La parola “rosso”
Mi chiamo Marco, ho trentotto anni e lavoro come responsabile logistico in un’azienda di trasporti. La mia vita è sempre stata piuttosto ordinaria: orari fissi, qualche birra con gli amici il venerdì sera, un appartamento piccolo ma ordinato in periferia. Però c’è una cosa che non racconto a nessuno, un segreto che mi porto dentro da anni. Ho una passione per certe esperienze… fuori dall’ordinario. Non parlo di semplici fantasie, ma di qualcosa di più concreto, di più profondo. Qualche mese fa, ho conosciuto un uomo, un ipnotista, durante un evento un po’ particolare in un club privato. Si chiama Dario, ha una voce che ti inchioda, un tono basso e fermo che sembra entrarti direttamente nella testa. Durante una seduta, mi ha fatto una cosa che non dimenticherò mai: mi ha piantato un comando nella mente. Ha detto che ogni volta che avrei sentito la parola “rosso”, il mio corpo si sarebbe aperto, rilassato, pronto. E non solo: avrei provato un bisogno irresistibile, quasi disperato, di essere preso, di supplicare per averlo. Non ci ho creduto, all’inizio. Pensavo fosse solo un gioco, un esperimento strano. Ma il giorno dopo, al lavoro, ho capito che non era uno scherzo.
Era un mercoledì mattina, uno di quei giorni in cui il tempo sembra non passare mai. Ero in corridoio, con una cartellina in mano, diretto verso l’ufficio del capo per consegnare dei rapporti. Stavo camminando con la testa un po’ tra le nuvole, quando ho incrociato Luca, un collega del reparto contabilità. Stava parlando al telefono, con il tono di chi è incazzato per qualcosa. Non gli stavo neanche prestando attenzione, ma poi l’ho sentita. “Sì, guarda, il bilancio è tutto in rosso, dobbiamo sistemare questa cosa subito!” ha detto, alzando la voce. È stato come se un fulmine mi avesse colpito. Il cuore ha iniziato a battermi all’impazzata, la cartellina mi è quasi caduta di mano. Ho sentito un calore improvviso, un formicolio che partiva dalla base della schiena e si irradiava in tutto il corpo. Le gambe mi tremavano, e una sensazione di vuoto, di bisogno, mi ha stretto lo stomaco. Mi sono appoggiato al muro per non cadere, il respiro corto. Luca mi ha guardato, confuso. “Ehi, Marco, tutto bene? Sei bianco come un lenzuolo.”
Ho provato a rispondere, a inventarmi una scusa, ma la voce mi usciva spezzata. “Sì… sì, tutto ok. Solo un calo di pressione, credo.” Ma non era un calo di pressione. Era quel comando, quella parola maledetta che mi aveva acceso qualcosa dentro, qualcosa che non potevo controllare. Ho sentito il bisogno crescere, una pulsazione insistente, un desiderio che mi faceva stringere i denti. Dovevo fare qualcosa, subito. Non potevo restare lì, in corridoio, con Luca che mi fissava. “Scusa, devo… devo andare un attimo in bagno,” ho borbottato, e mi sono allontanato a passo veloce, quasi correndo.
Ho chiuso la porta del bagno dietro di me, girando la chiave con mani tremanti. Mi sono guardato allo specchio: avevo le guance arrossate, gli occhi lucidi. Il cuore mi martellava nel petto, e quella sensazione non accennava a diminuire. Ho provato a respirare a fondo, a calmarmi, ma era inutile. Ogni pensiero era concentrato su una sola cosa: il bisogno di essere preso, di sentirmi riempito, di cedere completamente. Era come se il mio corpo non fosse più mio, come se ogni muscolo, ogni nervo, stesse gridando per avere ciò che Dario mi aveva promesso. Ho tirato fuori il telefono dalla tasca, con le dita che quasi non riuscivano a tenere la presa. Ho cercato il suo numero e ho chiamato.
“Pronto, Marco,” ha risposto lui, con quella voce calma, sicura, che sembrava accarezzarmi anche attraverso il telefono. “Che succede? Sembri agitato.”
“Dario, cazzo, non sto scherzando,” ho detto, con la voce che mi tremava. “È successo. Hanno detto quella parola, al lavoro. Non riesco a pensare ad altro. Ho bisogno… ho bisogno di te. Ora.”
Lui ha riso, un suono basso e profondo che mi ha fatto rabbrividire. “Lo sapevo che sarebbe successo. Ti avevo avvisato, no? Quel comando è dentro di te, e non puoi farci niente. Dove sei adesso?”
“Al lavoro. In bagno. Non ce la faccio, Dario. Ti prego, dimmi cosa devo fare.”
“Calmati, Marco. Non puoi venire da me ora, lo sai. Ma possiamo risolvere la cosa lo stesso. Chiudi bene la porta, assicurati che nessuno ti disturbi. E ascoltami attentamente.”
Ho fatto come mi ha detto, controllando due volte che la porta fosse chiusa a chiave. “Ok, sono solo. Dimmi.”
“Bene. Ora spogliati. Togliti tutto, tranne la camicia. Voglio che tu sia vulnerabile, esposto. E poi raccontami esattamente cosa stai provando. Ogni dettaglio.”
Ho esitato per un secondo, ma il bisogno era troppo forte. Mi sono sfilato i pantaloni e gli slip, lasciandoli cadere sul pavimento freddo del bagno. L’aria sulla pelle nuda mi ha fatto venire i brividi, ma allo stesso tempo mi ha eccitato ancora di più. Mi sono seduto sul bordo del lavandino, con la camicia ancora addosso, aperta di qualche bottone. “Sento… un vuoto dentro,” ho detto, con la voce roca. “È come se mi mancasse qualcosa, come se ogni parte di me volesse essere toccata, riempita. Non riesco a pensare ad altro. Ti prego, Dario, dimmi cosa fare.”
“Bravo, Marco. Sei proprio un bravo ragazzo quando ti arrendi così,” ha detto lui, con un tono che trasudava controllo. “Ora toccati. Metti una mano lì sotto, e descrivimi tutto. Voglio sapere come ti senti, quanto lo vuoi.”
Ho obbedito, chiudendo gli occhi per un momento mentre la mia mano scivolava verso il basso. La sensazione del mio stesso tocco mi ha fatto sfuggire un gemito basso, ma non era abbastanza. “È… duro,” ho mormorato, con il respiro corto. “Lo sento pulsare, Dario. Ma non è questo che voglio. Voglio te dentro di me. Voglio sentirti spingere, forte, fino a che non ce la faccio più.”
“Lo so che lo vuoi,” ha detto lui, con voce più bassa, quasi un sussurro. “Immagina che io sia lì con te, Marco. Immagina le mie mani che ti afferrano i fianchi, che ti tengono fermo mentre ti apro. Immagina il mio cazzo, duro, spesso, che preme contro di te. Senti com’è grosso? Senti come ti allarga, centimetro dopo centimetro?”
Le sue parole mi stavano distruggendo. Ho stretto i denti, con la mano che si muoveva più veloce, ma non bastava. “Sì, lo sento,” ho detto, ansimando. “Lo voglio tutto, Dario. Ti prego, non smettere di parlare. Dimmi come mi prenderesti.”
“Oh, ti prenderei con calma all’inizio, Marco. Ti farei sentire ogni singolo movimento. Ti spingerei dentro piano, fino a che non ti abitui, fino a che il tuo corpo non si arrende del tutto. E poi andrei più forte, più profondo. Ti farei gemere così tanto che non riusciresti a stare zitto. Dimmi, lo vuoi ora?”
“Sì, cazzo, lo voglio ora!” ho quasi gridato, abbassando la voce all’ultimo secondo per non farmi sentire da fuori. Il cuore mi batteva così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto. “Spiegami di più. Dimmi come mi terresti.”
“Ti terrei piegato in avanti, Marco. Con una mano sulla tua schiena, spingendoti giù, e l’altra che ti stringe il fianco così forte da lasciarti i segni. Ti sentiresti il mio fiato sul collo, il mio odore mentre ti prendo. E ogni spinta sarebbe più dura, più veloce. Sentiresti il suono della mia pelle contro la tua, ogni volta che arrivo fino in fondo. E tu lo prenderesti tutto, vero? Perché sei fatto per questo.”
“Sì, lo prenderei tutto,” ho detto, con la voce spezzata. “Non mi fermerei. Voglio sentirti fino a che non posso più muovermi. Voglio che mi fai male, Dario. Ti prego.”
“Bene, Marco. Sei proprio disperato, eh? Mi piace sentirti così. Ora fai una cosa per me. Prendi due dita, bagnale con la lingua, e mettile dove vuoi che io sia. Fai finta che sia io. E raccontami tutto.”
Ho fatto come mi ha detto, portando le dita alla bocca e bagnandole bene. Il sapore della mia stessa saliva mi ha dato una strana eccitazione. Poi le ho portate giù, con il respiro che si faceva sempre più corto. Quando ho premuto, ho sentito un brivido che mi ha percorso tutto il corpo. “Ci sono,” ho detto, ansimando. “Le sto spingendo dentro. È stretto, Dario. Ma lo voglio. Immagino che sia tu. È grosso, è duro. Mi fa un po’ male, ma mi piace.”
“Bravissimo,” ha detto lui, con un tono che mi ha fatto rabbrividire ancora di più. “Spingi di più. Voglio che ti apri per me. Immagina che sia il mio cazzo, non le tue dita. Immagina quanto è largo, quanto ti riempie. Senti come ti brucia, ma non puoi smettere di volerlo. Muovile, Marco. Fammi sentire quanto lo desideri.”
Ho obbedito, muovendo le dita più a fondo, con un ritmo che mi faceva tremare. Ogni movimento era un misto di dolore e piacere, e il suono del mio respiro riempiva il piccolo bagno. “Lo sento,” ho detto, con la voce che quasi non usciva. “È come se fossi tu. Mi stai aprendo, Dario. Mi stai riempiendo. Non ce la faccio, è troppo. Voglio di più.”
“Lo avrai, Marco. Ma non ora. Ora voglio che vai avanti così, che ti spingi al limite. Voglio sentire ogni tuo gemito, ogni tuo suono. Dimmi com’è, descrivimi ogni cosa.”
“È… bagnato,” ho detto, con la voce tremante. “Sento l’odore del mio sudore, il calore della mia pelle. Ogni volta che spingo, è come se stessi per cedere. Fa male, ma lo voglio ancora. Sento il battito del mio cuore dappertutto, e la mia camicia è appiccicata alla schiena. Dario, sto per… non ce la faccio più.”
“Non ancora, Marco,” ha detto lui, con un tono fermo. “Aspetta. Voglio che duri. Pensa a me che ti tengo fermo, che ti spingo giù con tutto il mio peso. Pensa al mio cazzo che ti entra e esce, senza mai fermarsi. Senti il ritmo? Senti come ti colpisce ogni volta nello stesso punto, fino a che non puoi più resistere?”
“Sì, lo sento!” ho quasi gridato, stringendo i denti per non fare troppo rumore. “Ti prego, Dario, fammi venire. Non riesco più a tenerlo. Ti voglio dentro, voglio sentirti finire, voglio tutto.”
“Va bene, Marco. Ci sei. Ora lascia andare tutto. Immagina che io sia lì, che sto spingendo un’ultima volta, così forte che ti faccio tremare. Senti il calore, senti come ti riempio. Vieni per me, ora.”
Le sue parole sono state la fine. Ho sentito un’onda di piacere travolgermi, un’esplosione che mi ha fatto stringere ogni muscolo del corpo. Ho dovuto mordermi il labbro per non urlare, mentre tutto si offuscava per un momento. Il respiro era corto, irregolare, e le mani mi tremavano mentre cercavo di riprendermi. “Cazzo, Dario,” ho mormorato, con la voce esausta. “È stato… non ho parole.”
“Lo so, Marco,” ha detto lui, con un tono soddisfatto. “Te l’avevo detto che non potevi resistere. Ora pulisciti, rimettiti in ordine, e torna al lavoro. Ma ricorda: quella parola è ancora dentro di te. La prossima volta che la sentirai, sarà ancora più forte.”
Ho chiuso la chiamata con le mani ancora tremanti, guardandomi allo specchio. Ero un disastro: la camicia sgualcita, il viso arrossato, il respiro ancora irregolare. Ma non potevo negare quello che avevo provato. Mi sono lavato le mani, ho rimesso i pantaloni e sono uscito dal bagno, cercando di sembrare il più normale possibile. Però dentro di me, lo sapevo. Quella parola, “rosso”, aveva un potere su di me che non potevo ignorare. E una parte di me, la più nascosta, non vedeva l’ora di sentirla di nuovo.
