«Brava puttana. Adesso vai a dormire così. Non pulirti. Voglio che ti addormenti con la mia sborra in faccia.»

Filippo annuì debolmente. Si alzò sulle gambe tremanti e tornò sulla brandina. Si sdraiò sulla schiena, il viso ancora coperto di sperma che iniziava a colare lentamente verso le orecchie e il collo.

Giovanni si rimise a letto e, nel giro di pochi minuti, si addormentò di nuovo.

Filippo rimase sveglio, il cuore che gli batteva forte, il cazzo dolorosamente duro e negato, il viso che bruciava per la vergogna e l’umiliazione.

Mentre il seme di Giovanni gli si asciugava sulla pelle, pensò di nuovo alle parole che aveva scritto poche ore prima.

Sono la puttana di Giovanni.

Ora lo era ancora di più.

E, nel profondo del suo animo spezzato, sapeva che avrebbe implorato di esserlo ancora di più la notte successiva.

E quella dopo.

Fino a quando Giovanni non se ne sarebbe andato.

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