L’appartamento condiviso
Mi chiamo Davide, ho 29 anni e lavoro come grafico freelance. Non sono un tipo particolarmente atletico, ho un fisico nella media, ma tengo la barba sempre curata. Sono una persona tranquilla, di quelle che preferiscono evitare discussioni e trovare soluzioni senza alzare la voce. Vivo in un bilocale con Martina, mia sorella minore di 26 anni. Lei è infermiera, ha un corpo morbido, non magrissimo ma con curve che non passano inosservate, e lunghi capelli neri che le arrivano quasi alla vita. È estroversa, sempre pronta a fare due chiacchiere, ma ultimamente il lavoro la sta distruggendo. Turni massacranti, stress, notti in bianco. Abbiamo deciso di condividere l’appartamento per risparmiare: io lavoro spesso da casa, lei è fuori per ore, quindi i nostri orari raramente coincidono. O almeno, così pensavo.
Viviamo in un bilocale piccolo, con una sola camera da letto e un divano letto nel salotto. Di solito, quando lei fa il turno di notte, io dormo in camera, e quando rientra si prende il divano. Ma a volte, con la stanchezza, ci incrociamo, e capita di trovarci nello stesso letto senza nemmeno rendercene conto. È successo un paio di volte, niente di che, solo due persone esauste che cercano un posto dove crollare. Non ci abbiamo mai dato peso, o almeno io non l’ho fatto. Fino a quella mattina.
Era un giovedì, ricordo bene. Mi ero svegliato presto, verso le sette, con la testa ancora annebbiata da una nottata passata a lavorare su un progetto. Martina doveva essere rientrata da poco dal turno di notte, ma non l’avevo sentita arrivare. Ero andato dritto in bagno, avevo aperto l’acqua della doccia e mi ero infilato sotto il getto caldo. L’acqua mi scorreva sulla schiena, rilassandomi i muscoli tesi, quando ho sentito la porta del bagno aprirsi. Non ci ho fatto troppo caso, pensavo fosse solo entrata a prendere qualcosa.
“Scusa, Davide, non sapevo fossi qui,” ha detto Martina, con la voce ancora roca dal sonno. Ho aperto gli occhi e l’ho vista attraverso il vetro appannato della doccia. Era in pigiama, una canottiera aderente e un paio di pantaloncini corti, i capelli spettinati. Ho notato che non si muoveva per andarsene. È rimasta lì, appoggiata al lavandino, a guardarmi con un’espressione che non riuscivo a decifrare.
“Tutto bene?” le ho chiesto, un po’ a disagio. Non sono il tipo che si imbarazza facilmente, ma c’era qualcosa nel suo sguardo che mi ha messo in allerta.
“Sì, scusa, sono solo distrutta. Non ho chiuso occhio stanotte in ospedale. Posso entrare un attimo? Non ce la faccio ad aspettare che finisci, ho bisogno di lavarmi via questa giornata di merda.”
Ho esitato. Non era normale, lo sapevamo entrambi. Ma lei sembrava così stanca, così fuori fase, che non ho avuto cuore di dirle di no. “Va bene, ma fai in fretta,” ho detto, cercando di mantenere un tono neutro.
Ha annuito, si è tolta la canottiera e i pantaloncini, lasciandoli cadere sul pavimento. Ho distolto lo sguardo, ma non abbastanza in fretta. Ho notato la sua pelle chiara, le curve del suo corpo, il modo in cui si muoveva senza alcuna esitazione. È entrata nella doccia, restando dall’altro lato, sotto lo stesso getto. L’acqua ci bagnava entrambi, e il silenzio tra noi era pesante, quasi tangibile.
“Scusa se ti metto in una situazione strana,” ha detto dopo un po’, con l’acqua che le scorreva sul viso. “È solo che… non so, sono così stanca che non riesco a pensare.”
“Non c’è problema,” ho risposto, ma la mia voce suonava tesa, e lo sapevo. Non era solo il disagio. C’era qualcos’altro, qualcosa che non volevo ammettere. La vicinanza del suo corpo, il calore dell’acqua, il suo respiro un po’ accelerato. Ho cercato di concentrarmi su altro, ma era impossibile.
Siamo rimasti così per qualche minuto, senza parlare, ognuno perso nei propri pensieri. Poi, mentre si passava lo shampoo tra i capelli, ha fatto un passo indietro, sfiorandomi con la spalla. È stato un contatto piccolo, insignificante, ma mi ha colpito come una scarica elettrica. Ho sentito il suo calore, la sua pelle bagnata contro la mia, e il cuore mi è andato in gola.
“Scusa,” ha mormorato, ma non si è spostata subito. Ha girato la testa verso di me, e nei suoi occhi ho visto qualcosa che non mi aspettavo: una specie di sfida, o forse curiosità. Non so come descriverlo, ma mi ha fatto irrigidire.
“Martina, forse è meglio se esci,” ho detto, ma le parole mi sono uscite deboli, poco convincenti. Lei ha sorriso, un sorriso stanco ma con un’ombra di malizia.
“Perché? Ti sto dando fastidio?” ha chiesto, con un tono che non era né provocatorio né innocente. Era qualcosa nel mezzo, qualcosa che mi ha mandato in confusione.
“No, non è questo. È solo… strano, no? Siamo fratello e sorella, non dovremmo stare così.”
“E allora? Non stiamo facendo niente di male. È solo una doccia, Davide. Rilassati.”
Ma non ero rilassato. Ogni secondo che passava, sentivo crescere una tensione che non riuscivo a ignorare. Il suo corpo era lì, a pochi centimetri dal mio, e l’acqua sembrava amplificare ogni sensazione. Ho cercato di spostarmi, di mettere distanza, ma la doccia era piccola, e lei sembrava non voler mollare.
“Dai, non fare il rigido,” ha detto, avvicinandosi di più. Ha messo una mano sul mio braccio, un tocco leggero ma deciso. “Non è niente di che. Siamo solo due persone stanche che cercano di sopravvivere, no?”
Ho sentito il sangue pulsarmi nelle tempie. Sapevo che avrei dovuto fermarla, dirle di smettere, ma una parte di me non voleva. Una parte di me stava già immaginando cose che non avrei dovuto. “Martina, non so se è una buona idea,” ho detto, ma la mia voce era un sussurro, e lei l’ha notato.
“Non sto dicendo di fare chissà cosa. Solo… lascia che ti lavi la schiena. Ti vedo tutto teso, sempre curvo su quel computer. Fatti aiutare.”
Non ho avuto il tempo di rispondere. Si è messa dietro di me, ha preso il bagnoschiuma e ha iniziato a passarmelo sulla schiena. Le sue mani erano ferme, sicure, e ogni movimento sembrava studiato per farmi perdere il controllo. Sentivo il suo respiro sul collo, il suo corpo che sfiorava il mio ogni tanto, e non riuscivo a pensare a niente se non a quanto fosse sbagliato tutto questo. E a quanto lo volessi.
“Martina, smettila,” ho detto, ma non mi sono mosso. Lei ha riso piano, un suono che mi ha fatto rabbrividire.
“Perché? Ti dà fastidio? Non mi sembra.”
Non lo era. E lei lo sapeva. Ha continuato a massaggiarmi la schiena, scendendo sempre più in basso, fino a sfiorare i fianchi. Ogni tocco era come un fuoco che si accendeva dentro di me, e i pensieri razionali stavano sparendo uno dopo l’altro. Mi sono girato di scatto, per dirle di smettere, ma quando l’ho fatto i nostri visi erano a pochi centimetri. I suoi occhi erano scuri, intensi, e non c’era più traccia di stanchezza. C’era solo desiderio.
“Martina…” ho iniziato, ma lei mi ha interrotto.
“Non dire niente. Non serve.”
Mi ha baciato. Un bacio duro, urgente, che non lasciava spazio a dubbi. Ho sentito le sue labbra bagnate, il suo respiro caldo, e per un momento il mondo è sparito. Non c’era più la doccia, non c’era più il senso di colpa. C’era solo lei, e il bisogno che avevo di toccarla. Le ho messo le mani sui fianchi, stringendola forte, e lei ha gemuto contro la mia bocca.
“Lo vuoi anche tu, vero?” ha sussurrato, con la voce spezzata dall’eccitazione.
Non ho risposto. Non potevo. Ma il modo in cui l’ho spinta contro le piastrelle della doccia ha detto tutto. Lei ha riso di nuovo, un suono rauco, e ha avvolto le braccia attorno al mio collo. Ci siamo baciati ancora, con più fame, le sue mani che scivolavano sul mio petto, le mie che esploravano il suo corpo. Sentivo la sua pelle liscia sotto le dita, il calore dell’acqua che ci bagnava, il suo respiro che accelerava.
“Girati,” le ho detto, con una voce che non riconoscevo nemmeno io. Lei ha obbedito senza esitazione, appoggiando le mani sulle piastrelle e inarcando la schiena verso di me. Ho visto il suo corpo, bagnato e lucido, e non ho pensato a niente se non a quanto la desiderassi. Mi sono avvicinato, premendo contro di lei, e ho sentito il suo gemito quando ho iniziato a toccarla tra le gambe. Era già pronta, e questo mi ha fatto perdere l’ultimo briciolo di controllo.
“Cazzo, Davide, non fermarti,” ha detto, con la voce bassa, quasi un ringhio. Non avevo intenzione di farlo. Le ho accarezzato il clitoride con movimenti lenti, sentendo il suo corpo tremare sotto le mie dita, mentre con l’altra mano le stringevo un fianco. Lei spingeva contro di me, chiedendo di più, e io non potevo resistere.
“Lo vuoi davvero?” le ho chiesto, solo per essere sicuro, anche se sapevo già la risposta.
“Sì, cazzo, fallo,” ha risposto, guardandomi da sopra la spalla. I suoi occhi erano pieni di desiderio, e non c’era più spazio per i dubbi.
Mi sono posizionato dietro di lei, guidandomi con una mano, e sono entrato piano, sentendo ogni centimetro del suo calore che mi avvolgeva. Ha emesso un suono profondo, un misto tra un gemito e un sospiro, e io ho dovuto stringere i denti per non perdere il controllo subito. L’acqua calda ci scorreva addosso, il rumore del getto che si mescolava ai nostri respiri pesanti. Ho iniziato a muovermi, prima lentamente, poi con più forza, mentre lei si aggrappava alle piastrelle e spingeva contro di me.
“Così, cazzo, continua,” ha detto, con la voce spezzata. Ogni sua parola mi mandava fuori di testa. Sentivo l’odore del bagnoschiuma mischiato al suo, il calore del suo corpo contro il mio, il suono dei nostri movimenti sotto l’acqua. Le ho messo una mano sul seno, stringendo forte, mentre con l’altra le tenevo i fianchi. Lei si è inarcata di più, dandomi un angolo migliore, e io ho accelerato, sentendo il piacere montare in modo insostenibile.
“Martina, sto per…” ho detto, ma lei mi ha interrotto.
“Non ti fermare, vieni dentro,” ha detto, senza esitazione. Quelle parole mi hanno fatto esplodere. Ho sentito l’orgasmo travolgermi, e lei ha gemito forte, tremando sotto di me mentre raggiungeva il suo picco. Siamo rimasti così per un momento, ansimando, con l’acqua che continuava a scorrere su di noi.
Quando ci siamo separati, ci siamo guardati negli occhi. Non c’era vergogna, ma c’era qualcosa di pesante tra noi. Sapevamo entrambi che avevamo attraversato un confine che non si poteva ignorare. “Non diciamo niente a nessuno,” ha detto lei, con un sorriso debole, mentre chiudeva l’acqua.
“Ovvio,” ho risposto, ma dentro di me sentivo un groviglio di emozioni che non riuscivo a districare. Senso di colpa, desiderio, paura. Ma anche la certezza che non sarebbe finita lì. Nei giorni successivi, è diventata una routine. Ogni mattina, o quasi, trovavamo un modo per incrociarci sotto la doccia. E ogni volta, il senso di colpa cresceva, ma non abbastanza da farci smettere.
