Puzzare di femmina
Sono Luca, ho ventidue anni e da un mese lavoro in un piccolo supermercato di quartiere. Non è il lavoro dei miei sogni, ma ci pago l’affitto e qualche sfizio. Sono un tipo tranquillo, un po’ timido, sensibile, e sì, anche un po’ pigro. Non sono mai stato uno che si fa valere, e qui al lavoro lo sanno tutti. I colleghi spesso mi prendono in giro, fanno battute sul mio modo di fare, sul mio essere un po’ effemminato, sulla mia voce dolce. Non ci bado troppo, ma a volte fa male. L’unica persona che sembra starmi vicino è Pino, il mio responsabile. Lui ha ventisette anni, ed è l’esatto opposto di me: alto, muscoloso, con dei pettorali che sembrano scolpiti e braccia che potrebbero sollevare un frigorifero senza battere ciglio. È etero, sicuro di sé, un gran lavoratore. A volte è freddo, mi comanda con tono brusco, mi dice di sbrigarmi o di fare meglio, ma altre volte è come un fratello maggiore: mi dà consigli, mi protegge dalle frecciatine degli altri, mi fa sentire meno solo.
Siamo spesso noi due a chiudere il negozio. Dopo il turno, ci ritroviamo negli spogliatoi a cambiarci, e io… beh, non riesco a non guardarlo. Quando si toglie la divisa, resto incantato. Il suo corpo è un’opera d’arte: le gambe tornite, le spalle larghe, e soprattutto quel rigonfiamento nei boxer che non riesco a ignorare. È evidente che Pino è molto più dotato della media, e ogni volta che lo vedo mi si secca la gola. Non so se lui se ne accorge, ma a volte ho l’impressione che anche lui mi osservi. Sento i suoi occhi su di me, sul mio viso, sui miei lineamenti delicati, e soprattutto sul mio sedere quando mi giro. Mi imbarazzo, ma una parte di me si eccita all’idea che lui ci pensi.
Una sera, dopo un turno particolarmente lungo, siamo di nuovo soli negli spogliatoi. Mi sono appena tolto la divisa e sono in mutande, una semplice slip nera aderente. Pino è dall’altra parte dello stanzino, anche lui in boxer, grigi, che gli stanno appena sopra i fianchi, mettendo in evidenza ogni muscolo. Sto per infilarmi i jeans, quando lui mi guarda e con un tono che non ammette repliche mi dice: “Luca, vieni con me un attimo nel magazzino.”
Lo guardo confuso, con i pantaloni ancora in mano. “Devo rivestirmi, Pino. Che succede?”
“No, vieni così. Muoviti,” risponde secco, con quel suo modo dominante che mi fa rabbrividire. Non so perché, ma non riesco a dirgli di no. Lascio i vestiti sulla panca e lo seguo, sentendomi vulnerabile con solo le mutande addosso. Il magazzino è semibuio, illuminato solo da una lampadina fioca che pende dal soffitto. Ci sono scaffali alti pieni di scatoloni e il pavimento freddo sotto i piedi nudi. L’odore di cartone e detersivo riempie l’aria. Siamo in mezzo a due grandi scaffali, lontani dall’ingresso, quando Pino si ferma e si volta verso di me. Mi guarda dall’alto in basso, con un’espressione che non riesco a decifrare.
“Dimmi una cosa, Luca,” inizia, incrociando le braccia sul petto nudo. I suoi bicipiti si gonfiano, e io faccio fatica a non fissarli. “Perché mi guardi sempre? Negli spogliatoi, mentre mi cambio. Cosa vuoi?”
Divento rosso come un peperone. Balbetto qualcosa di incomprensibile, cercando di distogliere lo sguardo. Il cuore mi batte all’impazzata. “Io… non so di cosa parli, Pino. Non ti guardo, giuro.”
“Non fare il finto tonto,” ribatte lui, con un mezzo sorriso che mi gela. “Ti vedo, sai? Ti vedo che mi fissi. E non solo il viso. Allora, dimmi, cosa vuoi da me?”
Sto tremando, ma non so se è per la paura o per l’eccitazione. Sento il sangue pompare nelle vene, e un calore imbarazzante si concentra proprio lì, sotto le mutande. “Pino, io… non so cosa dire. Scusa se ti ho messo a disagio.”
Lui fa un passo verso di me, e io istintivamente indietreggio, ma c’è lo scaffale dietro e non posso andare da nessuna parte. “Non sono a disagio,” dice, con voce bassa, quasi un ringhio. “Voglio solo capire. Sei eccitato, vero? Fammi vedere quanto.”
“Cosa?” La mia voce trema, ma lui non scherza. I suoi occhi sono fissi nei miei, e non c’è spazio per fraintendimenti.
“Togliti le mutande. Dammi un’occhiata. E dammi quelle,” ordina, indicando lo slip che indosso.
Non so come, ma obbedisco. Con le mani che tremano, faccio scivolare le mutande lungo le gambe e gliele porgo. Sono nudo davanti a lui, e sento l’aria fredda sulla pelle. Lui prende lo slip, lo avvicina al viso e inspira profondamente. Il suo sguardo si accende. “Sanno di femmina,” dice, con un tono che mi fa arrossire ancora di più. “Lo immaginavo.”
Mi sento esposto, vulnerabile, ma allo stesso tempo il suo atteggiamento mi eccita da morire. Pino si avvicina ancora, e io non riesco a muovermi. “Inginocchiati,” mi ordina, e io lo faccio senza pensare. Sono a terra, davanti a lui, e vedo quel rigonfiamento nei suoi boxer proprio all’altezza dei miei occhi. È enorme, e si intravede la forma attraverso il tessuto. Il mio respiro si fa corto.
“Avanti, prendilo. Vediamo se sai fare qualcosa di buono,” dice, con le braccia conserte, guardandomi dall’alto.
Con mani tremanti, gli abbasso i boxer. Quello che vedo mi toglie il fiato. È grosso, spesso, con vene che corrono lungo tutta la lunghezza, e la punta già lucida. Non ho mai visto niente di simile, ed è intimidatorio, ma anche incredibilmente eccitante. L’odore muschiato della sua pelle mi investe, e io non resisto. Lo prendo in bocca, prima timidamente, poi con più avidità. È caldo, pesante sulla lingua, e il sapore salato mi fa girare la testa. Lo succhio meglio che posso, muovendo la testa avanti e indietro, mentre le sue mani restano ferme, come se non avesse bisogno di guidarmi.
“Non male, ma puoi fare di meglio,” dice con voce ferma. “Prendilo più a fondo, Luca. Non fare il timido. Succhia come si deve, dai.”
Le sue parole mi umiliano un po’, ma mi spingono a impegnarmi di più. Lo prendo più in fondo, fino a sentirlo spingere contro la gola. I miei occhi lacrimano, ma non mi fermo. Sento i suoi gemiti bassi, controllati, e il suono del mio respiro affannoso riempie il silenzio del magazzino. “Così, bravo. Ma devi rilassarti di più. Non stringere i denti, cazzo,” mi istruisce, con quel tono da capo che usa al lavoro. Ogni sua parola mi fa rabbrividire, e io cerco di seguire i suoi ordini.
Dopo qualche minuto, mi tira indietro per i capelli, con una presa decisa ma non dolorosa. “Basta così. Girati. A quattro zampe. Subito.”
Obbedisco, mettendomi a terra con le mani e le ginocchia sul pavimento freddo. Sento i suoi passi dietro di me, e il suono del tessuto dei boxer che cade del tutto. Poi la sua voce, di nuovo. “Rilassati, ora. E non fare troppo casino.”
Non ho tempo di rispondere. Sento la sua mano sulla mia schiena, che mi spinge a incurvarmi di più, e poi la punta del suo sesso che preme contro di me. È enorme, e per un attimo penso che non ci riuscirò, ma lui è deciso. Con un movimento lento ma fermo, inizia a entrare. Il bruciore iniziale mi fa stringere i denti, ma poi si trasforma in un piacere intenso, profondo. Mi scappa un gemito, e lui si ferma un attimo. “Shh, stai zitto,” dice, e con un gesto rapido prende le mie mutande da terra e me le infila in bocca. “Mordi queste e non fiatare.”
Con le mutande in bocca, il tessuto che sa di sudore e di me, non posso fare altro che gemere soffocato mentre lui inizia a muoversi. Sta in piedi dietro di me, piegando appena le ginocchia, e mi penetra con colpi secchi, ritmici, lenti ma potenti. Ogni spinta mi fa tremare, mi riempie completamente, e il suono dei nostri corpi che si incontrano rimbomba nello spazio vuoto del magazzino. Sento il calore della sua pelle contro la mia, il suo respiro pesante sopra di me, e l’odore del suo sudore che si mescola a quello del cartone intorno a noi. È tutto così reale, così intenso, che perdo la cognizione del tempo.
“Ti piace, eh? Lo sento da come ti muovi. Spingi di più contro di me, dai,” mi ordina, e io cerco di assecondarlo, muovendo i fianchi all’indietro per accoglierlo meglio. Ogni colpo mi fa vedere le stelle, e il piacere cresce in modo insostenibile. Sento la sua mano che mi stringe un fianco, forte, mentre l’altra mi schiaffeggia una natica, non troppo forte, ma abbastanza da farmi sobbalzare. “Non ti fermare, continua così. Sei stretto, cazzo, ma ci stai prendendo gusto,” dice con voce roca.
Non so quanto tempo passi, ma a un certo punto il suo ritmo cambia, si fa più veloce, più irregolare. “Sto per venire, Luca. Prendilo tutto,” mi avvisa, e con un ultimo colpo profondo, lo sento pulsare dentro di me. È caldo, abbondante, e io tremo sotto di lui, con il cuore che mi esplode nel petto. Quando si ritira, mi sento vuoto, ma lui non ha finito con me. Si siede a terra dietro di me, con il respiro ancora affannoso, e con le mani mi allarga le natiche. Sento il suo sguardo su di me, e poi le sue dita che raccolgono un po’ del suo seme che sta uscendo. Me lo avvicina alla bocca, togliendomi le mutande.
“Lecca,” ordina, e io lo faccio, sentendo il sapore forte, salato, sulla lingua. È umiliante, ma anche eccitante, e mentre lecco le sue dita, porto una mano tra le mie gambe. Sono durissimo, e bastano pochi movimenti per farmi venire. Schizzo sul pavimento, con un gemito che non riesco a trattenere, e il mio corpo si accascia per un attimo, esausto.
Pino si alza, si pulisce con un gesto rapido e si rimette i boxer. “Ripulisci tutto qua sotto,” mi dice, indicando il pavimento. “Non voglio casino. Ci vediamo domani al turno.” E senza aggiungere altro, si allontana, lasciandomi lì, nudo, con il sapore di lui ancora in bocca e il cuore che batte forte.
Mi guardo intorno, nel magazzino semibuio, con il pavimento freddo sotto di me e l’odore di sesso che aleggia nell’aria. Mi sento svuotato, ma anche incredibilmente vivo. Con un pezzo di carta trovato tra gli scaffali, pulisco il pavimento come mi ha detto, e poi torno negli spogliatoi. Mi rivesto in silenzio, con le mani che ancora tremano, e mentre esco dal supermercato, nella notte fresca, so che domani sarà tutto diverso. Ma non so ancora come.
