Racconti Piccanti
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Ti riempio la bocca

Ti riempio la bocca

19 Marzo 2026·7 min di lettura

Mi chiamo Daniele, ho 21 anni, e diciamocelo subito: non sono uno che si fa troppi problemi. Sono quel tipo di ragazzo che in palestra ci va per sfogarsi, per gonfiare i muscoli e, ogni tanto, per rimorchiare. Non mi vergogno a dirlo, sono diretto. E quando ho conosciuto Paolo, 37 anni, un tizio che sembrava il classico uomo sposato in crisi di mezza età, con la pancia appena accennata ma le braccia ancora toniche, ho capito subito che poteva essere un gioco interessante.

Ci siamo incrociati un paio di volte vicino agli spogliatoi. Lui mi guardava, ma di quelle occhiate che cercano di non farsi notare, sai? Tipo che ti fissano un secondo di troppo e poi distolgono lo sguardo come se niente fosse. Io, invece, non sono timido. Un giorno gli ho sorriso, un sorriso sfacciato, e gli ho detto: “Ehi, tutto bene? Ti vedo spesso qui.” Lui ha balbettato qualcosa, rosso in faccia, e io ho riso dentro di me. Era già mio, lo sapevo.

Dopo qualche chiacchiera banale sulla palestra, sui pesi, sulle diete, l’ho invitato a prendere un caffè fuori. “Solo per parlare di allenamento,” gli ho detto, ma il tono della mia voce diceva tutt’altro. Paolo ha accettato, un po’ titubante, ma con gli occhi che brillavano di curiosità. E io, beh, io avevo già in testa quello che volevo fare con lui. Non era solo una questione di attrazione, anche se il suo fisico non era male, con quelle spalle larghe e le mani grandi da lavoratore. Era più il gusto di dominarlo, di vedere fino a che punto potevo spingerlo. Mi eccitava l’idea di umiliarlo, di farlo sentire piccolo sotto di me, nonostante i suoi 37 anni e quella sua aria da uomo navigato.

Ci siamo ritrovati in un angolo della palestra, in una saletta secondaria che usano per i corsi di yoga, ma che a quell’ora era deserta. Nessuno ci avrebbe disturbato. Gli ho detto di sedersi su una panca, e io sono rimasto in piedi, davanti a lui, con il mio telefono in mano. “Ti va di fare un gioco?” gli ho chiesto, con un ghigno. Lui mi ha guardato, confuso, ma con un lampo di eccitazione negli occhi. “Che gioco?” ha chiesto, la voce un po’ tremante. “Tu stai zitto e fai quello che dico. E io ti riprendo. Ti piace l’idea, no?” Ho visto la sua faccia cambiare, un misto di paura e desiderio. Ha annuito, quasi impercettibilmente, e io ho capito che era fatta.

Mi sono avvicinato, torreggiando sopra di lui. Paolo era seduto, con la schiena un po’ curva, le mani sulle cosce. Indossava una maglietta aderente grigia, sudata, che gli metteva in evidenza il petto ancora definito, e dei pantaloncini larghi che gli arrivavano sopra il ginocchio. Io, invece, avevo una canotta nera e dei pantaloni aderenti da palestra, che non lasciavano molto all’immaginazione. Sapevo che mi stava guardando, che stava già fantasticando. Mi sono passato una mano sul pacco, con noncuranza, come per sistemarmi, ma in realtà per fargli capire cosa lo aspettava. “Ti piace quello che vedi?” gli ho chiesto, con un tono strafottente. Lui ha deglutito, senza rispondere, ma i suoi occhi erano fissi su di me. “Rispondi, dai, non fare il timido.” Ho insistito, ridendo. “Sì,” ha mormorato, quasi un sussurro. “Più forte, non ti sento,” ho detto, avvicinandomi ancora. “Sì, mi piace,” ha ripetuto, con la voce che tremava ma più chiara. Ecco, quello era il momento in cui capisci che hai il controllo totale.

Ho tirato fuori il cellulare, ho aperto la fotocamera e ho iniziato a riprendere. “Guarda in camera, troia,” gli ho detto, senza mezzi termini. Lui ha sollevato lo sguardo, imbarazzato ma eccitato, e io ho sentito una scarica di adrenalina. C’era qualcosa di incredibilmente eccitante nel vederlo così, vulnerabile, mentre lo filmavo. “Adesso fai il bravo e apri la bocca,” gli ho ordinato. Paolo ha esitato un attimo, ma poi ha aperto le labbra, lentamente, con un’espressione di resa. Io mi sono abbassato i pantaloni quel tanto che bastava, giusto per tirarlo fuori. Ero già mezzo duro, e quando l’ho visto deglutire di nuovo, mi sono eccitato ancora di più.

Mi sono avvicinato, tenendogli il mento con una mano per guidarlo. “Non fare storie, lo sai che lo vuoi,” gli ho detto, con un tono che non ammetteva repliche. Lui ha annuito, quasi impercettibilmente, e io ho spinto piano, sentendo il calore della sua bocca che mi accoglieva. Porca troia, era una sensazione assurda. La sua lingua era timida, ma si muoveva, e io ho dovuto trattenermi per non spingere subito tutto dentro. Ho tenuto il cellulare con l’altra mano, inquadrando bene il suo viso, i suoi occhi che si chiudevano per la vergogna ma anche per il piacere. “Guarda in camera mentre me lo succhi,” gli ho ordinato, e lui ha aperto gli occhi, fissando l’obiettivo con un’espressione che era un misto di umiliazione e desiderio puro. Mi faceva impazzire.

Ho iniziato a muovermi, piano all’inizio, lasciando che si abituasse. Sentivo la sua saliva che mi bagnava, il rumore umido della sua bocca che lavorava su di me. “Così, bravo,” gli dicevo, con un tono sarcastico. “Ti piace, eh? Si vede.” Lui non rispondeva, ovviamente, ma gemeva piano, un suono soffocato che mi faceva venir voglia di spingere più forte. Ho aumentato il ritmo, tenendogli la testa con una mano, i suoi capelli corti e brizzolati tra le dita. Non era proprio una presa forte, ma abbastanza per fargli capire chi comandava. “Prendilo tutto, dai, non fare la femminuccia,” gli ho detto, ridendo. E lui ci ha provato, davvero, anche se a un certo punto ha tossito, con gli occhi che gli lacrimavano. “Piano, piano, non ti ammazzo,” ho detto, rallentando un attimo, ma senza smettere di riprendere. Vederlo così, in difficoltà ma che ci provava comunque, era una delle cose più eccitanti che avessi mai provato.

Dopo un po’ ho deciso di spingermi oltre. “Adesso lo prendi in gola, capito?” gli ho detto, con un tono che non ammetteva obiezioni. Paolo mi ha guardato, con gli occhi lucidi, ma non ha protestato. Sapeva che non aveva scelta, e credo che in fondo gli piacesse essere trattato così. Mi sono messo in una posizione migliore, con un piede sulla panca per avere più controllo, e ho spinto piano, sentendo la resistenza della sua gola. “Rilassati, cazzo, non è così difficile,” gli ho detto, mentre lui cercava di non soffocare. Ho sentito il calore stretto della sua gola che mi avvolgeva, una sensazione pazzesca, quasi soffocante per quanto era intensa. Ho tirato indietro un attimo, per farlo respirare, e poi ho spinto di nuovo, più a fondo. Il suono che faceva, quel gorgoglio umido, era quasi osceno, ma mi faceva impazzire. “Ti piace essere usato così, vero?” gli ho chiesto, e lui ha emesso un suono che poteva essere un sì, anche se non poteva parlare. Io ridevo, continuando a riprendere ogni dettaglio: le sue guance rosse, la saliva che gli colava sul mento, gli occhi chiusi mentre cercava di concentrarsi.

Ho continuato così per un bel po’, alternando spinte profonde a momenti in cui lo lasciavo respirare, sempre con il cellulare puntato su di lui. Ogni tanto gli davo un comando, tipo “Leccami bene” o “Guardami mentre lo fai”, e lui obbediva, con quella faccia da bravo ragazzo che si lascia umiliare. Sentivo il suo fiato caldo, l’odore del sudore mischiato a quello più intimo della sua bocca, e ogni tanto gli passavo una mano sulla guancia, non per affetto, ma per ricordargli che ero io a decidere tutto. “Sei una troia perfetta, lo sai?” gli dicevo, e ogni volta che lo insultavo sentivo un brivido di eccitazione. Non era solo il sesso, era il potere che avevo su di lui, il modo in cui si sottometteva completamente.

A un certo punto ho sentito che stavo per arrivare al limite. Il calore della sua gola, la pressione, i suoni che faceva, tutto mi stava portando al culmine. “Ci sono quasi, preparati,” gli ho detto, con la voce un po’ spezzata dall’eccitazione. Lui ha annuito appena, senza smettere, e io ho spinto ancora, sentendo ogni muscolo del mio corpo tendersi. “Ti riempio la bocca, troia,” gli ho detto, quasi ringhiando, e poi è successo. Ho sentito l’ondata di piacere che mi travolgeva, un’esplosione che mi ha fatto quasi tremare le gambe. Ho tenuto la sua testa ferma mentre venivo, assicurandomi che non si tirasse indietro, e ho continuato a riprendere, zoomando sul suo viso mentre deglutiva, con un’espressione di resa totale. Il suono della sua gola che ingoiava, il suo respiro affannoso, tutto era amplificato dal silenzio della stanza.

Quando ho finito, ho tirato indietro, lasciandolo libero. Lui ha tossito piano, si è passato una mano sulla bocca, con la faccia rossa e gli occhi lucidi. Io ho spento la registrazione, ho messo via il cellulare e mi sono sistemato i pantaloni, con un sorrisetto soddisfatto. “Sei stato bravo, sai?” gli ho detto, dandogli una pacca leggera sulla spalla. Lui non ha risposto, ha solo annuito, ancora un po’ frastornato. Io mi sono seduto un attimo sulla panca accanto, giusto per riprendere fiato, guardandolo con la coda dell’occhio. Non c’era bisogno di dire altro. Eravamo entrambi soddisfatti, ognuno a modo suo.

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