Racconti Piccanti
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Vendere la gola (parte 3)

Vendere la gola (parte 3)

24 Marzo 2026·7 min di lettura

La pioggia batteva contro la finestra del mio monolocale, un tamburellare insistente che sembrava voler entrare dentro. Ero seduto sul letto sfatto, con il telefono in mano, lo schermo illuminato dal messaggio di Diego. Mi aveva scritto un’ora prima, un testo secco, diretto come sempre: “Ho un’altra proposta. Più soldi. Ci stai?”. Non aveva specificato altro, ma sapevo che non era una domanda. Era un richiamo. E io, con l’affitto da pagare e il conto in banca che piangeva, non avevo molte opzioni. “Sì, dimmi,” avevo risposto, e ora stavo aspettando che mi desse i dettagli. Quattrocento euro per un respiro, mi ripetevo. Solo un altro respiro.

Il telefono vibrò. “Stasera. Stesso posto. Ma niente passamontagna. E c’è una novità. Ti spiego quando arrivi. Ti faccio guadagnare il doppio.” Il doppio. Ottocento euro. Il cuore mi batté più forte, non per l’eccitazione, ma per la cifra. Però niente passamontagna? Mi si seccò la gola. L’anonimato era l’unica cosa che mi aveva tenuto in piedi in quei due incontri precedenti. Quel pezzo di stoffa con il buco per la bocca era la mia barriera, il mio scudo. Senza, ero nudo in più di un senso. Ma ottocento euro… Con quei soldi potevo respirare per un mese intero. “Va bene,” scrissi, e spensi il telefono prima di poterci ripensare.

Due ore dopo ero davanti alla porta del suo appartamento. L’odore di umido del corridoio mi pizzicava il naso, e il rumore del riscaldamento che ticchettava mi ricordava le volte precedenti. Suonai il campanello, e Diego aprì quasi subito. Era come sempre: alto, capelli scuri corti, maglietta aderente che gli segnava i muscoli del petto. Mi guardò dritto negli occhi, un’occhiata fredda, professionale. “Entra,” disse, e io lo seguii dentro. L’appartamento era lo stesso: minimale, con la luce fioca di una lampada nell’angolo e l’odore di caffè che aleggiava nell’aria.

“Ecco il punto,” iniziò lui, chiudendo la porta alle mie spalle. “Stasera non sei solo tu e io. Faremo una cosa diversa. Ti voglio in diretta streaming su un sito. Ci saranno spettatori, pagano bene, e io divido con te. Ottocento euro per un’ora. Ma senza passamontagna. La tua faccia sarà visibile.” Mi si gelò il sangue. Streaming? Con la mia faccia in bella mostra? “Aspetta un attimo,” dissi, la voce più tesa di quanto volessi. “Non era questo il patto. L’anonimato era la base.”

Diego si appoggiò al muro, incrociando le braccia. “Il patto cambia se i soldi aumentano. Ottocento euro, Paolo. Non li trovi da nessuna parte per un’ora di lavoro. E poi, chi vuoi che ti riconosca? È un sito di nicchia, non ci sono i tuoi amici lì sopra.” Fece un mezzo sorriso, ma non era per rassicurarmi. Era per dirmi che aveva il coltello dalla parte del manico. “Non lo so,” mormorai, passandomi una mano tra i capelli. “È un rischio enorme.”

“È una scelta,” tagliò corto lui. “O prendi i soldi e fai quello che ti dico, o te ne vai senza niente. Non ti obbligo.” Ma lo sapevamo entrambi che non potevo andarmene. Non con le bollette che mi pesavano sul collo come un cappio. “Ok,” dissi alla fine, con la voce che mi usciva a fatica. “Facciamolo.”

Diego annuì, soddisfatto, e mi indicò la camera da letto. “Spogliati e siediti sul letto. Io preparo la webcam.” Il cuore mi martellava nel petto mentre mi toglievo i vestiti, pezzo per pezzo, sentendo il freddo dell’aria sulla pelle. Mi sedetti sul bordo del letto, nudo, con le mani sulle cosce, mentre Diego sistemava una telecamera su un treppiede davanti a me. La luce rossa si accese, un occhio che mi fissava senza pietà. “Siamo live tra cinque minuti,” disse, senza guardarmi. “Non parlare troppo, fai solo quello che ti dico. E ricordati: non guardarmi, fai solo quello che devi.”

Quelle parole, le stesse delle volte precedenti, mi si conficcarono nella testa. Ma senza il passamontagna, ogni cosa sembrava più pesante, più reale. Sentivo il mio stesso respiro accelerare, il sudore che mi pizzicava la schiena. Diego si sedette accanto a me, già senza maglietta, i pantaloni slacciati. “Inizia a toccarmi,” ordinò, e io obbedii, allungando una mano verso di lui. La sua pelle era calda, i muscoli tesi sotto le dita. Lo sentivo già duro attraverso la stoffa, e il pensiero della telecamera che ci riprendeva mi fece stringere lo stomaco. Ma c’erano ottocento euro in ballo. Solo ottocento euro.

Gli abbassai i pantaloni, liberandolo. Era grosso, come ricordavo, la pelle tesa e lucida sotto la luce della lampada. L’odore muschiato mi colpì subito, forte, reale. “Prendilo in bocca,” disse Diego, la voce bassa ma ferma. Mi chinai, sentendo il legno del letto scricchiolare sotto di noi, e lo presi tra le labbra. Il sapore era salato, intenso, e il calore mi riempì la bocca mentre iniziavo a muovermi, lento all’inizio, poi più veloce. Ogni suono sembrava amplificato: il mio respiro pesante, il rumore umido della mia bocca su di lui, il leggero gemito che gli sfuggì quando spinsi più a fondo.

“Più forte,” ordinò, e io accelerai, sentendo la sua mano posarsi sulla mia nuca. Non era gentile, non lo era mai stato. Mi spingeva verso il basso, e io sentivo la gola bruciare, gli occhi che mi lacrimavano mentre cercavo di respirare dal naso. “Ecco, così,” grugnì lui, e la sua voce mi fece rabbrividire, non per piacere, ma per l’umiliazione di sapere che qualcuno, da qualche parte, stava guardando. La telecamera era lì, a pochi metri, e la mia faccia era visibile, ogni dettaglio esposto. Mi sentivo nudo in un modo che non aveva niente a che fare con i vestiti.

“Non ti fermare,” disse Diego, stringendo la presa sui miei capelli. “Fammi sentire che lo vuoi.” Non lo volevo, non così, ma continuai, spingendomi oltre il limite, sentendo la gola chiudersi e il bisogno di aria farsi disperato. Ogni spinta era un bruciore, ogni respiro un lusso. Il suo odore mi avvolgeva, il sapore mi soffocava, e i suoni che facevo – piccoli versi strozzati – erano l’unica cosa che rompeva il silenzio della stanza, oltre ai suoi ordini. “Più profondo, dai, ce la fai,” diceva, e io stringevo i pugni sulle lenzuola, cercando di non cedere.

Dopo minuti che sembravano ore, sentii il suo corpo irrigidirsi. “Ci sono,” ringhiò, e io capii cosa stava per succedere. Non mi tirai indietro, non potevo, non con quella cifra che mi pendeva sopra la testa. Quando finì, il sapore amaro mi invase la bocca, caldo e appiccicoso, e io ingoiai, tossendo, con gli occhi che bruciavano. Lui si tirò indietro, ansimando appena, e io mi asciugai la bocca con il dorso della mano, sentendo il sudore colarmi lungo la fronte. La telecamera era ancora accesa, la luce rossa che mi fissava come un giudice.

“Bene,” disse Diego, alzandosi per spegnere la diretta. “Hai fatto quello che dovevi. Ottocento euro, come promesso.” Andò a prendere il portafoglio e tornò con le banconote in mano, contandole davanti a me. “Ecco qua. Te li sei guadagnati.” Le presi con mani tremanti, il verde delle banconote che sembrava quasi irreale sotto la luce. Le infilai nei jeans, ancora appoggiati sulla sedia, e iniziai a vestirmi in silenzio. Non lo guardavo, non volevo. Sentivo ancora il sapore di lui in bocca, il bruciore in gola, e l’umiliazione di sapere che la mia faccia era là fuori, su qualche sito che non avrei mai visto.

“Tornerai?” chiese, mentre mi infilavo la giacca. La sua voce era neutra, senza emozione, come se stesse chiedendo se volevo un caffè. Non risposi subito. Mi tirai su la zip, sentendo il freddo del metallo sotto le dita, e poi dissi: “Non lo so. Vedremo.” Non era una promessa, non era un rifiuto. Era solo il massimo che potevo dargli in quel momento.

Uscii dall’appartamento senza guardarmi indietro. La pioggia mi colpì la faccia appena misi piede fuori, fredda e pungente, ma non mi importava. Sentivo il peso delle banconote in tasca, ottocento euro che mi avrebbero dato un po’ di respiro. Ma sentivo anche qualcos’altro, qualcosa di più pesante: il pensiero di quella diretta, della mia faccia esposta, di sconosciuti che avevano visto tutto. Non sapevo se sarebbe bastato lavarmi via quella sensazione, o se sarebbe tornata a cercarmi. Per ora, camminavo sotto la pioggia, con il fiato corto e il pensiero fisso su una cosa sola: quattrocento per un respiro. Anche se stavolta ne erano ottocento.

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