Racconti Piccanti
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Obbedire a mio cugino (parte 2)

Obbedire a mio cugino (parte 2)

25 Marzo 2026·5 min di lettura

L’erba di Carmelo era davvero forte. Dopo la seconda canna mi sentivo già strano, dopo la terza la stanza sembrava ondeggiare piano e io avevo la lingua impastata. Avevo provato a dire di no: «Davide, basta, mi sta chiudendo troppo», ma lui aveva riso piano e mi aveva messo la canna tra le dita dicendo «Una sola tirata in più, dai, è solo per rilassarti. Non ti succede niente». Alla fine avevo ceduto, come sempre.

Eravamo nella camera di Elena. Davide chiuse la porta e si appoggiò con la schiena all’armadio, guardandomi con quel suo sorriso tranquillo.

«Spogliati, Marco.»

Rimasi fermo. Il cuore mi batteva già veloce.

«No… non mi va. È troppo strano.»

«Eddai, è solo un gioco. Non c’è niente di male. Voglio solo vedere come ti stanno i suoi vestiti. È divertente, no? Siamo solo noi due.»

Esitai a lungo, spostando il peso da un piede all’altro. Alla fine mi tolsi la maglietta, poi i pantaloncini. Quando arrivai ai boxer mi bloccai di nuovo.

«Anche quelli?» chiesi, la voce bassa.

«Certo. Altrimenti come fai a provare le mutandine?»

Abbassai i boxer lentamente, coprendomi il cazzo con le mani. Ero già mezzo duro per l’erba e per l’imbarazzo. Davide aprì il cassetto e tirò fuori il reggiseno nero di pizzo e le mutandine coordinate.

«Metti prima il reggiseno.»

Presi il reggiseno con le mani che tremavano. Lo infilai goffamente, armeggiando con la chiusura dietro la schiena. Le coppe mi pendevano vuote sul petto. Poi presi le mutandine. Le tirai su piano. Il pizzo mi strinse il cazzo, infilandosi tra le natiche. La stoffa era sottile e fresca. Sentivo tutto: ogni filo che premeva sulla pelle.

Davide mi osservava in silenzio per qualche secondo.

«Girati un attimo.»

Mi voltai. Sentivo i suoi occhi sul culo.

«Cazzo, Marco… ti stanno proprio bene. Sembri una ragazza. Brava, Elena.»

Quel nome mi fece arrossire di colpo. Il cazzo mi divenne duro del tutto dentro le mutandine, la cappella che spingeva contro il bordo di pizzo. Una goccia di liquido preseminale bagnò la stoffa. Mi sentivo ridicolo, esposto, ma anche curiosamente eccitato.

In quel momento il citofono suonò due volte, secco.

Sobbalzai.

«Merda! È Carmelo! Nascondimi, ti prego!»

Feci un passo verso il bagno, il panico che mi saliva in gola.

Davide mi prese per un braccio, gentile ma deciso.

«No, resta qui. È solo Carmelo. Non c’è problema.»

«Davide, no! Mi vede così e mi prende per il culo per sempre! Ti prego, fammi nascondere!»

La voce mi uscì quasi supplichevole. Tremavo.

Davide mi guardò con calma, la voce bassa e convincente.

«Marco, ascoltami. È solo un gioco. Carmelo è il mio migliore amico, sa stare al suo posto. Non dirà niente fuori di qui. E poi… guarda come sei carino. Non hai niente di cui vergognarti. Fidati di me, è divertente. Non c’è nulla di male.»

Esitai, il cuore che martellava. Alla fine rimasi fermo dove ero, le braccia che cercavano inutilmente di coprire il petto e il cazzo.

Davide aprì il cancello dal telefono. Sentii i passi di Carmelo salire le scale, pesanti e sicuri. Ogni passo mi faceva stringere lo stomaco.

La porta si aprì.

Carmelo entrò e si bloccò. Mi fissò per tre o quattro secondi buoni, poi un sorrisetto gli si allargò sulla faccia.

«Oh cazzo… ma che succede qui?»

Davide rise piano, come se fosse tutto normale.

«Niente, stiamo giocando. Marco si è voluto provare un po’ di roba di Elena. Che ne dici?»

Carmelo mi girò intorno lentamente, squadrandomi da capo a piedi. Non rideva forte, ma il suo sguardo era pesante, curioso e un po’ cattivo.

«Porca troia… guarda che roba. Il reggiseno gli pende sulle tette piatte, ma le mutandine… gli stringono proprio il cazzo. Si vede che gli è venuto duro.»

Parlava di me come se non ci fossi. La voce era bassa, quasi divertita, ma con un tono da bullo che mi faceva venire i brividi.

Io tenevo gli occhi bassi, le guance in fiamme. Le mani tremavano. Volevo sparire.

Carmelo si fermò davanti a me.

«Alza la testa, fammi vedere.»

Non mi mossi. Davide mi diede un colpetto leggero sulla spalla.

«Fai vedere, Marco. Non c’è niente di male.»

Alzai la testa lentamente. Carmelo mi fissò negli occhi, poi abbassò lo sguardo sul rigonfiamento nelle mutandine.

«Guarda come gli tira il pizzo. Gli piace davvero, eh? Vestirsi da femmina gli fa venire il cazzo duro.»

Fece una pausa, poi continuò con lo stesso tono calmo e crudele.

«Sai, Marco, se ti vedessi in giro per strada conciato così… non so, mi verrebbe da ridere. Sembri proprio una puttanella da quattro soldi.»

Le parole erano dette quasi con noncuranza, ma mi colpirono lo stesso. Sentivo la vergogna che mi saliva dallo stomaco alla gola. Gli occhi mi bruciavano. Avevo paura vera: paura che lo raccontasse a qualcuno, paura di essere preso in giro per sempre, paura di quello che stavo diventando.

Carmelo non urlava, non mi toccava. Era solo lì, con quel sorrisetto da bullo, a dire cose che mi facevano sentire piccolo e sporco.

«Comunque… stai proprio bene con quel reggiseno, Elena. Ti dona.»

Rise piano, una risata bassa e cattiva, poi diede una pacca sulla spalla a Davide.

«Io vado, divertitevi. Non voglio rovinarvi il giochetto.»

Uscì e chiuse la porta. Sentii i suoi passi scendere le scale.

Il silenzio che rimase fu pesantissimo. Io ero ancora lì, in reggiseno e mutandine, il cazzo duro che pulsava, le gambe che tremavano. La paura mi stringeva lo stomaco. Le parole di Carmelo mi rimbombavano nella testa: “puttanella da quattro soldi”.

Davide si avvicinò piano. Mi mise una mano sulla spalla, calda e rassicurante.

«Visto? Non è successo niente. Carmelo è fatto così, gli piace fare il bullo, ma non è cattivo. Non dirà niente, te lo giuro.»

Mi accarezzò lentamente la schiena, le dita che sfioravano la chiusura del reggiseno.

«Ti sei eccitato, vero? Ti è piaciuto farti guardare.»

Balbettai, la voce rotta e bassa.

«Io… avevo tanta paura… mi vergogno da morire… non volevo che mi vedesse… ma… sì… mi è venuto duro… non lo capisco…»

Davide sorrise gentile, quasi affettuoso.

«Va bene, Marco. Non devi spiegarti. È solo un gioco. Non c’è niente di male se ti piace. Sei stato bravissimo a restare qui. Mi hai fatto contento.»

Mi diede un bacio leggero sulla fronte.

«Adesso vai a cambiarti con calma. Metti tutto a posto.»

Uscii dalla stanza con le gambe molli. Mentre mi toglievo il reggiseno e le mutandine nella mia camera, le parole di Carmelo continuavano a girarmi in testa. La vergogna era fortissima. La paura anche.

Ma sotto tutto quello, una curiosità strana e calda continuava a spingere: volevo sapere cosa sarebbe successo la prossima volta.

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