Mi godo la vacanza… mentre mio marito dorme (parte 4)
Alle 23:38, sono rientrata nel bungalow con il cuore che mi batteva all’impazzata. Il fruscio tra le cabine, quell’ombra intravista nel buio, mi avevano lasciato un senso di inquietudine che non riuscivo a scrollarmi di dosso. Ho chiuso la porta dietro di me con un gesto lento, attenta a non fare rumore. Enzo russava profondamente, un suono regolare che riempiva la piccola stanza, ignaro del tumulto che mi agitava dentro. Mi sono fermata un momento a guardarlo, la sua figura appesantita sotto il lenzuolo leggero, i capelli grigi spettinati. “Non sa nulla, e io porto ancora l’odore di un altro sulla pelle,” ho pensato, il senso di colpa che mi stringeva lo stomaco come una morsa. Ma, come sempre, quella voce interna è tornata, implacabile: “Me lo merito. Dopo anni di nulla, me lo merito.”
Alle 23:45, mi sono diretta in bagno per lavarmi. L’acqua fresca sul viso non ha cancellato il ricordo delle dita di Marco, della sua lingua, del piacere che mi aveva travolta in quel bagno chimico lurido. Sentivo ancora il calore tra le cosce, la fica che pulsava con un’eco di desiderio mai del tutto spento. Mi sono asciugata con un asciugamano ruvido, l’odore di salsedine che si mescolava a quello del sapone, quando il telefono ha vibrato sul bordo del lavandino. Un messaggio. Ho abbassato lo sguardo, il cuore che accelerava di nuovo. Era Luca. Tre parole secche, senza fronzoli: “Scendi. Cinque minuti.” Alle 23:49, ho sentito un brivido corrermi lungo la schiena, un misto di paura ed eccitazione che mi ha fatto stringere le cosce istintivamente.
Non ho riflettuto a lungo. Alle 23:51, ho infilato un accappatoio leggero sopra la canottiera e i pantaloncini, lasciando i piedi nudi. La terrazza del nostro bungalow, al piano terra, era a pochi passi dalla camera dove Enzo dormiva. Il rischio era altissimo, quasi folle: bastava un rumore, un movimento, e lui avrebbe potuto svegliarsi, affacciarsi e vedermi. Ma proprio quel pericolo mi accendeva, mi faceva sentire viva come non mai. Alle 23:53, ho aperto la porta finestra con cautela, il legno che scricchiolava appena sotto il mio peso. L’aria calda della notte mi ha investito, carica di salsedine e dell’odore di pini della vicina pineta. Luca era già lì, appoggiato alla ringhiera della terrazza, le braccia incrociate sul petto, i tatuaggi sbiaditi che si intravedevano sotto la luce fioca di un lampione lontano. Mi ha guardata, il viso impassibile, ma i suoi occhi scuri erano pieni di una fame che non aveva bisogno di parole.
Alle 23:55, mi sono avvicinata senza dire nulla. Lui si è mosso per primo, un gesto rapido e deciso, prendendomi per i fianchi e facendomi voltare di spalle. Mi ha spinta leggermente in avanti, facendomi appoggiare le mani sulla ringhiera di ferro, il metallo freddo contro i palmi sudati. Il suo respiro era pesante, caldo sul mio collo, mentre con una mano mi sollevava l’accappatoio, scoprendo il culo pieno e morbido. Non indossavo mutandine, e l’aria fresca della notte mi ha sfiorata, facendomi rabbrividire. Alle 23:57, ho sentito la sua mano ruvida, callosa, scivolare tra le mie cosce, sfiorando appena la fica già bagnata prima di risalire verso il culo. Ha sputato sulle dita, un suono rozzo ma necessario, e ha iniziato a lubrificarmi con movimenti lenti e precisi, infilando un dito dentro di me per prepararmi. Ho trattenuto un gemito, mordendomi il labbro, consapevole che ogni suono avrebbe potuto tradirmi.
Alle 00:01, ho sentito il rumore della sua cintura che si slacciava, il fruscio dei jeans che scendevano appena. Il suo cazzo, duro e spesso, ha sfiorato la mia pelle, e ho chiuso gli occhi, anticipando la sensazione di pienezza che sapevo sarebbe arrivata. Luca non parla mai molto, e anche stavolta è rimasto silenzioso, ma il suo tocco era sicuro, quasi protettivo nella sua rudezza. Alle 00:03, ha appoggiato la punta contro il mio culo, spingendo piano, con una lentezza che contrastava con la sua natura istintiva. Il bruciore iniziale mi ha fatto stringere i denti, ma ho rilassato i muscoli, lasciandolo entrare. Centimetro dopo centimetro, mi ha riempita, fermandosi per un momento quando è stato tutto dentro, dandomi il tempo di abituarmi. “Cazzo, è enorme, mi spalanca tutta, fa male ma lo voglio, lo voglio fino in fondo,” ho pensato, le mani che si aggrappavano alla ringhiera con più forza.
Alle 00:05, ha iniziato a muoversi, un ritmo lento ma deciso, ogni spinta che mi faceva tremare le gambe. Il silenzio della notte era rotto solo dal rumore dei nostri corpi, dal suo respiro profondo e dai miei gemiti soffocati, che cercavo di trattenere mordendomi il braccio. Sentivo il suo cazzo scivolare dentro e fuori, la pressione intensa che si trasformava in un piacere profondo, viscerale, che mi scuoteva fin nelle ossa. “La mia fica è fradicia, gocciola lungo le cosce, e il culo pulsa attorno a lui, stringe come se non volesse lasciarlo andare,” ho pensato, il piacere che montava come un’onda incontrollabile. Il rischio mi stringeva il petto: Enzo era a pochi metri, dietro quella porta finestra, il suo russare ancora udibile se tendevo l’orecchio. “Se si svegliasse ora, se mi vedesse così, piegata sulla terrazza con un altro che mi scopa il culo… non so cosa farei. Ma non riesco a fermarmi, non voglio fermarmi,” ho pensato, il senso di colpa che si intrecciava con l’eccitazione in un nodo che mi toglieva il fiato.
Alle 00:09, Luca ha accelerato, le sue mani che mi stringevano i fianchi con forza, tenendomi ferma mentre spingeva più a fondo. Il sudore mi colava lungo la schiena, mescolandosi all’odore di sesso e mare che impregnava l’aria. Ho sentito il suo respiro diventare più corto, un grugnito basso che gli sfuggiva dalle labbra, e alle 00:11 ho capito che stava per venire. Con un ultimo affondo, si è fermato dentro di me, e ho sentito il calore del suo sperma riempirmi, un getto caldo che mi ha fatto contrarre i muscoli in risposta. “Cazzo, mi ha sborrato dentro, lo sento colare, è così tanto che mi scappa lungo le cosce, appiccicoso e bollente,” ho pensato, il corpo che tremava di piacere e tensione. Luca è rimasto fermo per un istante, poi si è ritirato lentamente, lasciandomi vuota ma ancora pulsante.
Alle 00:12, mi ha aiutata a rialzarmi, le sue mani ruvide che mi accarezzavano la schiena in un gesto silenzioso, quasi tenero. Non ha detto nulla, solo un basso “brava” prima di voltarsi e sparire oltre la terrazza, i suoi passi che si perdevano nella notte. Io sono rimasta lì, appoggiata alla ringhiera, l’accappatoio sgualcito, il culo che bruciava e il suo sperma che mi colava lungo le gambe, lasciando una sensazione appiccicosa sulla pelle. Il mare rumoreggiava in lontananza, un suono che sembrava coprire i battiti del mio cuore. Alle 00:14, mi sono sistemata alla meglio, tirando giù l’accappatoio, e ho fatto per rientrare, quando un rumore improvviso mi ha gelata sul posto. Un colpo secco, come di qualcosa che cadeva, proveniente dall’interno del bungalow. Mi sono voltata di scatto verso la porta finestra, il fiato corto, gli occhi che cercavano di penetrare il buio della stanza. Era Enzo? Si era svegliato? O era solo un oggetto caduto per il vento? Non lo sapevo, ma il terrore di essere scoperta mi ha stretto la gola mentre restavo immobile, in attesa, con il corpo ancora tremante e l’odore di sesso che mi impregnava la pelle.
