Il messaggio sbagliato
Sono Alex, ho 26 anni, e diciamo che la mia vita sociale non è esattamente un’esplosione di eventi. Passo la maggior parte del tempo davanti a un computer, tra videogiochi, serie TV e qualche chat anonima dove ogni tanto mi lascio andare a messaggi un po’ spinti. Non che sia un esperto di certe cose, eh. Sono il classico tipo che arrossisce solo a pensarci. Ma quel giorno, una settimana fa, ho fatto un casino che ancora mi brucia la faccia solo a ricordarlo. Ho mandato un messaggio hot, di quelli proprio espliciti, a Nico. Sì, Nico, il mio amico del gruppo, quello sempre sicuro di sé, con la battuta pronta e un sorriso che ti mette a tuo agio anche quando sei un disastro umano come me. Non era destinato a lui, ovviamente. Doveva finire in una chat anonima, ma ho sbagliato contatto. Quando ho visto il suo “Visto” su WhatsApp, ho sentito il cuore fermarsi. Ho spento il telefono e sono sparito per giorni. Non ho risposto a nessuno, nemmeno a lui, che mi ha scritto un paio di volte con un semplice “Tutto ok, bro?”.
Dopo cinque giorni di silenzio, però, Nico mi ha chiamato. Non potevo continuare a fare lo struzzo. La sua voce era la solita, tranquilla, ma con quella punta di ironia che mi ha subito fatto sudare freddo. “Alex, non fare il fantasma. Passa da me stasera, birra e PlayStation, dobbiamo parlare.” Ho provato a inventare una scusa, ma lui ha tagliato corto: “Non fare storie, ti aspetto alle nove.” E così, con lo stomaco in gola, mi sono presentato a casa sua.
Nico abita in un appartamento piccolo ma accogliente, pieno di poster di film e una PlayStation sempre pronta sul tavolino. Quando sono entrato, lui era già lì, in maglietta e pantaloncini, con due birre fredde in mano. “Eccoti, finalmente,” ha detto, porgendomene una. “Pensavo fossi morto.” Io ho bofonchiato un “Scusa, ero incasinato,” ma non riuscivo nemmeno a guardarlo in faccia. Mi sono seduto sul divano, rigido come un palo, mentre lui accendeva la console e mi passava un controller. “Allora, giochiamo o vuoi confessare subito i tuoi peccati?” ha detto, con un sorrisetto che mi ha fatto avvampare.
Ho preso un lungo sorso di birra, cercando di trovare il coraggio. “Nico, per quel messaggio… io… non era per te, lo giuro. Ho sbagliato, è stato un errore stupido.” Lui mi ha guardato, alzando un sopracciglio. “Quindi non volevi proprio me, eh, birbante?” Ha riso, e io mi sono sentito sprofondare. “No, no, davvero, non so come è successo, ero su una chat e…” Ho smesso di parlare, perché tanto più parlavo, più mi incartavo. Nico si è appoggiato allo schienale del divano, incrociando le braccia. “Tranquillo, Alex. Non sono incazzato. Anzi, mi ha fatto ridere. Però, sai, mi ha fatto anche pensare. Tipo… c’è qualcosa che non mi stai dicendo?”
Quella domanda mi ha spiazzato. Ho aperto la bocca, ma non usciva niente. Lui ha continuato, con un tono più serio ma sempre rilassato. “Senti, non sono uno che giudica. Se hai qualcosa in testa, sputa il rospo. Non mordo.” Ho preso un altro sorso di birra, sentendo le guance bruciare. “Non lo so, Nico. È che… non so come dirtelo. Mi imbarazza da morire.” Lui ha inclinato la testa, aspettando. E alla fine, con la voce che tremava, ho confessato. “Quel messaggio… non era per te, ma… non so, a volte penso a cose che non dovrei. Anche su di te. E mi sento un idiota per questo.”
Il silenzio che è seguito è durato un’eternità. Poi Nico ha sorriso, non in modo derisorio, ma con una specie di dolcezza che non mi aspettavo. “E quindi? È per questo che sei sparito? Pensavi che mi incazzassi?” Io ho annuito, senza guardarlo. Lui si è avvicinato un po’, posando una mano sulla mia spalla. “Alex, rilassati. Non c’è niente di male a fantasticare. E, sai, non è che mi dia fastidio.” Quelle parole mi hanno colpito come un pugno. Ho alzato lo sguardo, confuso. “Che vuoi dire?” Lui ha scrollato le spalle. “Voglio dire che non mi dispiace l’idea. Se vuoi provarci, sono qui.”
Non ci credevo. Il cuore mi batteva all’impazzata, e non sapevo se ridere o scappare. Ma il suo sguardo era serio, anche se aveva sempre quel sorrisetto furbo. “Non scherzare, Nico,” ho detto, con la voce che usciva a fatica. Lui ha scosso la testa. “Non scherzo. Dai, rilassati. Facciamo un passo alla volta.” Si è avvicinato ancora, e io ho sentito il calore del suo corpo vicino al mio. Non so come, ma ho annuito, quasi senza rendermene conto.
Abbiamo lasciato cadere i controller sul divano. Lui mi ha guardato negli occhi, e io ho sentito una tensione che non riuscivo a spiegare. Poi, con una lentezza che mi faceva tremare, ha posato una mano sulla mia gamba. “Se vuoi che mi fermo, dimmelo,” ha detto piano. Io non ho detto nulla, ma ho sentito il respiro accelerare. La sua mano è salita un po’, stringendo appena, e io ho chiuso gli occhi per un momento, sopraffatto. “Va bene così?” ha chiesto, e io ho fatto un cenno con la testa, troppo imbarazzato per parlare. Nico si è avvicinato ancora, e ho sentito il suo respiro vicino al mio orecchio. “Rilassati, Alex. Ci divertiamo e basta.” Poi mi ha baciato il collo, un contatto leggero ma che mi ha fatto rabbrividire. Ho girato la testa verso di lui, e ci siamo baciati. Un bacio lento, un po’ impacciato da parte mia, ma lui sembrava sapere esattamente cosa fare. La sua lingua ha cercato la mia, e io mi sono lasciato andare, sentendo il sapore della birra e qualcosa di unico, di suo.
Le sue mani si sono spostate sotto la mia maglietta, accarezzandomi la schiena, e io ho fatto lo stesso, timidamente, sentendo la sua pelle calda. “Toglila,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche, e io ho obbedito, arrossendo mentre lui mi guardava. “Non sei male, sai?” ha detto, ridendo piano, e poi si è tolto anche la sua. Il suo torso era tonico, con qualche pelo scuro sul petto, e io mi sono sentito ancora più goffo al confronto. Ma non c’era tempo per pensarci troppo, perché lui mi ha tirato verso di sé, baciandomi con più decisione, mentre le sue mani scendevano verso i miei pantaloni. “Posso?” ha chiesto, e io ho annuito, con il cuore in gola. Ha slacciato il bottone, abbassando la zip con una lentezza che mi faceva impazzire, e poi ha infilato una mano dentro, stringendomi attraverso i boxer. Ho trattenuto il fiato, e lui ha riso. “Già così duro? Bravo.” Ho borbottato qualcosa di incomprensibile, ma lui mi ha zittito con un altro bacio.
Abbiamo continuato così per un po’, toccandoci sopra i vestiti, esplorandoci con una calma che mi aiutava a rilassarmi, anche se il cuore non smetteva di battermi forte. Poi Nico si è tirato indietro, guardandomi negli occhi. “Vuoi provare qualcosa di più?” ha chiesto. Io ho esitato, ma alla fine ho detto un “Sì” che sembrava più un sussurro. Lui ha sorriso, si è alzato e mi ha preso per mano, portandomi verso il tappeto davanti al divano. “Qui è più comodo,” ha detto, facendomi sedere. Poi si è messo in ginocchio davanti a me, slacciandosi i pantaloncini. “Dai, prova tu,” mi ha detto, e io, con le mani che tremavano, ho abbassato i suoi boxer, trovandomi davanti il suo membro già duro. Era più grande di quanto mi aspettassi, e per un momento sono rimasto fermo, non sapendo cosa fare. “Non morde, sai?” ha detto lui, ridendo, e io ho fatto una smorfia, ma poi ho provato ad avvicinarmi, prendendolo in bocca con una cautela infinita.
È stato un disastro. Ho tossito subito, sentendo i denti sfiorarlo per errore, e Nico ha riso forte. “Cazzo, Alex, attento ai denti!” ha detto, ma non sembrava arrabbiato. Io mi sono tirato indietro, mortificato, ma lui mi ha accarezzato la testa. “Tranquillo, ci vuole pratica. Dai, riprova, vai piano.” E così ho fatto, più lentamente, cercando di capire come muovermi, mentre lui mi guidava con una mano sulla nuca, gemendo piano ogni tanto. “Ecco, così, bravo,” ha detto, e quelle parole mi hanno fatto sentire un po’ meno imbranato.
Dopo un po’, però, Nico mi ha fermato. “Ok, basta così, sennò finisco troppo presto,” ha detto, con la voce un po’ roca. Mi ha fatto alzare, e poi, con un movimento deciso ma non brusco, mi ha fatto girare, mettendomi a quattro zampe sul tappeto. “Così va bene?” ha chiesto, e io ho annuito, anche se sentivo le guance bruciare per la vergogna. Ha abbassato i miei pantaloni e i boxer fino alle ginocchia, e ho sentito l’aria fresca sulla pelle, seguita subito dalle sue mani che mi accarezzavano. “Rilassati, ok? Faccio piano,” ha detto, e io ho chiuso gli occhi, cercando di respirare. Ho sentito il rumore di un cassetto che si apriva, e poi il freddo di un lubrificante sulla pelle. “Fa piano… ti prego,” ho detto, con la voce che tremava, e lui ha risposto con un “Tranquillo, ci sono io.”
Ha iniziato lentamente, con un dito, poi due, prendendosi tutto il tempo, e io ho cercato di rilassarmi, anche se all’inizio era strano e un po’ scomodo. “Tutto ok?” chiedeva ogni tanto, e io rispondevo con un “Sì” soffocato. Poi ho sentito qualcosa di più grande, lui che si posizionava dietro di me, e ho stretto i denti, coprendomi il viso con le mani per la vergogna. “Ci sono, vai piano,” ha detto, e poi ha iniziato a spingere, con una lentezza che mi permetteva di abituarmi. All’inizio bruciava, e io stringevo il tappeto tra le dita, ma poi, piano piano, il disagio è diventato qualcosa di diverso, un piacere strano ma intenso. “Cazzo… vai avanti,” ho detto, quasi senza rendermene conto, e lui ha riso piano, aumentando un po’ il ritmo. “Così ti piace, eh?” ha detto, e io ho gemuto, “Ancora… cazzo, sì.”
Le sue spinte sono diventate più profonde, più decise, e io mi sono abbandonato del tutto, sentendo il suo corpo contro il mio, il suo respiro affannoso, l’odore del suo sudore che si mescolava al mio. Il tappeto mi graffiava un po’ le ginocchia, ma non ci facevo caso. Ogni movimento mi faceva tremare, e i suoi gemiti bassi mi mandavano fuori di testa. Poi mi ha stretto da dietro, il suo petto contro la mia schiena, e mi ha sussurrato all’orecchio: “Sei mio ora, va bene così.” Quelle parole mi hanno colpito come una scarica, e io ho solo annuito, lasciandomi andare completamente, mentre lui continuava, portandoci entrambi al limite.
Quando è finito, siamo rimasti lì, ansimando, sul tappeto. Lui si è tirato indietro piano, accarezzandomi la schiena, e io sono rimasto fermo, cercando di riprendere fiato. “Stai bene?” ha chiesto, con un tono più dolce, e io ho annuito, girandomi a guardarlo. “Sì… sto bene,” ho detto, con un sorriso timido. Lui ha ricambiato il sorriso, dandomi una pacca leggera sulla spalla. “Bene. Allora direi che ci siamo divertiti.” E con quelle parole, ci siamo alzati, sistemandoci in silenzio, senza bisogno di dire altro.
