Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Non ho resistito e l’ho reso mio (parte 3)

Non ho resistito e l’ho reso mio (parte 3)

23 Marzo 2026·6 min di lettura

Mi sono svegliato tardi, con la testa pesante come se avessi preso un pugno. Il sole già alto filtrava dalle persiane, scaldando la stanza in un modo che mi faceva sudare ancora prima di alzarmi. Non riuscivo a togliermi dalla mente quello che era successo la notte prima. Ci penso sempre, cazzo, ogni dettaglio, ogni sensazione. Il corpo di Luigi sotto di me, i suoi gemiti soffocati, il modo in cui si era arreso. Non sentivo rimorso, solo una voglia che non si era spenta, che mi bruciava ancora dentro.

Mi sono alzato, ho infilato una maglietta e un paio di pantaloncini e sono andato in cucina. La casa era vuota, gli zii dovevano essere usciti presto, probabilmente al mercato o in chiesa. C’era un silenzio strano, interrotto solo dal ronzio di una mosca da qualche parte. Quando sono entrato in cucina, ho visto Luigi. Era lì, davanti al lavandino, con una canottiera aderente e un paio di pantaloncini corti che gli mettevano in mostra le gambe magre. Stava lavando dei piatti, ma si è bloccato appena mi ha visto. I suoi occhi erano duri, pieni di rabbia, ma sotto c’era qualcosa di fragile, come se non sapesse nemmeno lui come comportarsi.

“Buongiorno,” ho detto, con un tono neutro, appoggiandomi al tavolo. Non mi ha risposto subito, ha continuato a strofinare un piatto con troppa forza, come se volesse romperlo. “Che c’hai, sei incazzato?” ho chiesto, avvicinandomi di un passo. Sentivo il cuore battermi più forte, non per paura, ma per quella tensione che mi montava dentro ogni volta che lo guardavo.

“Che cazzo vuoi, Massimo?” ha sputato fuori, girandosi di scatto verso di me. La sua voce tremava, ma cercava di sembrare duro. “Dopo ieri notte, pensi che faccio finta di niente? Sei un pezzo di merda.”

Quelle parole mi hanno colpito, ma non nel modo che pensava lui. Mi hanno fatto venir voglia di prenderlo di nuovo, di fargli capire che non poteva parlarmi così. Ho fatto un altro passo, accorciando la distanza tra noi. “Non fare lo stronzo, Luigi. Lo so che ti è piaciuto, anche se fai il santarellino adesso,” ho detto, con un ghigno che non sono riuscito a trattenere. Lui ha fatto per indietreggiare, ma era già con le spalle al muro, vicino al lavandino.

“Stai lontano da me,” ha detto, ma la sua voce era più debole, quasi un sussurro. I suoi occhi saettavano dai miei al pavimento, come se non sapesse dove guardare. Ho allungato una mano, gli ho preso il mento e l’ho costretto a guardarmi. Poi, senza pensarci troppo, mi sono chinato e l’ho baciato. Le sue labbra erano morbide, calde, e per un attimo ha cercato di spingermi via, ma le sue mani sul mio petto non avevano forza. Tremava, lo sentivo dal modo in cui il suo corpo vibrava sotto il mio tocco.

“Non fare così,” ha mormorato contro la mia bocca, ma non si è tirato indietro. Io ho spinto di più, infilandogli la lingua in bocca, assaporando il suo fiato, il suo sapore. Sentivo il cazzo già duro nei pantaloncini, premuto contro di lui. Mi sentivo un predatore, cazzo, e lui era la preda che non poteva scappare. Con una mano gli ho abbassato i pantaloncini, lasciandolo nudo dalla vita in giù. La sua pelle era liscia, calda sotto le mie dita, e ho sentito il suo respiro accelerare.

“Girati,” gli ho ordinato, con la voce roca, spingendolo verso il tavolo della cucina. Lui ha esitato, ma non abbastanza. Si è voltato, appoggiandosi con le mani sul legno, e io gli ho abbassato completamente i pantaloncini fino alle caviglie. Mi sono tirato fuori il cazzo, già duro da far male, e ho sputato sulla mano per lubrificarlo un po’. “Stai fermo,” gli ho detto, mentre gli appoggiavo la punta contro il buco. Era ancora stretto, come la notte prima, ma lo sentivo meno rigido, come se il suo corpo si stesse abituando.

“Massimo, ti prego…” ha iniziato a dire, ma l’ho interrotto spingendo dentro, piano ma deciso. Ha fatto un gemito di dolore, stringendo il bordo del tavolo con le mani. “Cazzo, fai piano,” ha detto, con la voce spezzata, ma io non l’ho ascoltato. Ho spinto di nuovo, più a fondo, sentendo il suo corpo aprirsi per me. “Prendilo, dai,” ho grugnito, iniziando a muovermi con colpi lenti ma secchi. Ogni affondo era un misto di resistenza e calore, e il rumore della nostra pelle che sbatteva riempiva la cucina.

“Dimmi che sei la mia puttana,” gli ho ordinato, afferrandogli i fianchi per tenerlo fermo. Lui non rispondeva, solo respirava forte, con piccoli gemiti che gli uscivano dalla bocca. Gli ho dato uno schiaffo leggero sul culo, non forte, ma abbastanza da farlo sobbalzare. “Dillo, cazzo, o non mi fermo,” ho ringhiato, spingendo più forte. Ha abbassato la testa, come se si vergognasse, ma poi l’ho sentito mormorare: “Sono… sono la tua puttana.”

Quelle parole mi hanno mandato fuori di testa. Ho accelerato, inculandolo con più forza, sentendo il suo corpo tremare sotto di me. “Dillo ancora,” gli ho ordinato, con il fiato corto, mentre lo sbattevo contro il tavolo. “Sono la tua puttana,” ha ripetuto, con la voce più chiara questa volta, e ho sentito qualcosa cambiare in lui. Non si ribellava più, si lasciava andare, e i suoi gemiti di dolore erano diventati qualcosa di diverso, un misto di piacere e resa. “Cazzo, sì, sei mio,” ho detto, sentendo il piacere montare dentro di me.

Il sudore ci incollava, l’odore della sua pelle mi riempiva la testa, un misto di sapone e calore. Il tavolo scricchiolava sotto i nostri movimenti, e ogni colpo era più profondo, più deciso. “Ti piace, vero? Essere inculato così, essere usato,” gli sussurravo, con la voce sporca di desiderio. Lui non rispondeva, ma lo sentivo, dal modo in cui si stringeva attorno a me, dal modo in cui il suo corpo si muoveva incontro ai miei colpi. Stava godendo, cazzo, e questo mi faceva impazzire.

“Ci sono, sto per venirti dentro,” ho grugnito, sentendo l’orgasmo avvicinarsi. Ho spinto un’ultima volta, a fondo, e gli sono venuto dentro, con un gemito rauco che ho cercato di soffocare. Sono rimasto fermo un attimo, ansimando, con il cazzo ancora dentro di lui, sentendo il suo calore attorno a me. Poi mi sono tirato fuori, piano, guardandolo mentre si raddrizzava con un movimento lento, quasi dolorante.

“Sistemati,” gli ho detto, con un tono freddo, mentre mi tiravo su i pantaloncini. “E prepararmi la colazione. Portamela in salotto.” Lui mi ha guardato per un attimo, con gli occhi lucidi, ma non ha detto niente. Ha annuito, tirandosi su i pantaloncini con mani tremanti. Io sono andato in salotto, mi sono seduto sul divano e ho acceso la televisione, come se niente fosse. Ma dentro di me sentivo ancora l’adrenalina, la soddisfazione di averlo avuto di nuovo.

Dopo pochi minuti, Luigi è arrivato con un vassoio. C’era una tazza di caffè, un paio di fette biscottate e un po’ di marmellata. Non mi ha guardato negli occhi mentre appoggiava tutto sul tavolino davanti a me. Camminava piano, come se gli facesse male, e ho notato una goccia di sperma che gli colava lungo la gamba, sotto i pantaloncini. Non ha detto una parola, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso, non solo vergogna o rabbia. C’era una voglia, un desiderio sporco che non cercava più di nascondere. Sembrava che si sentisse una troia, e che, in fondo, gli piacesse.

Ho preso la tazza di caffè, ho bevuto un sorso e l’ho guardato andare via, tornando in cucina con quel passo lento. Non ho detto niente, non ce n’era bisogno. Ci penso sempre, e ora lo so: anche lui ci pensa. E qualcosa mi dice che non sarà l’ultima volta.

Lascia un commento