Bocca spalancata per il giovane sexy dentista
Mi chiamo Filippo, ho 23 anni e, sinceramente, non avrei mai pensato che una visita dal dentista potesse trasformarsi in qualcosa di così assurdo. Era una mattina afosa di luglio, il caldo era insopportabile e io, come un idiota, avevo deciso di mettere dei pantaloncini corti attillati senza boxer sotto. “Tanto chi mi vede?”, mi ero detto. Beh, non avevo calcolato che quel giorno avrei avuto un appuntamento per la pulizia dei denti. E soprattutto non avevo calcolato che al posto del vecchio dentista di famiglia, il dottor Rossi, ci sarebbe stato qualcun altro.
Arrivo nello studio, un po’ in ritardo, sudato per la camminata sotto il sole. La segretaria, una ragazza annoiata con le cuffie nelle orecchie, mi fa un cenno senza nemmeno guardarmi. “Prego, entri pure, il dottor Giacomo la aspetta.” Giacomo? Chi diavolo era Giacomo? Pensavo fosse uno scherzo, ma non faccio in tempo a chiedere che la porta dello studio si apre e mi ritrovo davanti un ragazzo sui trent’anni. Alto, spalle larghe, una mascella che sembrava scolpita e un sorriso che mi ha fatto quasi inciampare sui miei stessi piedi. Indossava un camice bianco, ma aperto, e sotto si intravedeva una maglietta aderente nera e un paio di jeans stretti. Non il classico dentista, ecco.
“Ciao, io sono Giacomo. Il dottor Rossi è in vacanza, lo sostituisco per un paio di settimane. Sei Filippo, giusto?” La sua voce era profonda, calma, con un leggero accento che non riuscivo a collocare. Mi tende la mano e io, un po’ imbambolato, gliela stringo. Ha una presa forte, decisa. Mi sento subito a disagio, non so perché. O forse lo so. È troppo bello, e io sono un disastro con i pantaloncini che mi tirano in punti che non dovrebbero.
“Sì, sono io. Solo una pulizia, niente di che,” borbotto, cercando di sembrare normale. Lui sorride di nuovo, un sorriso che sembra dire “so qualcosa che tu non sai”. Mi fa cenno di sedermi sulla poltrona e io obbedisco, sentendo il tessuto dei pantaloncini sfregare contro la pelle. Mi maledico mentalmente per non aver messo almeno un paio di slip.
“Allora, vediamo come stiamo messi. Apri la bocca,” dice, infilandosi i guanti di lattice con un gesto rapido. Mi chino un po’ indietro e apro la bocca, sentendo subito il freddo del metallo degli strumenti che mi sfiorano i denti. Lui è vicino, troppo vicino. Sento l’odore del suo dopobarba, qualcosa di fresco e speziato, e vedo i muscoli del suo avambraccio tendersi mentre lavora. I pantaloncini mi tirano sempre di più, e io prego che non si accorga di niente. Mi concentro sul soffitto, su qualsiasi cosa che non sia la sua faccia a pochi centimetri dalla mia.
“Non ti muovere, eh. Devo grattare via un po’ di tartaro qui dietro,” dice, e la sua voce ha un tono quasi divertito. Sento il raschietto scorrere sui denti, un suono che mi fa rabbrividire, ma non è solo quello. La sensazione di avere la bocca spalancata, le sue mani che mi tengono fermo il mento, il suo respiro che ogni tanto mi sfiora il viso… sto impazzendo. Stringo le gambe, sperando di nascondere l’erezione che ormai è impossibile ignorare.
“Fai un bel respiro, Filippo. Sembri teso,” dice, e io alzo gli occhi per incrociare i suoi. Mi sta guardando con un’espressione che non riesco a decifrare. Sorpresa? Divertimento? Non lo so, ma il cuore mi batte così forte che penso lo senta pure lui.
“Sto bene,” mento, con la voce strozzata. Lui non dice niente, continua a lavorare, ma ogni tanto le sue dita mi sfiorano le labbra, e io non so più come fare a stare fermo. La pulizia sembra durare un’eternità, e quando finalmente finisce, penso di essere salvo. Ma poi lui si tira indietro, si toglie i guanti e mi guarda con un sorrisetto.
“Sai, credo che ci voglia un controllo più approfondito. I denti dietro sembrano un po’ problematici. Ti dispiace se usiamo un divaricatore? Ti tiene la bocca aperta e mi permette di vedere meglio.”
Non ho il tempo di rispondere che già sta tirando fuori un aggeggio di metallo da un cassetto. Lo guarda con aria professionale, ma io sento un nodo allo stomaco. “Va bene,” dico, anche se la mia voce trema. Lui me lo infila in bocca, un pezzo freddo e duro che mi spalanca le mascelle, lasciandomi completamente esposto. Non posso parlare, non posso muovermi. E il peggio è che sono duro come mai prima d’ora. Sento il sangue pulsarmi nelle tempie, il calore tra le gambe, e so che i pantaloncini non nascondono niente.
Giacomo si avvicina di nuovo, i suoi occhi fissi nei miei. “Stai tranquillo, ci metto un attimo,” dice, ma c’è qualcosa nella sua voce che mi fa gelare. Non è professionale, non più. È bassa, roca, come se stesse trattenendo una risata. Le sue mani, ora senza guanti, mi sfiorano il viso mentre infila un altro strumento in bocca. Sento la pressione, il metallo freddo contro la lingua, e il suo pollice che mi sfrega l’angolo della bocca, quasi per sbaglio. Ma non è un caso, lo so. Tremò, e lui lo nota.
“Ehi, che c’è? Ti faccio male?” chiede, ma non si tira indietro. Io scuoto la testa, ma non posso parlare con quell’aggeggio in bocca. Lui sorride, un sorriso che mi fa capire tutto. “Non è dolore, vero?” dice, e il suo tono è cambiato. È più basso, più intimo. Si avvicina ancora, e con un gesto rapido, deciso, mi afferra i pantaloncini. Sento il tessuto strapparsi, il rumore secco che riempie la stanza. Sono nudo dalla vita in giù, esposto, e non posso fare niente per coprirmi.
“Guarda qua,” dice, con una voce che è un misto di sorpresa e divertimento. “Lo sapevi che non indossavi niente sotto, vero? Pensavi di farmela sotto il naso?” Io lo guardo, con gli occhi spalancati, incapace di muovermi. Lui si tira indietro un attimo, schiaccia un pulsante sul lato della poltrona, e sento il sedile abbassarsi e inclinarsi. La mia testa è ora all’altezza della sua cintura. Lo vedo slacciarsi i jeans con una mano, tirare giù la zip e liberare il suo uccello. È grosso, duro, con una vena che corre lungo tutta la lunghezza. Non ho il tempo di pensare che già me lo sta spingendo in bocca, attraverso il divaricatore.
“Ecco, così,” dice, con un grugnito. “Stai fermo, lascia fare a me.” La sensazione è intensa, il sapore salato sulla lingua, il peso che mi riempie la bocca. Non posso muovermi, non posso fare altro che subire mentre lui spinge, prima piano, poi più forte. I suoi fianchi si muovono ritmicamente, e io sento ogni colpo, ogni affondo. Il suono dei suoi respiri pesanti, dei suoi gemiti bassi, riempie la stanza. “Cazzo, sei perfetto così, con la bocca spalancata per me,” dice, e le sue parole mi fanno tremare ancora di più.
Sento l’odore del suo sudore, un misto di muschio e calore, e il calore della sua pelle contro la mia. Le sue mani mi tengono la testa ferma, le dita che si intrecciano nei miei capelli. “Succhia un po’, dai, anche se non puoi muoverti tanto. Sento la tua lingua, lo sai?” dice, e io faccio del mio meglio, nonostante il divaricatore. La sensazione è travolgente, il suo uccello che mi scivola dentro e fuori, il sapore che mi invade i sensi.
Nel frattempo, con una mano, scendo verso il mio inguine. Sono durissimo, la punta già bagnata. Mi tocco, stringendo forte, seguendo il ritmo dei suoi movimenti. Ogni affondo mi fa gemere, anche se il suono è soffocato dall’aggeggio in bocca. Lui lo nota, e ride piano. “Ti piace, eh? Guardati, ti stai segando mentre ti scopo la bocca. Sei un casino, Filippo.”
Non rispondo, non posso. Continuo a toccarmi, sentendo il piacere montare, il calore che si concentra alla base. Lui accelera, i suoi movimenti diventano più irregolari, più disperati. “Sto per venire, cazzo. Prendilo tutto, non sputare niente,” ordina, e io sento il suo uccello pulsare, il liquido caldo che mi riempie la bocca. È tanto, troppo, e scivola lungo la gola mentre io deglutisco a fatica. Il sapore è forte, salato, e mi fa quasi soffocare, ma non posso fare altro.
Nello stesso momento, vengo anch’io. La mia mano è bagnata, il piacere mi travolge come un’onda, e mi lascio andare, con il corpo che trema sotto di lui. Lui si tira indietro, ansimando, e mi guarda. Ha il respiro corto, i capelli leggermente spettinati, e un sorriso soddisfatto sul volto. “Sei un disastro, lo sai? Ma cazzo, sei stato bravo,” dice, con una risata bassa.
Mi toglie il divaricatore dalla bocca con un gesto rapido, e io finalmente riesco a richiudere le mascelle, sentendo un dolore sordo. La mia bocca è appiccicosa, la gola mi brucia, ma sono troppo sconvolto per dire qualsiasi cosa. Lui si sistema i jeans, come se niente fosse, e mi porge un fazzoletto. “Pulisciti un po’. E la prossima volta, metti qualcosa sotto quei pantaloncini. Non si sa mai chi trovi.”
Io lo guardo, ancora incapace di parlare. Mi passo il fazzoletto sul viso, sul mento, mentre lui si rimette i guanti come se dovesse tornare al lavoro. “Allora, il controllo è finito. I denti sembrano a posto, ma se hai problemi, torna pure. Sai dove trovarmi,” dice, con un occhiolino.
Non so cosa rispondere. Mi alzo, con le gambe che tremano, i pantaloncini strappati che tengo a malapena su. Lui mi guarda mentre esco, e io sento ancora il suo sguardo su di me, bruciante come tutto quello che è appena successo. Non so se tornerò mai in questo studio, ma una cosa è certa: non dimenticherò mai questa visita dal dentista.
La porta si chiude alle mie spalle, e io resto fermo un attimo nel corridoio, con il cuore che batte ancora forte. Sento il sapore di lui nella bocca, l’odore del suo sudore che mi è rimasto addosso. E, mentre scendo le scale, so che una parte di me vuole tornare, anche solo per sentire di nuovo quella voce che mi dice: “Stai tranquillo.”
