Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Posso aiutarti anche con questo…

Posso aiutarti anche con questo…

23 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Matteo, ho quarant’anni e una vita che, se la guardi da fuori, sembra normale. Un lavoro in ufficio, una casa in periferia, un matrimonio che dura da quindici anni. Ma sotto la superficie c’è un vuoto che mi mangia dentro. Mia moglie, Laura, non mi tocca da anni. Non è una questione di litigi o tradimenti, è solo che… non le interesso più. Mi guarda come si guarda un mobile vecchio, qualcosa che c’è ma che non serve. Ho provato a parlarne, a insistere, ma ogni volta è un muro. “Non è il momento”, “Sono stanca”, “Non capisci”. E io, col passare del tempo, ho smesso di chiedere. Mi sono chiuso in me stesso, con una frustrazione che mi brucia dentro ogni giorno. Mi guardo allo specchio e vedo un uomo che non si piace: un po’ di pancia, capelli che iniziano a diradarsi, spalle curve da troppe ore seduto. Non sono mai stato un adone, ma ora mi sento proprio un relitto.

Per questo, sei mesi fa, ho deciso di iscrivermi in palestra. Non una di quelle grandi catene piene di ragazzini che si fanno selfie, ma una piccola struttura privata, un posto serio, vicino casa. Lì ho conosciuto Vanessa, la mia personal trainer. Trentuno anni, un corpo scolpito da anni di allenamenti, muscoli definiti che si notano anche sotto le magliette aderenti. Non è solo il suo fisico a colpirmi: è il modo in cui parla, diretto, senza giri di parole. Non ti coccola, non ti dice che sei bravo se non lo sei. Ti guarda negli occhi e ti dice cosa fare, punto. Con me è sempre stata chiara: “Matteo, se non spingi, non cambi niente. Vuoi risultati o vuoi perdere tempo?”. E io, che di tempo perso ne ho già troppo, mi sono messo d’impegno.

È una sera di fine autunno, fredda e umida. Sono le nove passate, l’orario di chiusura della palestra. Di solito a quest’ora non c’è nessuno, ma oggi Vanessa mi ha chiesto di restare un po’ di più per lavorare sullo stretching. “Hai i muscoli posteriori della coscia rigidi come cemento, se non li sciogliamo ti farai male”, mi ha detto. La palestra è silenziosa, solo il ronzio delle luci al neon e l’odore di sudore e disinfettante nell’aria. Siamo solo noi due, gli altri clienti sono già andati via, e il proprietario ha chiuso l’ingresso principale lasciandoci le chiavi per uscire.

Siamo a terra, su un tappetino blu. Sto facendo un esercizio per allungare la schiena, sdraiato con le gambe piegate e le braccia distese. Vanessa è accanto a me, mi osserva con quel suo sguardo che non lascia scampo. “Più in basso, Matteo, spingi il bacino verso terra”, dice, e la sua voce è ferma, quasi un ordine. Io ci provo, ma sento i muscoli tirare e faccio una smorfia. Lei si inginocchia accanto a me, le sue mani forti mi afferrano le anche. “Non così, guarda che ti mostro”. Si posiziona sopra di me, le sue ginocchia ai lati delle mie gambe, il suo peso che mi preme contro il pavimento per aiutarmi a scendere nella posizione giusta. Sento il calore del suo corpo attraverso i vestiti, il profumo del suo sudore misto a qualcosa di più dolce, forse il suo deodorante. È la prima volta che mi tocca in modo così diretto, e il mio corpo reagisce prima che la mia testa possa farci qualcosa. Sento un’ondata di calore scendere lungo la schiena, e in pochi secondi un’erezione mi tende i pantaloncini da palestra. Provo a spostarmi, a nascondere l’imbarazzo, ma è impossibile con lei praticamente sopra di me.

“Ehi, stai fermo, non ti muovere”, dice lei, senza cambiare tono. Non sembra sorpresa, né imbarazzata. Mi guarda dritto negli occhi, un sorrisetto appena accennato sulle labbra. Poi si china verso di me, i suoi capelli corti che mi sfiorano la guancia, e sussurra: “Posso aiutarti anche con questo, se vuoi”. Il cuore mi batte così forte che sembra voglia uscirmi dal petto. Non so cosa dire, la mia mente è un casino. Una parte di me urla di tirarmi indietro, di dire che non è giusto, che sono sposato. Ma un’altra parte, quella che non si fa toccare da anni, quella che si sente uno schifo ogni volta che si guarda allo specchio, vuole solo lasciarsi andare. “Vanessa, non so se… cioè, non credo sia una buona idea”, balbetto, con la voce che trema.

Lei si tira indietro appena, ma non si sposta. Mi guarda, seria. “Matteo, non ti sto obbligando a fare niente. Ti sto solo dicendo che se hai bisogno di qualcosa, sono qui. Non c’è nulla di male a volere un po’ di attenzione. Decidi tu”. Le sue parole mi colpiscono. Non c’è giudizio, non c’è pressione. Solo una proposta, schietta come tutto quello che dice. E io, che per anni mi sono sentito invisibile, decido di non pensarci troppo. “Ok”, mormoro, quasi senza fiato. “Ok, sì”.

Vanessa sorride, un sorriso che non è né trionfante né seducente, solo… sicuro. Si avvicina di nuovo, il suo viso a pochi centimetri dal mio. “Rilassati, ci penso io”, dice piano. Mi bacia, un bacio lento ma deciso, la sua lingua che si fa strada nella mia bocca senza esitazione. Le sue mani scivolano sotto la mia maglietta, le dita fredde contro la pelle sudata. Mi accarezza il petto, poi scende verso l’addome, sfiorando la cintura dei pantaloncini. Io sono ancora sdraiato, il tappetino sotto di me che odora di gomma, e il mio respiro si fa sempre più corto. Provo a toccarla, ma lei mi ferma. “No, lascia fare a me per ora. Tu pensa solo a godertela”. La sua voce è un ordine, e io obbedisco senza nemmeno pensarci.

Mi sfila i pantaloncini e gli slip con un movimento rapido, lasciandomi esposto. Mi sento vulnerabile, ma non ho tempo di vergognarmi. Lei si toglie la canotta, rivelando un reggiseno sportivo nero che contiene a stento il suo seno sodo. I suoi muscoli sono impressionanti da vicino, le braccia definite, gli addominali che si contraggono mentre si muove. Si abbassa su di me, le sue mani che mi accarezzano le cosce, e poi la sua bocca è su di me. La sensazione è quasi troppo intensa, un calore umido che mi fa stringere i denti per non gemere subito. “Piano, non correre”, dice, alzando lo sguardo verso di me con un’espressione di controllo. Gioca con me per minuti che sembrano ore, alternando ritmi lenti e più veloci, fino a farmi tremare. “Ti piace, eh?”, chiede, e la sua voce è bassa, quasi un ringhio. “Sì, cazzo, sì”, rispondo, senza riuscire a trattenermi. Lei ride piano. “Bene, perché non abbiamo ancora finito”.

Mi tira su dal tappetino e mi porta verso una panca inclinata. “Siediti qui”, dice, spingendomi con decisione. Obbedisco, il cuore che mi martella nel petto. Lei si toglie i leggings, mostrando mutandine nere aderenti che presto finiscono a terra. Il suo corpo è un’opera d’arte, muscoli tesi, pelle liscia con qualche segno di sudore che le cola lungo il collo. Sale sopra di me, a cavalcioni, posizionandosi sulla panca in modo che i nostri corpi siano allineati. Lo specchio di fronte a noi riflette tutto: i suoi movimenti, il modo in cui si abbassa su di me, prendendomi dentro con un controllo che mi fa perdere la testa. “Guardaci”, mi dice, indicando lo specchio con un cenno del mento. “Vedi come siamo?”. Io guardo, e la vista di noi due, i suoi muscoli che si tendono mentre si muove, il mio viso stravolto dal piacere, mi fa impazzire.

“Più forte, Vanessa, ti prego”, le dico, la voce roca. Lei sorride, un sorriso quasi feroce. “Oh, vuoi di più? Ti accontento”. Aumenta il ritmo, i suoi fianchi che si muovono con una precisione atletica, ogni spinta che mi manda fuori di testa. Il rumore dei nostri corpi che si scontrano riempie la palestra, insieme ai nostri respiri pesanti e ai gemiti che non riesco a trattenere. “Cazzo, sei stretto, Matteo, rilassati un po’”, dice lei, ridendo tra un respiro e l’altro. Io provo a farlo, ma sono sopraffatto. Vengo la prima volta con un gemito che mi vergogno persino di sentire, ma lei non si ferma. “Non abbiamo finito, dai, so che ce la fai ancora”, mi sprona, senza darmi tregua. Mi sposta sulla leg press, facendomi sedere con le gambe divaricate, e si posiziona sopra di me in una posizione che richiede una forza e un equilibrio che non avrei mai immaginato. I suoi muscoli si tendono mentre si muove, il sudore che le cola lungo la schiena, e io la guardo incantato, incapace di distogliere gli occhi. “Toccami”, mi ordina, e io le metto le mani sui fianchi, sentendo la potenza del suo corpo sotto le dita. Vengo una seconda volta, un piacere così intenso che mi lascia senza fiato, mentre lei rallenta, ma non si ferma del tutto, godendosi il momento con un sorriso soddisfatto.

Quando tutto finisce, siamo entrambi sudati, ansimanti, seduti sulla leg press con le gambe che tremano. Lei mi guarda, i suoi occhi scuri che brillano di una luce divertita. “Beh, direi che abbiamo fatto un buon allenamento extra”, dice, con una risata leggera. Io rido con lei, sentendomi per la prima volta dopo tanto tempo vivo, desiderato. “Direi di sì”, rispondo, passandomi una mano tra i capelli bagnati di sudore. Ci rivestiamo in silenzio, senza imbarazzo, come se quello che è appena successo fosse la cosa più naturale del mondo. E per me, in questo momento, lo è.

Lascia un commento