Racconti Piccanti
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L’ultima estate prima dell’università

L’ultima estate prima dell’università

20 Marzo 2026·8 min di lettura

Sono appena tornata a casa, fradicia di sudore dopo l’allenamento di nuoto. La vecchia villetta al mare sa di salsedine e di legno umido, e il silenzio è rotto solo dal rumore delle onde in lontananza. Ho diciotto anni da una settimana, e questa è l’ultima estate qui, prima di trasferirmi a Milano per l’università. I miei genitori sono partiti tre mesi fa per un progetto di lavoro all’estero, lasciandomi sola con Lorenzo, mio fratello maggiore. Lui ha ventinove anni, è sempre stato via per lavoro, e sinceramente non lo conosco così bene. È tornato solo per tenermi d’occhio, o almeno così ha detto. Io non lo volevo qui, ma non avevo scelta.

Lorenzo è in cucina quando entro, con una birra in mano e la camicia aperta sul petto. È un ex rugbista, ma il fisico si è un po’ ammorbidito negli anni; però è ancora imponente, con spalle larghe e braccia che sembrano poter sollevare qualsiasi cosa. Ha la barba di tre giorni, un po’ ispida, e la sua voce bassa mi fa sempre sentire… non so, al sicuro, anche se non lo ammetterei mai. Mi guarda mentre appoggio la borsa della piscina sul pavimento.

“Com’è andato l’allenamento, Marti?” chiede, senza staccarmi gli occhi di dosso. Ha sempre questo modo di guardarmi, come se volesse capire cosa penso senza che io parli.

“Una merda, come sempre. La schiena mi fa male da morire,” rispondo, massaggiandomi la spalla. Il mio corpo è snello, da nuotatrice, con muscoli definiti ma non troppo evidenti. Il seno è piccolo, ma proporzionato, e ho lentiggini chiare sparse sul naso e sulle guance. Anche ora, mentre parlo con lui, tengo quel broncio che mi viene naturale, pure se dentro sto ridendo per qualche stupidaggine che ho fatto con le ragazze della squadra.

“Vieni qua, ti faccio un massaggio. Non puoi stare così,” dice lui, posando la birra sul tavolo. La sua voce è calma, ma c’è una nota che non so decifrare. Insiste quando esito. “Dai, non fare la stronza. Siediti.”

Mi siedo sul divano, con un po’ di imbarazzo. Non siamo mai stati così vicini, non fisicamente almeno. Lui si mette dietro di me, e le sue mani grandi iniziano a premere sulla mia schiena. Ha un tocco deciso, quasi troppo forte, ma funziona. Sento i muscoli sciogliersi, e senza volerlo mi scappa un gemito di sollievo.

“Piano, cazzo, mi fai male,” dico, ma rido subito dopo. Lui ride piano, una risata bassa che mi vibra nelle orecchie.

“Scusa, non sono delicato come una spa. Però funziona, no?”

“Sì, funziona,” ammetto, chiudendo gli occhi per un momento. Le sue mani scivolano un po’ più in basso, vicino alla base della schiena, e sento un calore che non c’entra niente col massaggio. Mi irrigidisco subito. “Basta così, grazie.”

Lui si ferma, ma non si allontana. Sento il suo respiro vicino al mio collo, e per un attimo penso che stia per dire qualcosa. Invece si alza, prende la birra e torna in cucina. “Quando vuoi, sai dove trovarmi,” dice, con un tono che sembra una battuta, ma che mi lascia un nodo in gola.

Nei giorni successivi, la tensione tra noi cresce senza che io riesca a capirne il motivo. Passiamo le serate sul divano a guardare film, sempre più vicini. Prima era solo una spalla che toccava l’altra, poi una gamba appoggiata contro la sua. Una sera, dopo un film stupido che non ricordo nemmeno, mi addormento con la testa sul suo petto. Mi sveglio con il suo braccio intorno a me, e il suo odore – un misto di sapone e sudore leggero – mi riempie i polmoni. Non mi muovo. Non voglio. Ma dentro di me c’è una voce che dice che non dovrei stare così bene.

Una notte, però, tutto cambia. Abbiamo litigato per una stronzata, qualcosa tipo lui che dice che non capisco niente della vita e io che gli urlo che non mi conosce affatto. Sono in camera mia, con le lacrime agli occhi, e mi sento una cretina. Nessuno mi capisce, nemmeno lui, che dovrebbe essere l’unico a farlo. Bussano alla porta, e senza aspettare una risposta Lorenzo entra. Ha un’espressione seria, quasi arrabbiata.

“Marti, possiamo parlare senza urlare come due idioti?” dice, sedendosi sul bordo del letto. La sua voce è calma, ma c’è una tensione che mi fa venire i brividi.

“Non c’è niente da dire. Tanto non capisci,” rispondo, asciugandomi gli occhi con la manica della maglietta. Sono in pigiama, un top leggero e un paio di pantaloncini, e mi sento vulnerabile.

Lui mi guarda per un lungo momento, poi si avvicina. “Non è vero che non capisco. Ti vedo, sai? Vedo quanto stai male, quanto ti senti sola. E mi fa incazzare non riuscire ad aiutarti.” La sua voce si abbassa, quasi un sussurro, e all’improvviso mi tira verso di sé, stringendomi in un abbraccio. È troppo forte, quasi mi fa male, ma non lo respingo. Ho bisogno di questo contatto, anche se non lo ammetto.

Poi succede. Alzo la testa, i nostri visi sono a pochi centimetri, e lui mi bacia. È un bacio breve, come per consolarmi, ma in un attimo diventa qualcosa di diverso. La sua bocca è dura, affamata, e io gli rispondo senza pensare. Le mie mani gli afferrano la maglietta, lo tiro più vicino. Sento il suo respiro accelerare, e dentro di me c’è un misto di paura e desiderio che non riesco a controllare.

“Marti, dobbiamo fermarci,” dice lui, staccandosi di colpo. Ha la voce roca, gli occhi pieni di qualcosa che sembra senso di colpa. Ma non si allontana.

“No, non fermarti,” rispondo, e lo tiro di nuovo verso di me. Non so perché lo sto facendo, ma non riesco a smettere. Lo voglio, anche se so che è sbagliato.

Ci baciamo ancora, più lenti questa volta, come se stessimo esplorando un terreno pericoloso. Le sue mani scivolano sotto il mio top, accarezzandomi la schiena nuda, e io sento un brivido che mi attraversa. Mi siedo a cavalcioni su di lui, i nostri corpi premuti l’uno contro l’altro. Sento la durezza sotto i suoi pantaloni, e il mio cuore batte così forte che penso lo possa sentire. Le mie mani gli sfiorano il petto, scendendo piano verso la cintura.

“Sei sicura?” mi chiede, con la voce spezzata. Mi guarda negli occhi, e vedo che sta lottando con sé stesso.

“Sì, sono sicura,” dico, anche se non lo sono affatto. Ma il desiderio è più forte della paura, e non voglio pensarci troppo. Gli slaccio i pantaloni, lentamente, mentre lui mi solleva il top sopra la testa. Il mio seno è piccolo, ma perfetto, e i capezzoli sono già duri sotto il suo sguardo. Lui si china e li bacia, prima uno e poi l’altro, succhiandoli piano. Mi scappa un gemito, e mi mordo il labbro per non fare rumore.

“Sei bellissima, cazzo,” sussurra, e le sue mani mi stringono i fianchi, tirandomi più vicino. Mi toglie i pantaloncini, lasciandomi solo con le mutandine, e io sento il calore della sua pelle contro la mia. Mi bacia il collo, scendendo verso il petto, mentre una mano scivola sotto l’elastico delle mutandine. Le sue dita mi sfiorano, leggere, e io mi inarco contro di lui, incapace di controllarmi.

“Piano, ti prego,” dico, con la voce che trema. Non so se voglio che rallenti davvero o che vada avanti. Lui mi guarda, un sorrisetto sulle labbra, ma non dice niente. Continua a toccarmi, lento, facendomi impazzire. Sento il calore crescere dentro di me, e quando infine mi penetra con le dita, devo mordermi il labbro per non urlare.

Dopo un po’, non resisto più. Gli abbasso i pantaloni e i boxer, liberandolo. È duro, più grande di quanto immaginassi, e per un attimo mi blocco. Lui lo nota, e mi accarezza il viso. “Se vuoi smettere, dimmelo. Non ti obbligo a niente.”

“Non voglio smettere,” rispondo, e mi posiziono sopra di lui. Scendo piano, sentendolo entrare dentro di me, e il dolore iniziale si mischia a un piacere che non avevo mai provato. È lento, quasi insostenibile, e ogni movimento sembra amplificato dal silenzio della casa. Lui mi stringe i fianchi, guidandomi, e io mi aggrappo alle sue spalle, mordendogli la pelle per soffocare i gemiti.

“Perdonami,” sussurra, mentre spinge più a fondo. La sua voce è rotta, piena di qualcosa che non so se è rimorso o desiderio. Lo ripete, ancora e ancora, come se fosse una litania. Io non dico niente, non riesco a parlare. Ogni spinta è un misto di dolore e piacere, e il senso di colpa mi stringe il petto, ma non voglio che si fermi.

Ci muoviamo insieme, i nostri corpi sudati che si incastrano perfettamente. Il suo odore mi avvolge, un misto di sudore e di quel profumo che ha sempre avuto. Il rumore dei nostri respiri affannosi riempie la stanza, e ogni tanto si sente il cigolio del letto sotto di noi. Mi chino su di lui, baciandolo con forza, mentre le sue mani mi stringono il sedere, spingendomi contro di sé. Sento che sto per venire, e glielo dico, con la voce spezzata.

“Vieni, Marti, non trattenerti,” mi dice, guardandomi negli occhi. La sua voce è un ordine, ma anche una supplica. E io non resisto più. L’orgasmo mi travolge, forte, facendomi tremare tra le sue braccia. Lui mi segue poco dopo, con un gemito profondo, stringendomi così forte che quasi mi fa male.

Rimaniamo così per un po’, senza parlare, con i respiri che piano piano si calmano. Sono ancora sopra di lui, la testa appoggiata al suo petto, e sento il suo cuore battere sotto di me. Non so cosa dire, e credo che nemmeno lui lo sappia. Alla fine scendo, mi sdraio accanto a lui, e ci copriamo con il lenzuolo. Non ci guardiamo, ma la sua mano trova la mia sotto la stoffa, e la stringe piano.

Il mattino dopo, in cucina, l’aria è pesante. Io preparo il caffè con gli occhi bassi, e lui è seduto al tavolo, che fissa il telefono come se fosse la cosa più interessante del mondo. Non parliamo di quello che è successo, ma lo sentiamo entrambi, come un peso che non possiamo ignorare. Però la sera, quando il sole tramonta e la casa si riempie di ombre, ci cerchiamo di nuovo. Non c’è bisogno di parole. Abbiamo solo cinque settimane prima che io parta, e sappiamo che questo non durerà. Ma per ora, non ci importa.

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