Il battesimo della bocca
Viola camminava tra la folla del festival medievale con il suo costume da ancella che le pizzicava un po’ sulle braccia. A ventitré anni, con quel viso pulito e i capelli castani raccolti in una treccia semplice, sembrava davvero una ragazza di altri tempi. La gonna lunga e il corsetto le davano un’aria innocente, ma dentro di lei ribolliva una curiosità che non riusciva a zittire. Le piaceva il proibito, il pensiero di fare qualcosa di sbagliato, ma la paura del giudizio la inchiodava sempre. “E se qualcuno lo scopre? E se poi mi guardano male?” pensava, mentre stringeva tra le mani un boccale di birra artigianale, più per darsi un contegno che per berla.
Il festival, organizzato in un vecchio borgo tra le colline, era un mix di rievocazioni storiche e musica moderna. Sul palco principale, Riccardo, il dj resident di trentanove anni, stava chiudendo il suo set di folk elettronico. Era un uomo che attirava gli sguardi senza nemmeno provarci: alto, con spalle larghe e una barba curata che incorniciava un sorriso tranquillo, quasi sornione. Indossava una camicia nera a maniche corte, i tatuaggi che spuntavano sulle braccia muscolose. La sua voce al microfono era profonda, calma, con un’autorità naturale che faceva venire voglia di ascoltarlo, anche solo per sentirlo annunciare il prossimo pezzo.
Viola lo osservava da lontano, appoggiata a una transenna. Non era la prima volta che lo vedeva al festival, ma stasera qualcosa in lei si era acceso. Forse era il caldo, forse la birra che aveva mandato giù a piccoli sorsi, forse il modo in cui lui muoveva le mani sul mixer, con una sicurezza che le faceva venire i brividi. Quando Riccardo annunciò una pausa di dieci minuti prima del set successivo, i loro sguardi si incrociarono per un istante. Lui le fece un cenno con la testa, un gesto minimo ma deciso, come a dire “vieni qui”. Viola si guardò intorno, rossa in faccia, sicura che stesse chiamando qualcun altro. Ma lui insistette, indicando proprio lei con un dito.
Con le gambe che tremavano, Viola si avvicinò al bordo del palco. “Sali,” le disse lui, sporgendosi appena. Lei balbettò qualcosa, ma lui non le diede tempo di pensare: le porse una mano e la tirò su con una forza che la fece quasi perdere l’equilibrio. “Vieni, ti faccio vedere la cabina,” aggiunse, con quel sorriso che sembrava promettere guai. Viola lo seguì, il cuore che le batteva all’impazzata. La cabina insonorizzata era un piccolo spazio sopra il palco, con una vetrata che dava sulla folla sottostante. Le luci stroboscopiche filtravano appena, tingendo l’ambiente di blu e viola. Dentro c’era un odore di cavi elettrici e sudore, e il rumore della musica arrivava ovattato, come un ronzio lontano.
Riccardo si sedette sulla sedia da regia, le gambe leggermente divaricate, e la guardò dall’alto in basso. “Carino il costume, piccola ancella. Ti manca solo l’inno giusto da cantare.” La sua voce era calma, ma aveva un tono che non ammetteva repliche. Viola sentì un nodo allo stomaco, un misto di eccitazione e paura. “Io… non capisco,” mormorò, le guance in fiamme. Lui rise piano, tamburellando con le dita sul bracciolo della sedia. “Lo capirai. In ginocchio, piccola ancella. Ti insegno il vero inno da cantare in privato.”
Quelle parole la colpirono come una scossa. Avrebbe voluto scappare, dire di no, ma il suo corpo non obbediva. C’era qualcosa in lui, nella sua calma autorità, che la attirava come una calamita. Con le mani che tremavano, si inginocchiò davanti a lui, il pavimento freddo sotto le ginocchia scoperte. Riccardo le sorrise, un sorriso che non era né cattivo né gentile, solo sicuro. Si slacciò la cintura con gesti lenti, senza mai staccarle gli occhi di dosso. “Tranquilla, non mordo. Ma devi fare come ti dico, capito?” Viola annuì, la gola secca, incapace di dire una parola.
Lui le spiegò cosa fare, passo dopo passo, con una voce paziente ma ferma. “Prima leccalo piano, solo la punta. Ecco, così. Brava.” La sua mano le sfiorò i capelli, guidandola senza forzarla. Viola sentiva il viso bruciare per l’imbarazzo, ma non si fermava. Il sapore di lui, salato e caldo, le riempiva la bocca, e il cuore le martellava nel petto. “Non sono brava,” balbettò a un certo punto, sollevando lo sguardo. Riccardo scosse la testa, un angolo della bocca che si curvava in un sorriso. “Lo diventerai. Succhia solo la cappella, ora. Più lento. Ecco, così.” Ogni volta che sbagliava, lui la correggeva con dolce fermezza, senza mai alzare la voce. “No, non così in fretta. Prendilo più a fondo, ma respira col naso. Non soffocare, ci arrivi.”
Viola tremava tutta, le mani appoggiate sulle cosce di lui, le dita che stringevano la stoffa dei suoi jeans. Non riusciva a credere a quello che stava facendo, ma non voleva smettere. C’era una parte di lei che si sentiva viva, libera, come se stesse rompendo una gabbia che non sapeva nemmeno di avere. Fuori, i tamburi medievali rimbombavano, mescolandosi al battito del suo cuore. Riccardo le insegnò a muoversi, a usare la lingua in certi punti, a stringere le labbra nel modo giusto. Ogni tanto emetteva un gemito basso, quasi un ringhio, e le sue dita le sfioravano la nuca, incoraggiandola. “Brava, ci sei quasi. Ora tutto dentro, piano. Respira.”
Quando finalmente lo prese fino in fondo, lui le strinse la nuca con una presa decisa ma non violenta, tenendola ferma. “Cazzo, sì, proprio così,” mormorò, la voce roca. Viola sentiva gli occhi lacrimare un po’, ma non si tirò indietro. Il suo odore, un misto di sudore e colonia, le riempiva le narici, e il suono dei suoi respiri pesanti le ronzava nelle orecchie. Dopo qualche istante, Riccardo si irrigidì, un gemito profondo gli sfuggì dalla gola. “Sto per venire, piccola. Tieni la bocca aperta.” Lei obbedì, il cuore che le esplodeva nel petto, e lo sentì svuotarsi dentro di lei, caldo e denso. Non riuscì a ingoiare tutto, un po’ le colò sul mento, ma lui non sembrò farci caso. Le accarezzò i capelli con una mano, il respiro ancora affannato. “Ora sei battezzata col mio sapore,” le sussurrò, con un tono che era quasi tenero, ma sempre sicuro di sé.
Viola si tirò indietro, asciugandosi la bocca con il dorso della mano, il viso ancora rosso e il respiro corto. Non riusciva a guardarlo negli occhi, ma non provava vergogna, non proprio. Era come se qualcosa dentro di lei si fosse sbloccato, anche solo per un momento. Riccardo si sistemò i pantaloni con calma, poi le porse una mano per aiutarla ad alzarsi. “Brava, piccola ancella. Questo inno lo sai cantare bene, ora.” Le fece l’occhiolino, e lei non poté fare a meno di sorridere, anche se debolmente, mentre il suono dei tamburi fuori continuava a pulsare nell’aria.
