Obbedire a mio cugino (parte 4)
Erano passati otto giorni da quando Davide mi aveva sfondato il culo per la prima volta sul pavimento della camera degli zii. Da quel momento non ero più stato lo stesso. Mi aveva inculato ogni mattina e ogni sera: in doccia, sul letto, piegato sul tavolo della cucina, contro il muro del terrazzo mentre il mare rumoreggiava sotto di noi. Mi aveva insegnato a prenderlo in gola senza vomitare, a cavalcarlo fino a farmi tremare le gambe, a chiedere il suo cazzo con la voce rotta. Ogni volta che mi chiamava “Elena” o “puttanella” io diventavo più docile, più bagnato, più suo.
Era la penultima sera. Gli zii e Elena sarebbero tornati il mattino dopo. La villa era tutta nostra per l’ultima notte.
Davide mi guardò mentre finivamo di fumare l’ultima canna forte di Carmelo.
«Stasera organizzo una piccola festa. Tu preparati bene, Marco. Devi fare la cameriera.»
Mi portò nella stanza di Elena e mi vestì lui stesso, con calma sadica. Mi fece infilare un perizoma rosso minuscolo, un reggiseno nero trasparente che lasciava vedere i capezzoli, calze a rete nere con la riga dietro, tacchi alti di Elena che mi facevano camminare instabile. Mi truccò pesantemente: rossetto rosso acceso, eyeliner, fard. Infine mi mise un collarino di pelle nero con scritto in bianco “Puttana di Davide”.
Quando mi guardai allo specchio quasi non mi riconoscevo. Sembravo una troia da due soldi. Il cazzo mi sporgeva già mezzo duro dal perizoma.
«Sei perfetta» disse Davide, dandomi una pacca sul culo. «Stasera servi da bere e fai tutto quello che ti dicono. Senza discutere.»
Annuii, la gola secca.
Arrivarono verso le nove. Carmelo entrò per primo, con quel suo ghigno da bullo. Dietro di lui Tony, alto, tatuato, faccia da delinquente, e Luca, magro, occhi cattivi, sorriso storto. Tutti e tre un po’ loschi, tutti e tre amici di Davide solo perché lui era ricco.
Si sedettero sul divano grande del salotto. Io giravo con il vassoio, servendo birre fredde e bicchieri di vodka. Ogni volta che passavo vicino sentivo le loro occhiate.
Carmelo mi diede una forte sculacciata sul culo mentre versavo da bere.
«Guarda che culo da puttana. Si è proprio trasformato il cuginetto timido.»
Tony rise. «Cammina meglio con quei tacchi, frocio. Muovi il culo quando servi.»
Luca mi ignorava quasi completamente, come se fossi un oggetto. Mi trattava come un cameriere muto.
Fumavano erba forte e bevevano. L’aria diventava densa di odore di fumo, sudore maschile e alcol. Io continuavo a servire, le gambe che tremavano sui tacchi.
Dopo un po’ Carmelo mi afferrò per i capelli e mi tirò giù in ginocchio tra le sue gambe.
«Basta con il vassoio. Adesso succhiamelo mentre fumo.»
Mi tirò fuori il cazzo già mezzo duro. Era spesso, odorava di sudore e piscio leggero. Lo presi in bocca lentamente. Lui spinse la testa giù mentre continuava a parlare con gli altri come se io non esistessi.
«Guardate che brava puttana si è fatta in due settimane. Due settimane fa arrossiva solo ad annusare le mutande di Elena… adesso prende il cazzo in gola come una professionista.»
Mi scopava la bocca con spinte lente e profonde, fino a farmi lacrimare. Il sapore era forte, salato, maschio. Io succhiavo, leccavo, cercando di respirare tra una spinta e l’altra.
Poi mi fecero leccare i piedi. Tutti e tre, uno dopo l’altro. Mi misero in ginocchio e mi obbligarono a leccare tra le dita, sui talloni sudati, sotto le piante. L’odore era intenso: sudore, calzini sporchi, pelle maschile. Tony aveva i piedi grandi e pelosi, Luca li aveva magri e freddi. Carmelo mi teneva la testa premuta mentre leccavo.
«Lecca bene, troia. Pulisci con la lingua.»
Dopo i piedi passarono alle palle. Leccai palle pelose, sudate, pesanti. Poi le ascelle: quella di Tony puzzava fortissimo di sudore acido dopo una giornata calda, mi fece quasi vomitare ma continuai. Infine i buchi del culo. Mi misero a quattro zampe, Carmelo mi aprì le natiche e mi fece leccare il suo buco peloso, amaro, muschiato. Luca e Tony ridevano mentre lo facevo.
«Guarda come ciuccia il culo. È proprio nata per fare la puttana.»
A un certo punto Davide disse: «Basta giochetti. Strappatele i vestiti di dosso».
Mi alzarono in piedi. Carmelo mi strappò via il perizoma con un gesto secco, il reggiseno volò via, le calze vennero tirate e rotte. Rimasi nudo, solo con i tacchi e il collarino, il cazzo duro che gocciolava.
Mi misero a quattro zampe sul tappeto grande del salotto.
La scopata di gruppo iniziò lenta, crudele, senza pietà.
Carmelo fu il primo a mettermi il cazzo nel culo. Era grosso e spinse tutto dentro in un colpo solo. Urlai. Lui mi afferrò i fianchi e iniziò a sbattermi forte, profondo.
«Prendi, frocio. Questo è il cazzo vero.»
Mentre mi inculava, Tony mi infilò il suo in bocca. Mi scopava la gola con spinte lunghe, fino alle palle. Luca mi schiaffeggiava il culo e le guance, mi tirava i capelli, mi sputava in faccia.
Cambiavano posizione continuamente. Mi misero sdraiato sulla schiena sul tavolo basso, gambe aperte e tirate indietro. Uno mi inculava, un altro mi scopava la bocca, il terzo mi metteva i piedi in faccia o mi schiaffeggiava il cazzo duro.
«Apri bene quel culo di puttana.» «Ingoia tutto, troia.» «Guarda come gli cola la sborra dal buco.»
Mi usarono per ore. Mi inculavano uno dopo l’altro, senza sosta. Mi riempivano la gola fino a farmi vomitare saliva. Mi mettevano i piedi sporchi in bocca mentre mi sbattevano. Mi schiaffeggiavano le palle, mi tiravano i capezzoli, mi sputavano addosso.
Venni senza toccarmi la prima volta, solo per i colpi sulla prostata. Schizzai sul mio petto mentre Carmelo mi riempiva il culo di sborra calda.
Poi mi misero in ginocchio in mezzo a loro. Mi fecero un cerchio intorno. Mi scopavano la faccia a turno, mi sborravano in gola, in faccia, sugli occhi. Luca mi venne nei capelli, Tony sulla lingua, Carmelo mi riempì la bocca e mi obbligò a ingoiare tutto guardandolo negli occhi.
Mi ributtarono a terra. Mi inculavano a due alla volta: uno nel culo, uno in bocca. Poi mi giravano, mi mettevano a pecorina e mi fottevano come una bambola di carne. Il culo mi bruciava, era aperto, gonfio, colava sborra continua.
Alla fine ero ridotto a un oggetto. Sdraiato sul tappeto, coperto di sborra dalla testa ai piedi: faccia, capelli, petto, pancia, culo. Il buco del culo pulsava, aperto, rosso, che non si chiudeva più. Respiravo a fatica, la voce roca per quanto mi avevano scopato la gola.
Davide si avvicinò per ultimo. Mi guardò dall’alto, sorridendo con orgoglio.
«Domani torni a casa, puttanella. Ma queste due settimane non le dimentichi più, vero?»
Io, con la voce spezzata, piena di sborra e di umiliazione, riuscii solo a mormorare:
«Grazie… padrone… usatemi ancora… sono la vostra troia…»
Carmelo rise forte, Tony mi diede un ultimo schiaffo sul culo gonfio, Luca mi sputò in faccia per l’ultima volta.
Mentre se ne andavano, rimasi lì sul tappeto, distrutto, dolorante, coperto di sperma, con il culo che colava e il cuore che batteva di una soddisfazione malata.
Ero diventato esattamente quello che Davide voleva.
La puttana della villa.
E una parte di me, la più profonda e segreta, sperava già che l’estate prossima sarebbe tornata presto.
