Racconti Piccanti
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“Non voglio, ma devo”

“Non voglio, ma devo”

24 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Clara, ho trentatré anni e non sono una che si lascia andare facilmente. Ho sempre avuto il controllo su tutto: il lavoro, le relazioni, persino il mio corpo. Non mi piace perdere, e di sicuro non mi piace che qualcuno mi dica cosa fare. Eppure, qualche settimana fa, mentre navigavo su un forum anonimo per noia, ho incrociato lui. Si faceva chiamare “DomatoreSilenzioso” e ha avuto il coraggio di sfidarmi. Ha detto che poteva farmi venire anche se non volevo, che avrebbe spezzato ogni mia resistenza con pazienza e calma, senza violenza, solo con il piacere. Ho riso leggendo quelle parole, ma dentro di me qualcosa si è acceso. Ho accettato la scommessa, più per orgoglio che per altro. Ci siamo dati appuntamento in un hotel di periferia, una stanza prenotata a suo nome. Nessun rischio, nessuna traccia. Solo una notte per dimostrare che aveva torto.

Arrivo all’hotel alle nove in punto. La hall è anonima, con luci al neon che ronzano debolmente e un receptionist che non alza nemmeno lo sguardo. Prendo l’ascensore fino al quinto piano, il cuore che batte un po’ più forte del normale, ma mi dico che è solo adrenalina. Busso alla porta della stanza 512. La apre un uomo sulla quarantina, alto, con spalle larghe e un sorriso tranquillo. Non è il classico tipo che ti aspetti in una situazione del genere: niente sguardo da predatore, niente atteggiamenti da macho. Indossa una camicia bianca e un paio di jeans scuri, e mi tende la mano come se fossimo a un colloquio di lavoro.

“Clara, giusto? Io sono Luca. Entra, non mordo,” dice con una voce bassa, quasi rilassante.

“Lo spero bene. Non sono qui per perdere tempo,” rispondo secca, entrando nella stanza. È una camera standard, con un letto matrimoniale al centro, lenzuola bianche, un paio di poltrone e tende tirate. Niente di speciale. Sul comodino vedo una borsa di stoffa nera, chiusa. Mi volto verso di lui, incrociando le braccia. “Allora, come funziona? Vuoi davvero provare a farmi fare qualcosa che non voglio?”

Luca chiude la porta con calma e si appoggia al muro, guardandomi negli occhi. “Esatto. Ma ci sono regole. Primo, puoi fermare tutto in qualsiasi momento. Basta una parola: ‘stop’. Secondo, ti legherò, ma niente di stretto o doloroso. Terzo, non farò niente che non sia stato concordato. Sei d’accordo?”

Annuisco, anche se dentro di me una voce mi dice di andarmene subito. Ma non posso tirarmi indietro, non ora. “Va bene. Però ti avverto: non sono una che cede. Non ci riuscirai.”

Lui sorride, un sorriso che mi irrita perché sembra così sicuro. “Vedremo. Spogliati. Lentamente. Voglio guardarti.”

Esito un attimo, ma poi alzo il mento e inizio a sbottonare la camicia nera che indosso. Lo faccio con calma, come se stessi solo seguendo un copione, ma sento i suoi occhi su di me, attenti, che non perdono un dettaglio. Tolgo la camicia, poi i pantaloni, restando in mutande e reggiseno di pizzo nero. Non dico niente, ma lo guardo dritto negli occhi, sfidandolo a fare la prossima mossa.

“Brava,” dice lui, avvicinandosi. “Ora sdraiati sul letto. Metti le mani sopra la testa.”

Obbedisco, più per curiosità che per altro. Il materasso è morbido sotto di me, e mentre sollevo le braccia, lui tira fuori dalla borsa un paio di sciarpe di seta rossa. Me le lega ai polsi con movimenti lenti, assicurandole alla testiera del letto. Non stringe troppo, ma abbastanza da farmi capire che non posso muovermi. Poi lega anche le caviglie, divaricandomi le gambe appena. Sono esposta, vulnerabile, e per la prima volta sento un brivido che non è solo di sfida.

“Non ti muovere troppo,” mi avverte, sedendosi sul bordo del letto. “Ora iniziamo. E ricordati: puoi dire ‘stop’ quando vuoi. Ma credo che non lo farai.”

“Non contarci,” ribatto, ma la mia voce è meno sicura di quanto vorrei.

Luca non risponde. Invece, si china su di me e inizia a sfiorarmi il collo con le dita, appena sotto l’orecchio. Il suo tocco è leggero, quasi impercettibile, ma scatena una scossa che mi percorre la schiena. Scendo con le dita lungo la clavicola, poi sul bordo del reggiseno, senza mai toccare direttamente la pelle sensibile. Il suo respiro è caldo vicino al mio viso, e sento un lieve odore di colonia, qualcosa di speziato e maschile che mi distrae. Cerco di restare concentrata, di non lasciarmi coinvolgere, ma il suo tocco è insistente, paziente.

“Ti piace questo?” chiede, la voce bassa, mentre le sue dita scivolano lungo il fianco, appena sopra l’elastico delle mutande.

“No,” mento, stringendo i denti. “Non mi fai niente.”

“Davvero?” replica lui, e sento un sorriso nella sua voce. “Vediamo.”

Si china e inizia a baciarmi il collo, lentamente, con labbra morbide ma decise. Ogni bacio è un piccolo shock, e il calore della sua bocca si mescola al fresco della stanza, facendomi rabbrividire. Scende verso il petto, sfiorando il bordo del reggiseno con la lingua. Non lo toglie, non ancora, ma il tessuto sembra amplificare ogni sensazione. Stringo le mani nelle sciarpe, cercando di non reagire, ma il mio corpo mi tradisce: il respiro si fa più corto, i muscoli si tendono.

“Non vuoi, vero?” mi sussurra all’orecchio, mentre una mano scivola sotto il reggiseno, sfiorandomi un capezzolo con il pollice. È duro, turgido, e il contatto mi fa sfuggire un piccolo gemito, che cerco subito di soffocare.

“Non significa niente,” dico, con la voce che trema. “È solo… fisiologico.”

“Fisiologico,” ripete lui, ridacchiando. “Vediamo quanto diventa fisiologico.”

Toglie il reggiseno con un movimento rapido, lasciandomi il petto nudo. I miei seni sono pieni, i capezzoli rosa e già eretti, e lui li guarda per un momento prima di chinarsi. Prende uno in bocca, succhiando piano ma con decisione, mentre con la mano pizzica l’altro, ruotando il pollice in cerchi lenti. La sensazione è intensa, un misto di calore umido e pressione che mi fa inarcare la schiena nonostante tutto. Il suono della sua bocca, piccoli schiocchi e respiri, riempie la stanza, e il profumo della sua pelle, mescolato al mio, mi avvolge. Cerco di concentrarmi su qualcosa, qualsiasi cosa, ma il piacere cresce, un calore che si accumula tra le gambe.

“Ti stai bagnando, lo sento,” dice, alzando lo sguardo su di me. La sua voce è calma, ma c’è una nota di trionfo. “Non vuoi, ma il tuo corpo sì.”

“Non è vero,” protesto, ma so che ha ragione. Sento l’umidità nelle mutande, il tessuto che si appiccica alla pelle. Lui sorride e scende con una mano, sfiorandomi sopra il pizzo, senza premere troppo. È una tortura, un contatto appena accennato che mi fa desiderare di più, anche se non voglio ammetterlo.

“Vediamo,” dice, e con un gesto lento tira giù le mutande, lasciandomi completamente nuda. Sono esposta, le gambe divaricate dalle sciarpe, e sento il suo sguardo su di me. “Sei già lucida, Clara. Guardati. Vuoi che vada avanti?”

“No,” dico, ma la mia voce è debole, quasi un sussurro. Lui non risponde, si limita a chinarsi tra le mie gambe. Il suo respiro caldo mi colpisce la pelle sensibile, e prima che possa dire altro, la sua lingua mi sfiora, un contatto leggero ma preciso, proprio sul clitoride. È una scossa elettrica, e un gemito mi sfugge senza che possa controllarlo.

“Non vuoi, eh?” dice, alzando lo sguardo per un attimo. “Allora perché stai tremando?”

“Non sto… non sto tremando,” balbetto, ma so che è una bugia. Ogni movimento della sua lingua è calcolato, lento, un cerchio che si chiude e poi si apre, un ritmo che mi porta sempre più vicina a un limite che non voglio superare. Le sue mani mi tengono i fianchi, ferme ma gentili, e il calore della sua bocca, il suono umido dei suoi movimenti, mi avvolgono. Sento l’odore del mio stesso desiderio, pungente e dolce, mescolato al suo respiro. Il piacere cresce, un’onda che sale inesorabile, e proprio quando penso di non poterne più, lui si ferma.

“No,” gemo, senza rendermene conto. “Perché ti sei fermato?”

“Perché non vuoi, ricordi?” dice, con un sorriso che mi fa venir voglia di urlare. “Non ti lascerò venire finché non me lo chiederai. E non lo farai, vero?”

“Mai,” ringhio, ma il mio corpo è un traditore. Sono tesa, il clitoride pulsante, la pelle sensibile a ogni respiro. Lui riprende, ma stavolta con le dita, sfiorandomi appena l’entrata, senza penetrare. È una tortura, un gioco crudele di quasi-contatti che mi fa impazzire. Ogni tanto usa la lingua, ma si ferma sempre un attimo prima che io perda il controllo. Passano minuti, forse ore, non lo so. Il tempo si dissolve in un ciclo infinito di piacere e frustrazione.

“Chiedimelo, Clara,” dice a un certo punto, mentre le sue dita scivolano dentro di me, due, lente ma profonde. Sono strette, piene, e il movimento mi fa inarcare i fianchi. “Chiedimi di farti venire. O vuoi che continui a giocare così tutta la notte?”

“No… non lo farò,” ansimo, ma ogni parola è uno sforzo. Sento il sudore sulla fronte, il cuore che martella, e il piacere è così intenso che fa quasi male. Le sue dita si muovono più veloci, poi rallentano, e la sua lingua torna a tormentarmi, un tocco leggero che mi porta al limite e poi mi abbandona. Sono un fascio di nervi, ogni muscolo teso, e non so quanto ancora posso resistere.

“Guardati,” dice, con voce bassa e roca. “Sei un disastro. Stai gocciolando sul letto. Vuoi che smetta, o vuoi che ti spinga oltre?”

“Non voglio… ma devo,” sussurro, quasi senza rendermene conto. Le parole mi sfuggono, e una lacrima mi scappa dall’angolo dell’occhio. Non so se è rabbia, frustrazione o sollievo, ma non riesco più a combattere.

“Cosa hai detto?” chiede lui, fermandosi per guardarmi negli occhi. Il suo viso è lucido dei miei fluidi, e il pensiero mi fa arrossire ancora di più.

“Fallo,” dico, la voce spezzata. “Fammi venire. Ti prego.”

Luca sorride, ma non c’è arroganza, solo una sorta di soddisfazione calma. “Brava. Ora ci siamo.”

Riprende, stavolta senza fermarsi. La sua lingua è implacabile, circonda il clitoride con movimenti precisi, mentre le dita si muovono dentro di me, colpendo un punto che mi fa vedere le stelle. Il piacere è un’onda che cresce, cresce, fino a diventare insostenibile. Sento ogni dettaglio: il calore della sua bocca, la pressione delle sue dita, il suono del mio respiro spezzato e dei miei gemiti che non riesco più a controllare. L’odore del sesso riempie la stanza, e il sapore salato del sudore mi arriva alle labbra mentre mordo il labbro inferiore.

Quando finalmente vengo, è come un’esplosione. Il mio corpo si tende, i muscoli si contraggono, e un grido mi sfugge dalla gola, rauco e disperato. Le lacrime mi scorrono sul viso, non so se per la rabbia di aver perso o per il sollievo di essermi lasciata andare. Luca non si ferma subito, continua a leccare e muovere le dita, prolungando l’orgasmo fino a farmi tremare in modo incontrollabile. Ogni tocco è troppo, eppure non voglio che smetta.

Quando infine si ferma, sono un relitto. Mi slega le mani e le caviglie con gesti lenti, massaggiandomi i polsi dove la seta ha lasciato un segno leggero. Non dico niente, non riesco. Lui si sdraia accanto a me, senza toccarmi, lasciandomi riprendere fiato.

“Non volevo, ma dovevo,” mormoro infine, ripetendo le parole che mi sono sfuggite prima. La mia voce è roca, spezzata.

“Lo so,” risponde lui, semplicemente. “E lo sapevi anche tu, da qualche parte.”

Resto in silenzio, il corpo ancora scosso da piccoli tremiti. Non so cosa pensare, ma una cosa è certa: ho perso la scommessa, e una parte di me non se ne pente affatto.

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