Affamata di cazzi
Mi chiamo Jessica, ho ventotto anni e da quasi tre anni, ogni giovedì sera, vado a caccia.
Non esco per divertirmi, non esco per “socializzare”. Esco per farmi scopare da sconosciuti, possibilmente in posti sbagliati, in modi sbagliati, con il rischio che mi si accenda una sirena nella testa. E poi torno a casa, mi tolgo le scarpe coi tacchi rotti o sporchi di terra, mi siedo sul letto con il portatile sulle ginocchia e scrivo tutto sul diario digitale che tengo criptato con una password che cambia ogni mese. Lo chiamo “Il Registro delle Cadute”.
Non so perché proprio il giovedì. Forse perché è il giorno in cui il weekend sembra già iniziato ma non lo è ancora, e la città si riempie di uomini soli, ubriachi precoci, disperati che escono dal lavoro con la cravatta allentata e lo sguardo da predatore fallito. O forse perché è il giorno in cui mi sento più vuota, dopo quattro giorni di riunioni, sorrisi finti e mail che non finiscono mai.
Esco sempre vestita per essere notata: minigonna di pelle o jeans strappati che lasciano vedere l’elastico delle mutandine, top scollato o crop top che mi scopre la pancia, niente reggiseno quasi mai. Trucco pesante sugli occhi, rossetto rosso scuro che so già che finirà spalmato sul cazzo di qualcuno entro le due di notte.
Ecco gli ultimi giovedì che ho annotato. Li riporto qui come li ho scritti, senza filtri.
Giovedì 6 febbraio 2025 Bar di via Padova, quello con il neon rotto. Lui si chiama (o si chiamava) forse Andrea, 40 anni circa, camicia a quadri fuori dai jeans, anello al dito ma lo teneva in tasca. Mi ha offerto da bere, poi mi ha trascinata nel bagno unisex. Mi ha messo in ginocchio sul pavimento sporco di piscio e birra, mi ha scopato la bocca tenendomi la testa contro il water chiuso. Veniva mentre mi diceva “ingoia troia, che domani devi lavorare”. Ho ingoiato. Poi mi ha dato 50 euro “per il taxi” anche se non glieli avevo chiesti. Li ho lasciati sul lavandino. Tornata a casa alle 3:12. Ho fatto la doccia bollente fino a quando la pelle è diventata rossa. Ho scritto: “Mi sento sporca ma non nel modo che pensavo. Sporca di vittoria”.
Giovedì 13 marzo 2025 Parcheggio multipiano dietro la stazione Centrale, livello -3. Lui era un autista di camion, maglietta lurida, odore di sudore e gasolio. Mi ha caricata sul sedile del passeggero del suo Iveco parcheggiato male. Finestrini abbassati, luci al neon che lampeggiavano. Mi ha scopato da dietro mentre teneva il clacson a intermittenza come se fosse un codice Morse del cazzo. Ogni colpo era un beep. Venivo e ridevo insieme, isterica. Poi è arrivato un altro camionista, ha bussato sul vetro. Il mio ha abbassato il finestrino e gli ha detto “aspetta il tuo turno”. Il secondo mi ha scopato sul cofano ancora caldo del motore, mentre il primo fumava una sigaretta appoggiato al paraurti e commentava “guarda come si apre questa puttana”. Sono venuta due volte, una con le dita di uno nel culo mentre l’altro mi scopava. Rientro alle 4:47. Gambe che tremavano. Nel diario: “Ho paura di essermi rotta qualcosa dentro. Non il corpo. Altro”.
Giovedì 10 aprile 2025 Appartamento in affitto su Airbnb, zona Isola. Lui era un turista tedesco, 35 anni, biondo, muscoli da palestra. Mi ha scritto su un’app anonima: “Vieni nuda sotto il cappotto”. Sono arrivata così. Appena entrata mi ha legato i polsi con le sue cinture da ginnastica, mi ha bendata con una sua maglietta sudata. Mi ha scopato sul balcone, al quarto piano, con la città sotto. Faceva freddo, mi si erano induriti i capezzoli fino a far male. A un certo punto ha aperto la porta-finestra e mi ha messo a quattro zampe con il culo verso la ringhiera, gridando in tedesco qualcosa tipo “guarda questa troia italiana”. Non so se qualcuno ha visto. Spero di sì. Mi ha sfondato il culo senza lubrificante quasi, solo saliva. Ho urlato, ho pianto, sono venuta lo stesso. Tornata a casa alle 5:20. Ho dormito con il culo che bruciava. Diario: “Vorrei che mi vedessero tutti. Vorrei che mi filmassero. Vorrei smettere. Non smetterò”.
Giovedì scorso, 5 marzo 2026 Sottopassaggio pedonale vicino a Porta Venezia, ore 2:14. Pioveva. Lui era un ragazzo sui 22, felpa col cappuccio, faccia da studente strafatto. Mi ha seguita dal McDonald’s 24h. Mi ha spinta contro il muro piastrellato, puzzolente di piscio e umido. Mi ha alzato la gonna, mi ha strappato le mutandine (le ho lasciate lì per terra), mi ha scopato in piedi, tenendomi una mano sulla bocca. Veniva mentre mi mordeva il collo. Poi si è tirato fuori e ha pisciato sulle mie cosce, caldo contro il freddo della pioggia. Io sono rimasta ferma, con le gambe aperte, a farmelo fare. Non ho detto niente. Sono tornata a piedi sotto la pioggia. Ho scritto nel diario alle 4:03: “Stanotte ho capito che non cerco più il sesso. Cerco il bordo. Il punto in cui potrei cadere e non rialzarmi più. E ogni giovedì mi avvicino un po’ di più. Domani cancello tutto? No. Lo rileggo. Mi eccito. E aspetto il prossimo giovedì”.
Ogni volta che finisco di scrivere chiudo il file, spengo il pc, mi sdraio nuda sul letto e mi tocco piano, rivivendo ogni dettaglio. Vengo quasi sempre in silenzio, con le lacrime agli occhi.
Non so chi leggerà mai questo diario. Forse nessuno. Forse un giorno lo lascerò aperto sul desktop e qualcuno lo troverà. Forse lo brucerò.
Ma per ora continuo a scrivere.
Perché ogni giovedì sera, quando chiudo la porta di casa e scendo le scale, sento già il cuore che batte forte.
Non è paura.
È fame.
