Racconti Piccanti
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Senti come puzza di vero uomo

Senti come puzza di vero uomo

11 Marzo 2026·7 min di lettura

Mi chiamo Riccardo, ho 38 anni e vivo con Claudia, mia moglie da dieci anni. Lei ha 40 anni, è insegnante di lettere in un liceo, e ha un carattere che non ammette repliche. È sempre stata così: autoritaria, decisa, una che sa quello che vuole e se lo prende. Io, invece, sono il contrario. Sono un tipo tranquillo, un po’ insicuro, sempre stato così. Lavoro come contabile in un’azienda di medie dimensioni, un lavoro noioso ma sicuro, e non ho mai avuto il coraggio di ribellarmi a nulla, tantomeno a lei. Claudia lo sa e ci gioca. Da un po’ di tempo, il nostro matrimonio è diventato qualcosa di diverso, qualcosa che non so nemmeno come definire. Ma ci sto dentro, e non so nemmeno perché.

Tutto è iniziato un paio di anni fa, quando Claudia ha cominciato a parlarmi di altri uomini. Non so se fosse per provocarmi o per testarmi, ma mi diceva cose tipo: “Sai, oggi un collega mi ha fatto un complimento, mi ha detto che ho un culo da paura”. Io stavo zitto, annuivo, sentivo una fitta allo stomaco ma non dicevo niente. Non so perché, ma quelle parole mi facevano sentire strano, un misto di rabbia e qualcos’altro che non riuscivo a capire. Poi ha iniziato a spingersi oltre. Mi raccontava dettagli, tipo che un tizio le aveva mandato un messaggio esplicito, o che un genitore di un suo studente le aveva fatto delle avances. Io ascoltavo, sempre muto, e lei sorrideva, come se godesse a vedermi così a disagio.

Col tempo, le parole sono diventate fatti. Un giorno mi ha detto che avrebbe invitato qualcuno a casa. “Tu non devi fare niente, solo preparare tutto per bene. Voglio che la camera sia perfetta”. Io l’ho guardata, incredulo, ma non ho detto di no. Non ci riesco mai con lei. Così ho fatto come voleva: ho cambiato le lenzuola, messo candele profumate sul comodino, sistemato una scatola di preservativi sul letto. Mi sentivo un idiota, ma allo stesso tempo c’era una parte di me che tremava dall’eccitazione, anche se non volevo ammetterlo. Quando è arrivato il momento, mi ha detto di sedermi in corridoio, fuori dalla camera da letto, e di non muovermi. “Stai lì e ascolta. È tutto quello che devi fare”, ha detto con quel tono che non ammette discussioni.

La prima volta è stata un inferno. Sentivo i gemiti, le risate, i rumori del letto che sbatteva contro il muro. Ero seduto su una sedia scomoda, con le mani sulle ginocchia, e non riuscivo a muovermi. Non so quanto è durato, forse un’ora, forse due. Ogni tanto sentivo la voce di Claudia, alta e chiara, che diceva cose tipo: “Cazzo, sì, così, più forte”. Mi bruciava dentro, ma non potevo fare niente. Quando finalmente è finita, la porta si è aperta e lei è uscita, nuda, sudata, con i capelli spettinati. Aveva un odore forte, un misto di sesso e sudore, e si è avvicinata a me con un sorriso cattivo. Si è chinata, ha aperto le gambe davanti alla mia faccia e ha detto: “Senti l’odore di un uomo vero? Il tuo non lo fa mai”. Io ho inspirato, non potevo fare altro, e ho sentito quel profumo acre, pungente, che mi ha fatto girare la testa. “Dì grazie”, ha aggiunto. E io, con la voce che tremava, ho detto: “Grazie”.

Da quella volta, è diventata una routine. Ogni due o tre settimane, Claudia porta a casa qualcuno. Io preparo tutto, mi siedo fuori, ascolto. Ogni volta è uguale, ma ogni volta mi sento un po’ più spezzato e un po’ più eccitato. Non so spiegare perché ci sto, perché non me ne vado. Forse perché una parte di me lo vuole, forse perché non ho il coraggio di affrontare la vita da solo. Claudia lo sa, e usa questa cosa contro di me. Dopo ogni incontro, mi umilia nello stesso modo. Mi fa annusare il suo sesso ancora caldo e bagnato, mi dice che non sono niente in confronto a quegli uomini. Una volta ha persino tirato fuori il telefono, mi ha mostrato una foto del cazzo flaccido di quel tizio, enorme anche così, e l’ha confrontata con una foto del mio, scattata di nascosto non so quando. “Guarda qua, Riccardo. Questo è un cazzo. Il tuo cos’è, un verme?”. Io stavo lì, rosso in faccia, e lei insisteva: “Dì grazie per avermelo fatto vedere”. E io, come un coglione, dicevo: “Grazie”.

L’ultima volta è stata la più pesante. Era un sabato sera, e Claudia mi aveva avvisato già dal mattino. “Stasera viene Marco. Preparati”. Marco, uno che aveva già visto altre volte, un tizio sulla trentina, palestrato, con l’aria di uno che sa di essere il migliore. Io ho fatto tutto come al solito: lenzuola fresche, candele accese, preservativi sul comodino. Quando è arrivato, mi ha guardato con un ghigno, senza dire una parola, e si è chiuso in camera con Claudia. Io mi sono seduto fuori, come sempre, e ho ascoltato. I gemiti erano più forti del solito, lei rideva, lo incitava: “Cazzo, Marco, sei una bestia”. Ogni parola era un pugno nello stomaco, ma il mio corpo reagiva in modo assurdo, sentivo il sangue che mi pulsava nelle tempie, e anche più in basso.

Dopo un’eternità, la porta si è aperta. Claudia è uscita, nuda come sempre, con il corpo lucido di sudore. Si è avvicinata, si è chinata su di me e ha detto: “Senti qua. Annusa bene”. Io ho chiuso gli occhi e ho inspirato, sentendo quell’odore forte, quasi animale, che mi mandava in tilt. “Dì grazie”, ha ordinato. “Grazie”, ho mormorato. Poi ha preso qualcosa dal comodino, un preservativo usato, ancora pieno. Lo ha aperto con le dita, me lo ha avvicinato alla bocca e ha detto: “Apri”. Io ho esitato, ma il suo sguardo non lasciava scampo. Ho aperto la bocca, e lei ha versato quel liquido caldo, salato, direttamente dentro. “Bevi tutto. È il minimo che puoi fare”. Io ho deglutito, con un senso di nausea ma anche di eccitazione che non riesco a spiegare. “Grazie”, ho detto ancora, senza che me lo chiedesse.

Poi si è seduta sulle mie gambe, sempre nuda, e ha iniziato a toccarmi. “Guarda come sei patetico. Ti ecciti pure così”, ha detto, mentre le sue mani si muovevano lente ma decise sotto i miei pantaloni. Io non riuscivo a resistere, il mio corpo rispondeva da solo. Lei mi stringeva, mi guidava, e io sentivo tutto: il calore della sua pelle, l’odore del sesso che ancora le rimaneva addosso, il suono del suo respiro vicino al mio orecchio. “Vieni, dai, fai vedere quanto sei inutile”, ha sussurrato. E io sono venuto, subito, senza potermi controllare, mentre lei rideva piano.

Quando è finito tutto, si è alzata, si è messa una vestaglia e mi ha guardato. “Vai a pulire la stanza. E non fare casino”. Io ho annuito, come sempre, e mi sono alzato per fare quello che mi aveva detto. Non c’era rabbia in me, né rimorso. Solo una specie di vuoto, mescolato a una strana soddisfazione. Mentre cambiavo le lenzuola, ho trovato un biglietto sul comodino, scritto a mano da Claudia. C’era scritto: “La prossima volta ti voglio dentro, a guardare. Non solo fuori”. Il cuore mi si è fermato per un istante. Non so se fosse una minaccia o una promessa, ma sapevo che non avrei avuto scelta. Ho piegato il biglietto e l’ho messo in tasca, come se fosse un ordine da seguire.

Più tardi, mentre lavavo i piatti in cucina, ho sentito Claudia al telefono con qualcuno. Rideva, la sua voce era leggera, quasi giocosa. “Sì, vedrai, sarà uno spettacolo”, diceva. Ho capito subito che parlava di me, di quello che sarebbe successo la prossima volta. Mi sono fermato, con le mani ancora insaponate, e ho sentito quel misto di paura ed eccitazione tornarmi addosso. Sapevo che avrei fatto tutto quello che mi chiedeva, non perché volessi davvero, ma perché non sapevo fare altro. Claudia aveva quel potere su di me, un controllo totale che mi schiacciava ma, in qualche modo malato, mi teneva vivo. Ho asciugato le mani, sono tornato in salotto e mi sono seduto sul divano, fissando il vuoto. Il sapore di quella sera mi era ancora in bocca, e già sentivo il peso della prossima umiliazione che mi aspettava. Eppure, una parte di me, nascosta e oscura, contava i giorni. Non so perché lo faccio, non so perché continuo a stare in questo gioco malato, ma c’è qualcosa che mi tiene legato. Forse è il potere che Claudia ha su di me, forse è il modo in cui riesce a farmi sentire piccolo ma vivo. Non lo so. So solo che, mentre cambiavo le lenzuola sporche, sentivo ancora il sapore di quello che mi aveva fatto bere, e una parte di me, per quanto schifosa, non vedeva l’ora che arrivasse la prossima volta.

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