Racconti Piccanti
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“Ti sei divertito?”

“Ti sei divertito?”

20 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Massimiliano, ho 23 anni e non sono mai stato uno che nasconde chi è. Sono gay, e non di quelli che cercano di passare inosservati. Parlo con una voce un po’ acuta, gesticolo come se fossi sempre sul palco di un teatro, e il mio guardaroba è un’esplosione di colori che non lascia spazio a dubbi. Non mi interessa piacere a tutti, ma voglio essere me stesso. All’università, però, non è sempre facile. Studio lettere, e tra un’aula e l’altra mi sono preso una cotta che mi sta distruggendo. Si chiama Lorenzo, ha la mia età, ed è il classico ragazzo che sembra uscito da un film: capelli castani spettinati, occhi verdi che ti fissano come se volessero leggerti dentro, e un fisico che, anche sotto magliette banali, si vede che è allenato. È il mio compagno di studio da mesi, e più passo tempo con lui, più mi sento un idiota a sperare qualcosa che so non potrà mai succedere.

All’inizio era solo un’ammirazione. Ci siamo ritrovati a fare una ricerca insieme per un esame di letteratura italiana, e da lì abbiamo iniziato a vederci spesso. Lorenzo è uno che parla poco di sé, ma quando lo fa, ti ascolta davvero. Mi piace come piega la testa di lato quando riflette, come tamburella con la penna sul quaderno quando è nervoso. E, dannazione, mi piace il modo in cui sorride, con quella mezza smorfia che sembra sempre sul punto di prenderti in giro. Ho iniziato a farci caso, a ogni piccolo gesto, a ogni sguardo. E poi ho iniziato a provarci. Prima in modo sottile, con battute, complimenti velati. “Sai che con quella camicia stai da paura?” gli dicevo, e lui rideva, un po’ a disagio, ma non mi mandava via. Poi sono diventato più sfacciato. Gli sfioravo il braccio mentre studiavamo, mi avvicinavo troppo quando gli spiegavo qualcosa, e una volta gli ho pure detto, con un ghigno: “Se non fossi etero, ti farei vedere io come ci si diverte.” Lui si è messo a ridere, rosso in faccia, e ha borbottato un “Ma smettila, scemo”, senza però allontanarsi.

Ogni volta che ci provo, però, mi ripete la stessa cosa: “Massi, lo sai che sono etero.” Lo dice con un tono che non è mai davvero convinto, e questo mi manda fuori di testa. Perché, se è così etero, perché cerca sempre di studiare con me? Perché mi scrive alle undici di sera per chiedermi un parere su un testo? Perché, quando siamo insieme, mi guarda in un modo che non ha niente di “amichevole”? Mi sta facendo impazzire, e io non so più se sto vedendo segnali dove non ci sono o se lui sta giocando con me. So solo che lo voglio, e che ogni volta che mi dice di no, mi viene voglia di insistere ancora di più.

È andata avanti così per settimane, fino a quel giorno al parco. Era un pomeriggio di primavera, uno di quelli in cui l’aria è tiepida e il sole ti scalda appena. Eravamo seduti su una coperta, sotto un albero, con i libri sparsi intorno. Stavamo preparando un esame importante, ma nessuno dei due aveva molta voglia di concentrarsi. Lorenzo si lamentava del caldo, si passava una mano tra i capelli sudati e borbottava: “Non ce la faccio, mi sta venendo sonno.”

“Studia, pigro,” gli ho detto, dandogli una spinta leggera sulla spalla. “Se non passi, poi non venire a piangere da me.”

Lui ha riso, ha preso il libro e se l’è messo sulla faccia per ripararsi dal sole. “Solo cinque minuti, giuro,” ha detto, la voce attutita dalle pagine. Io ho alzato gli occhi al cielo, ma dentro di me stavo già fantasticando. Eravamo soli, il parco era deserto a quell’ora, e sentirlo così vicino, sdraiato a pochi centimetri da me, mi faceva ribollire il sangue. Guardavo il suo petto che si alzava e abbassava piano, le sue gambe distese, i jeans aderenti che lasciavano intravedere la linea delle cosce. Ho cercato di distrarmi, di concentrarmi sui miei appunti, ma non ci riuscivo. La mia testa era un casino. Sapevo che non avrei dovuto, che era sbagliato, ma l’idea di toccarlo, anche solo per un momento, mi stava mandando fuori di testa.

Ho aspettato. Dieci minuti, quindici. Lorenzo non si muoveva, il libro gli copriva ancora la faccia, e il suo respiro era lento, regolare. Sembrava davvero addormentato. Mi sono guardato intorno, il cuore che mi batteva forte. Nessuno. Solo il rumore delle foglie che si muovevano con il vento. Ho deglutito, le mani che mi tremavano. Non so cosa mi sia preso, ma in quel momento ho deciso di fare una cosa che non avevo mai fatto prima. Mi sono avvicinato di più, piano, senza fare rumore. Ero a pochi centimetri da lui, potevo sentire l’odore del suo dopobarba misto a sudore. Ho guardato i suoi jeans, la zip chiusa, e ho sentito un’ondata di calore nello stomaco. “Cazzo, Massi, non farlo,” mi sono detto, ma le mie mani si muovevano da sole.

Con un gesto lento, quasi trattenendo il respiro, gli ho slacciato il bottone dei jeans. Lui non si è mosso. Ho tirato giù la zip, un millimetro alla volta, e ho visto l’elastico dei boxer neri. Il mio cuore sembrava sul punto di esplodermi nel petto. Ho alzato lo sguardo verso il libro sul suo viso, ma niente, non un movimento. Ho infilato una mano sotto l’elastico, e ho sentito la sua pelle calda, i peli corti sotto le dita. Quando ho tirato fuori il suo cazzo, ho visto che era già mezzo duro. Non era enorme, ma aveva una forma perfetta, con la pelle liscia e una vena che correva lungo il lato. Mi sono leccato le labbra, incapace di staccare gli occhi. Stavo tremando, ma non potevo fermarmi. Mi sono chinato, lentamente, e l’ho preso in bocca.

Il sapore era forte, un misto di pelle e sudore, ma non mi dava fastidio. Ho iniziato a succhiare piano, muovendo la lingua intorno alla punta, mentre con una mano lo tenevo alla base. Sentivo che si induriva sempre di più nella mia bocca, e questo mi faceva impazzire. Lorenzo non si muoveva, ma il suo respiro era cambiato, era più corto, più veloce. Faceva finta di dormire, ne ero sicuro. Non c’era modo che non sentisse quello che stavo facendo. Ho accelerato, succhiando più forte, lasciando che la saliva mi colasse lungo il mento. Sentivo il suo cazzo pulsare, e ogni tanto un gemito soffocato sfuggiva da sotto il libro. Non parlava, non si muoveva, ma io sapevo che era sveglio, che gli piaceva.

Dopo qualche minuto, ho sentito il suo corpo irrigidirsi. Un gemito più forte, quasi un grugnito, e poi un getto caldo mi ha riempito la bocca. Non mi sono tirato indietro, ho ingoiato tutto, sentendo il sapore salato che mi restava sulla lingua. Ho continuato a succhiare piano, fino a quando non ho sentito che si rilassava completamente. Poi mi sono tirato indietro, asciugandomi la bocca con il dorso della mano. Mi tremavano le gambe, il cuore mi batteva all’impazzata. Non potevo credere a quello che avevo appena fatto. Mi sono seduto di nuovo sulla coperta, cercando di riprendere fiato, mentre lui restava immobile, il libro ancora sul viso.

Sono passati almeno venti minuti prima che si muovesse. Alla fine, ha tolto il libro dalla faccia, si è stiracchiato come se niente fosse e ha borbottato: “Cazzo, mi sono addormentato sul serio.” Si è sistemato i jeans senza guardarmi, chiudendo la zip con un gesto rapido. Io lo fissavo, con il cuore ancora in gola, cercando di capire se avrebbe detto qualcosa. Ma niente. Si è seduto, ha preso un sorso d’acqua dalla bottiglia e ha aperto il libro come se non fosse successo nulla.

Alla fine, non ce l’ho fatta più. Dovevo dire qualcosa. “Allora, Lorenzo,” ho iniziato, con un tono che cercava di sembrare leggero, anche se dentro stavo morendo d’ansia. “Ti sei divertito?”

Lui mi ha guardato per un secondo, gli occhi verdi che brillavano sotto il sole. Poi ha fatto una risata secca, scuotendo la testa. “Ma che dici, Massi? Sono etero, te l’ho detto mille volte.” Ha girato la pagina del libro, evitando il mio sguardo. “Dai, torniamo a studiare, che siamo indietro.”

Ho stretto i denti, sentendo una miscela di rabbia e frustrazione montarmi dentro. Sapevo che stava mentendo, che aveva sentito tutto, che gli era piaciuto. Ma non potevo costringerlo ad ammetterlo. Mi sono limitato a fissarlo per un momento, poi ho preso il mio quaderno e ho fatto finta di concentrarmi. Dentro, però, sapevo che non sarebbe finita lì. Non dopo quello che era appena successo.

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