Mi godo la vacanza… mentre mio marito dorme (parte 2)
Il giorno dopo l’incontro con Marco, il peso di quello che avevo fatto mi gravava sul petto come una pietra. Alle 8:17, mentre preparavo il caffè nel cucinino del bungalow, con Enzo ancora a letto che russava piano, sentivo il corpo tradirmi. I capezzoli, grandi e sensibili, si indurivano sotto la maglietta leggera al solo ricordo delle dita di Marco. Le cosce, ancora segnate da una leggera irritazione per la sabbia, fremevano di un desiderio che non riuscivo a spegnere. Mi guardavo allo specchio sopra il lavandino, osservando le rughe sottili intorno agli occhi, il seno abbondante che spingeva contro il tessuto, i fianchi larghi che sembravano gridare una vitalità che credevo morta. “Cosa sto diventando?” ho pensato, mentre il senso di colpa mi stringeva la gola. Ma subito dopo, quella voce, la stessa di ieri, è tornata: “Me lo merito. Dopo tutto questo tempo, me lo merito.”
Alle 15:45, sono uscita per fare la spesa al piccolo supermercato del paese, a pochi minuti di macchina dal campeggio. Enzo era al bar con un paio di amici, perso in chiacchiere su partite di calcio e grigliate. Ho parcheggiato la nostra utilitaria in un angolo del piazzale, sotto il sole cocente che rifletteva sull’asfalto. Indossavo un vestito leggero di cotone, lungo fino al ginocchio, con sotto mutandine bianche di pizzo che sfregavano appena contro la mia fica pelosa ma curata. Il sudore mi imperlava la schiena mentre caricavo le borse nel bagagliaio, l’odore di asfalto caldo che si mescolava a quello della salsedine portata dal vento.
È stato allora che l’ho notato. Un uomo, robusto, con tatuaggi sbiaditi che gli coprivano le braccia muscolose, mi osservava da qualche metro di distanza. Era vicino a una Jeep nera, le mani callose appoggiate sui fianchi. Non parlava, ma i suoi occhi erano fissi su di me, sul mio culo pieno e morbido che il vestito accarezzava mentre mi chinavo. Ho sentito un brivido, non di paura, ma di qualcosa di più profondo, più istintivo. Alle 16:03, si è avvicinato, con passi lenti ma decisi. “Ti aiuto,” ha detto semplicemente, la voce roca, quasi un grugnito. Non era una domanda. Ha preso le borse più pesanti dalle mie mani, sfiorandomi appena il braccio con le dita ruvide. Il contatto mi ha fatto accelerare il battito. Si chiamava Luca, me l’ha detto mentre sistemava tutto nel bagagliaio, senza guardarmi negli occhi.
Alle 16:09, quando ha finito, mi ha fatto un cenno verso la sua Jeep, parcheggiata poco più in là, in un angolo del piazzale semi-deserto. “Sali un attimo,” ha detto, senza aggiungere altro. Ho esitato. Enzo era al bar, non lontano, e il rischio di essere vista era alto. Ma il desiderio, quel bisogno che mi bruciava dentro dalla sera prima, ha preso il sopravvento. “Solo un minuto,” ho pensato, giustificandomi. Alle 16:12, ero seduta sul sedile del passeggero, l’odore di cuoio vecchio e sudore maschile che riempiva l’abitacolo. Luca ha abbassato il sedile con un gesto secco, facendomi capire senza parole cosa voleva. Mi sono voltata, mettendomi a quattro zampe tra i sedili, il vestito che si sollevava sulle cosce. Lui si è posizionato dietro di me, le mani callose che mi afferravano i fianchi con una presa ferma ma non violenta.
Alle 16:14, ha sollevato il vestito fino alla vita, scoprendo il mio culo morbido e pieno. Ha tirato giù le mutandine con un gesto rapido, lasciandole a metà coscia. Ho sentito il suo respiro pesante mentre mi osservava, il silenzio rotto solo dal rumore lontano di un’auto che passava. Poi, alle 16:16, ha sputato sulle dita, lubrificando con calma la zona intorno al mio buco. La sensazione era fredda, umida, ma il suo tocco deciso mi ha fatto contrarre i muscoli in anticipazione. Ha preso il suo cazzo, spesso e duro, e lo ha strofinato contro di me, prima sulla fica, raccogliendo i miei umori per rendere tutto più scivoloso, poi contro l’entrata del culo. “Respira,” ha grugnito, la prima parola che ha detto da quando ero salita.
Alle 16:18, ha iniziato a spingere. Lentamente, con una calma che contrastava con la sua rudezza. La pressione era intensa, un bruciore acuto che mi ha fatto stringere i denti. Sentivo ogni centimetro che entrava, il mio culo che si apriva per accoglierlo, la pienezza che mi toglieva il fiato. Si è fermato a metà, lasciandomi il tempo di abituarmi, il suo respiro pesante che mi scaldava la nuca. Poi, alle 16:20, ha spinto fino in fondo, riempiendomi completamente. “Oddio, è enorme, mi spacca, ma lo voglio tutto,” ho pensato, mentre un misto di dolore e piacere mi faceva tremare. Ha iniziato a muoversi, con spinte lente ma profonde, ogni affondo che mi scuoteva il corpo, facendomi appoggiare le mani sul sedile per non cadere. Il rumore dei nostri corpi che si scontravano, pelle contro pelle, era osceno, amplificato dal silenzio del parcheggio.
Alle 16:24, il bruciore si è trasformato in un piacere crudo, viscerale. Sentivo il suo cazzo scivolare dentro e fuori, il ritmo che accelerava appena, i suoi grugniti bassi che si mescolavano ai miei gemiti soffocati. “Sto godendo, il culo mi pulsa, è così pieno, non riesco a smettere di stringerlo,” ho pensato, mentre le cosce mi tremavano e il sudore mi colava lungo la schiena. Il rischio di essere scoperta mi stringeva lo stomaco, ma rendeva tutto più intenso. Alle 16:27, ho sentito un orgasmo montare, diverso da quelli con Marco, più profondo, più oscuro. “Sto venendo, oddio, vengo col culo pieno, non ci credo,” ho pensato, mentre il corpo si contraeva, le mani che afferravano il sedile con forza. Luca ha accelerato, le sue mani che mi tenevano i fianchi come una morsa, e alle 16:29 è venuto dentro di me, un calore denso che mi ha riempita, il suo sperma che iniziava a colare mentre si ritirava lentamente.
Alle 16:31, mi sono rialzata, il respiro ancora spezzato, le mutandine zuppe e il culo pulsante. Sentivo il suo seme scivolarmi lungo le cosce, appiccicoso, mentre sistemavo il vestito con mani tremanti. Luca mi ha guardata, un accenno di sorriso sul volto ruvido. “Brava,” ha detto, l’unica parola, prima di accarezzarmi la schiena con una mano callosa, un gesto sorprendentemente dolce. Sono scesa dalla Jeep alle 16:34, l’odore di sesso che mi impregnava la pelle, mescolato al caldo afoso del parcheggio. Mentre tornavo alla mia auto, il senso di colpa mi ha colpita come un pugno. “Enzo è a pochi metri, probabilmente sta bevendo un caffè, e io ho il culo pieno dello sperma di un altro uomo,” ho pensato, il cuore che batteva forte. Ma quella voce, ancora una volta, ha soffocato tutto: “Me lo merito. Dopo anni di nulla, me lo merito.”
Ho aperto il bagagliaio per sistemare le ultime borse, quando ho sentito un rumore alle mie spalle. Un’auto si è fermata poco lontano, il motore che si spegneva con un suono secco. Mi sono voltata, il fiato corto, temendo di vedere qualcuno che conoscevo, o peggio, Enzo. Ma non era lui. Un uomo che non avevo mai visto è sceso, guardandomi per un istante prima di entrare nel supermercato. Eppure, il battito non si calmava. E se qualcuno mi avesse vista salire sulla Jeep? E se Luca non fosse l’uomo che sembrava? Mentre guidavo verso il bungalow, con il suo sperma che ancora mi colava tra le cosce, non potevo smettere di chiedermelo.
