Debora: la ragazza che non dovevo toccare (parte 5)
Torniamo a casa mia dopo quella giornata al motel, il cuore ancora in gola per tutto quello che è successo. La tensione tra noi è diversa, più pesante, non solo di desiderio. Debora è seduta sul sedile accanto, guarda fuori dal finestrino, le mani strette in grembo. Non parla, ma la sento vicina, il suo calore che mi arriva anche senza toccarla. So che qualcosa è cambiato. Quelle lacrime al motel, quelle parole sussurrate, “ho paura di perderti”, mi hanno colpito come un pugno. Non è solo sesso, non lo è più da un pezzo. È qualcosa di profondo, sporco ma vero, che mi fa tremare dentro.
Arriviamo sotto casa mia che è già buio. Parcheggio in fretta, scendiamo senza dire una parola. La porta si chiude dietro di noi con un tonfo sordo, e appena siamo dentro, lei si volta verso di me. I suoi occhi sono lucidi, ma non di desiderio stavolta. “Zio… Giuseppe,” dice, esitando, la voce che trema. “Mia madre… credo che sospetti qualcosa. Mi ha fatto domande strane oggi, prima che uscissi. Tipo, dove vado sempre, perché sto così tanto fuori.” Mi si gela il sangue. Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo, ma sentirlo da lei è un’altra cosa. Mi passo una mano sul viso, cercando di mantenere il controllo. “Che le hai detto?” chiedo, la voce rauca.
“Niente di preciso,” risponde, abbassando lo sguardo. “Le ho detto che esco con amici. Ma non mi ha creduto, lo so. Mi guardava in un modo… come se sapesse.” Si morde il labbro, e io sento una stretta al petto. Non è solo paura di essere scoperti. È paura di perderla, di non poter più averla così, con me, in questo modo nostro, sbagliato ma perfetto. Mi avvicino, le prendo il viso tra le mani, le dita ruvide contro la sua pelle morbida. “Non importa cosa sa o cosa pensa,” le dico, guardandola dritto negli occhi. “Non ti lascio andare, Debora. Mai. Siamo in questo insieme.”
Lei annuisce piano, ma vedo il dubbio nei suoi occhi. Poi si avvicina, mi appoggia la testa contro il petto, e io la stringo forte, sentendo il suo respiro caldo attraverso la maglietta. Restiamo così per un po’, in silenzio, nel buio del salotto. Ma il bisogno di lei, di sentirla mia, è più forte di tutto. Le passo una mano tra i capelli, glieli tiro piano per farle alzare il viso. La bacio, lento, profondo, assaporando il calore delle sue labbra, il gusto salato della sua paura misto a desiderio. Lei geme piano nella mia bocca, le mani che mi afferrano la maglietta come se volesse ancorarsi a me.
“Vieni con me,” le sussurro, prendendola per mano. La porto in camera, l’aria è pesante, carica di noi. Non accendo la luce, non serve. La spoglio piano, togliendole il vestitino con gesti lenti, quasi reverenti. Sotto non ha niente, come al solito, la sua pelle liscia che brilla nella penombra. I capezzoli sono già duri, la fica rasata che luccica di eccitazione. L’odore della sua voglia mi colpisce, forte, inebriante, un misto di sudore e desiderio che mi fa indurire il cazzo all’istante. “Sei bellissima, piccola,” le dico, la voce roca, mentre la guardo, nuda davanti a me, vulnerabile ma pronta. “Sei mia.”
Lei sorride, un sorriso triste ma malizioso. “Sempre, Giuseppe,” risponde, e sentirle dire il mio nome, senza “zio”, mi fa qualcosa dentro, qualcosa che non so spiegare. Mi spoglio anch’io, i vestiti che cadono a terra con un fruscio. Mi sdraio sul letto, la tiro sopra di me, ma non c’è fretta stavolta. Voglio sentirla, viverla, ogni istante. Le sue mani mi accarezzano il petto, scendono lente, ma io le fermo. “No, piccola. Stavolta piano. Voglio guardarti.” La faccio sdraiare sotto di me, le apro le gambe con delicatezza, ma decisa. La sua fica è bagnata, aperta, il profumo che mi chiama. Mi chino, le passo la lingua sopra, piano, sentendo il suo sapore dolce e salato, i gemiti soffocati che le sfuggono mentre si inarca contro la mia bocca. “Cazzo, sei perfetta,” ringhio contro di lei, leccandola più a fondo, succhiandole il clitoride finché non trema, le mani che mi afferrano i capelli. “Sì, Giuseppe, sì,” ansima, e io continuo, lento, finché non la sento venire, un urlo strozzato, il corpo che si tende e poi si abbandona.
Ma non mi fermo. Mi alzo, mi posiziono sopra di lei, il cazzo duro che pulsa contro la sua coscia. La guardo negli occhi, intreccio le mani con le sue, le dita che si stringono forte. “Sei la mia donna, la mia troia, la mia vita,” le dico, la voce spezzata, mentre spingo dentro di lei, lento, sentendo ogni centimetro di quella fica stretta, calda, che mi accoglie come se fossi fatto per lei. Il rumore bagnato di ogni spinta, gli schiocchi osceni dei nostri corpi che si uniscono, mi mandano fuori di testa. Lei geme, gli occhi lucidi, la bocca aperta in un’espressione di piacere puro. “Ti amo, Giuseppe,” sussurra, le lacrime che le scendono lungo le guance mentre si contrae attorno a me, venendo di nuovo, il corpo che trema sotto il mio peso. Quelle parole, dette così, mentre la riempio, mi colpiscono dritto al cuore. “Ti amo da morire, piccola,” le rispondo, mordendole il collo, spingendo più forte, più profondo, finché non esplodo dentro di lei, fiotti caldi che la riempiono, il mio grugnito che si mischia ai suoi gemiti. Restiamo così, uniti, sudati, il respiro affannoso, i cuori che battono all’unisono.
Ci abbracciamo, sdraiati sul letto sfatto, il calore dei nostri corpi che si mescola. L’odore di sesso, di sudore, di noi, riempie la stanza. Le accarezzo i capelli, la stringo al petto, sentendo il suo respiro che si calma piano. “Cosa facciamo ora?” chiede, la voce fragile, quasi un sussurro. Non ho una risposta chiara, ma so cosa voglio. “Non ci nascondiamo più,” dico, deciso. “O affrontiamo tutti, tua madre, chiunque, oppure spariamo via insieme. Ma non ti lascio, Debora. Questo è sicuro.” Lei alza lo sguardo, mi guarda con quegli occhi che mi hanno fregato dal primo giorno. “Insieme, allora,” risponde, un sorriso piccolo ma vero che le illumina il viso.
Restiamo così, abbracciati, il mondo fuori che può aspettare. Non so cosa succederà domani, se qualcuno busserà alla porta, se dovremo davvero scappare. Ma in questo momento, con lei tra le mie braccia, il suo respiro caldo contro il mio petto, non me ne frega niente. “Qualunque cosa succeda, ne è valsa la pena,” sussurra, baciandomi piano sopra il cuore. Io la stringo più forte, sapendo che ha ragione. Ne è valsa la pena, ogni istante, ogni rischio, ogni spinta dentro di lei. Siamo noi, sbagliati, sporchi, ma veri. E questo, nessuno ce lo toglierà mai.
